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«La piramide e la cuspide sono state tenute separate per generazioni perché il segreto non fosse svelato» osservò Bellamy in tono preoccupato. «Stasera, invece, sono pericolosamente vicine. Non ho bisogno di dire che è nostro dovere evitare in tutti i modi che i due pezzi vengano assemblati.»

Langdon trovava che Bellamy si esprimesse in modo eccessivamente drammatico. Sembra che stia parlando di una bomba atomica e del suo detonatore… Non capiva il suo turbamento, ma c’erano cose più urgenti a cui pensare. «Ammesso che questa sia davvero la piramide massonica, e che contenga le indicazioni per recuperare antiche conoscenze, com’è possibile che queste conoscenze siano in grado di conferire tanto potere a chi ne entra in possesso?»

«Peter mi aveva avvisato che sei un tipo difficile da convincere, uno studioso che ha sempre bisogno di dimostrazioni.»

«Perché, tu ci credi?» Langdon stava perdendo la pazienza. «Con tutto il rispetto, sei un uomo istruito, moderno: come puoi dare credito a certe cose?»

Bellamy gli sorrise, paziente. «La massoneria mi ha insegnato ad avere rispetto per ciò che trascende la comprensione umana. E che non bisogna chiudere la mente e respingere un’idea solo perché sembra prodigiosa.»

54

La guardia dell’SMSC imboccò di corsa il vialetto di ghiaia che passava intorno all’edificio: aveva appena ricevuto la chiamata di un collega all’interno del complesso, il quale aveva comunicato che la serratura del modulo 5 era stata sabotata e che la spia luminosa dell’uscita di sicurezza indicava che la porta era aperta.

Cosa diavolo sarà successo?

Arrivò al portellone e lo trovò effettivamente socchiuso. Che strano! pensò. Si può aprire soltanto dall’interno. Sganciò la torcia dal cinturone e la puntò nel grande locale buio. Non vide nulla. Non avendo nessuna voglia di addentrarsi in quell’abisso sconosciuto, si limitò ad avvicinarsi alla soglia e illuminò l’interno, prima a sinistra e poi a…

Due mani forzute gli afferrarono il polso e lo tirarono dentro. L’uomo si sentì trascinare da una forza invisibile. Cera odore di etanolo. La torcia gli cadde di mano e, prima di riuscire a capire che cosa stesse succedendo, fu colpito sullo sterno da un pugno violentissimo. Si accasciò a terra, gemendo di dolore, mentre un’enorme sagoma nera si allontanava nell’oscurità.

La guardia era riversa su un fianco e rantolava. La torcia era caduta lì vicino e il fascio di luce illuminava un oggetto metallico. L’etichetta indicava che era un contenitore di combustibile.

La guardia vide brillare la fiamma di un accendino e nel bagliore arancione scorse una creatura a torso nudo che aveva ben poco di umano. Cristo santo! Stava ancora cercando di capire quello che aveva davanti quando il mostro si chinò e avvicinò la fiamma al pavimento.

Immediatamente si accese una scia di fuoco che corse nell’antro buio, allontanandosi da loro. La guardia si voltò e vide che il mostro usciva dal portellone scorrevole e scompariva nella notte.

Cercò di tirarsi su a sedere, nonostante il dolore, senza staccare gli occhi dalla striscia di fuoco. Che cos’era? La fiamma sembrava troppo piccola per costituire un vero pericolo, eppure aveva un che di terrificante. Non gettava più luce soltanto in quel gigantesco antro buio ma, avendolo attraversato ormai quasi tutto, illuminava una struttura tozza, di cemento. La guardia non era mai stata dentro il modulo 5, però sapeva della sua esistenza.

Il Cubo.

Il laboratorio di Katherine Solomon.

La fiamma correva in linea retta verso la porta del laboratorio. L’uomo si alzò faticosamente in piedi, intuendo che la striscia di olio con ogni probabilità proseguiva oltre la porta e arrivava all’interno… Il laboratorio stava per andare a fuoco. Si voltò, preparandosi a correre fuori per cercare aiuto, ma un fortissimo risucchio d’aria lo bloccò sui suoi passi.

Per una frazione di secondo, il modulo 5 risplendette di luce.

La guardia non riuscì a vedere la palla di fuoco che saliva verso l’alto distruggendo il tetto della costruzione e innalzandosi per decine di metri nel buio. Non riuscì più a vedere nemmeno la pioggia di frammenti di rete di titanio, apparecchiature elettroniche e silicio fuso che proveniva dalle unità olografiche.

Katherine Solomon viaggiava in direzione nord quando vide l’improvviso lampo di luce nello specchietto retrovisore. Un terribile boato echeggiò nella notte, facendole fare un salto sul sedile.

Fuochi d’artificio? pensò. Nell’intervallo della partita dei Redskins?

Si concentrò di nuovo sulla strada e ripensò alla chiamata che aveva fatto al 911 dal telefono pubblico della stazione di servizio deserta.

Era riuscita a convincere l’operatrice a mandare la polizia all’SMSC alla ricerca di un uomo tatuato che vi si era introdotto abusivamente e della sua assistente Trish Durine. Sperava proprio che la trovassero. Aveva inoltre chiesto di inviare una pattuglia a casa del dottor Abaddon a Kalorama Heights, dove riteneva che suo fratello fosse tenuto prigioniero.purtroppo non era riuscita a rintracciare il numero di cellulare di Langdon. Decise di raggiungerlo alla Biblioteca del Congresso, dove lui le aveva detto di essere diretto.

La scoperta della vera identità del dottor A b a d d o n cambiava tutto. Katherine non sapeva più cosa pensare. L’unica cosa certa era che l’assassino di sua madre e di suo nipote aveva rapito suo fratello e aveva cercato di ucciderla. Chi è? Cosa vuole? L’unica risposta che le veniva in mente era assurda. Tutto questo per una piramide? Non capiva nemmeno perché quella sera l’uomo fosse andato al laboratorio. Perché non l’aveva uccisa a casa sua quel pomeriggio, se proprio voleva eliminarla? Perché le aveva mandato quell’SMS e aveva corso il rischio di farsi prendere dalle guardie?

I fuochi d’artificio erano stranamente sempre più luminosi: dopo il primo botto, oltre gli alberi era apparsa una palla di fuoco arancione. Che stranezza… C’era anche una nuvola di fumo nero… E lo stadio in cui giocavano i Redskins era da tutt’altra parte. Sbigottita, rifletté su cosa c’era dietro quegli alberi, a sudest della Suitland Parkway.

In quel momento, capì. E fu come se le fosse passato sopra un autotreno.

55

Warren Bellamy premeva furiosamente i tasti del cellulare, cercando di mettersi in contatto con la persona che avrebbe potuto aiutarli.

Langdon lo guardava, ma i suoi pensieri erano concentrati su Peter e sullo sforzo di capire quale fosse il modo migliore per trovarlo. Mi chiami non appena avrà decifrato la mappa, gli aveva detto il rapitore. Andremo insieme al nascondiglio e faremo il nostro scambio.

Bellamy abbassò il telefonino, affranto: ancora nessuna risposta.

«C’è una cosa che non capisco» disse Langdon. «Anche ammettendo che questa sapienza nascosta esista davvero e che la piramide ci indichi dove è sepolta, cosa devo cercare? Un bunker? Una cripta?»

Bellamy rimase seduto in silenzio per qualche momento, poi fece un sospiro e cominciò a parlare, il più cautamente possibile. «A quanto mi risulta, la piramide dovrebbe guidare a una scala a chiocciola, Robert.»

«Una scala a chiocciola? »

«Sì. Che scende per decine e decine di metri.»

Langdon non riusciva a credere alle proprie orecchie. Si protese in avanti.