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«L’antica sapienza sarebbe sepolta lì» aggiunse Bellamy.

Langdon si alzò in piedi e cominciò a passeggiare. Una scala a chiocciola che scende nel sottosuolo di Washington per decine e decine di metri? «E nessuno l’ha mai vista.»

«Si dice che l’ingresso sia protetto da una grande pietra.»

Langdon fece un sospiro. L’immagine di un luogo sotterraneo chiuso da un masso si trovava già nei Vangeli, in relazione al sepolcro di Cristo. Un tipico ibrido archetipo. «Warren, tu credi che questa scala segreta esista sul serio?»

«Io non l’ho mai vista, ma alcuni massoni più vecchi di me giurano che c’è davvero. Sto cercando di contattare proprio uno di loro.»

Non sapendo che cosa dire, Langdon continuò a camminare avanti e indietro.

«Robert, stai rendendo il mio compito ancora più difficile.» Lo sguardo di Bellamy si inasprì. «Io non posso convincere il mio prossimo a credere qualcosa a cui non vuole credere, ma spero che tu ti renda conto delle responsabilità che hai nei confronti di Peter Solomon.»

Sì, ho il dovere di aiutarlo, pensò Langdon.

«Non è indispensabile che tu creda al potere che questa piramide è in grado di svelare, né all’esistenza di una scala a chiocciola che scende fino a chissà dove. Però è indispensabile che tu ti renda conto di avere l’obbligo morale di proteggere questo segreto… qualunque esso sia.» Gli indicò il pacchetto sigillato. «Peter ti ha affidato la cuspide perché si fidava di te e sapeva che gli avresti obbedito, mantenendo il segreto. Ed è questo che devi fare, a costo di sacrificare la vita.»

Langdon si fermò di colpo e si voltò verso di lui. «Che cosa?»

Bellamy rimase seduto. La sua espressione era addolorata, ma risoluta. «Peter vorrebbe così, Robert. Devi dimenticarti di lui. Ormai non c’è più. Ha svolto il suo compito, ha protetto la piramide meglio che poteva. Ora tocca a noi far sì che i suoi sforzi non siano stati vani.»

«Non posso credere che tu mi stia dicendo di abbandonare Peter» esclamò Langdon, furioso. «Anche se questa piramide fosse l’oggetto portentoso che vagheggi, Peter è uno dei tuoi fratelli. Non hai giurato di proteggere i tuoi fratelli prima di Qualsiasi altra cosa, patria compresa?»

«No, Robert. Per un massone i fratelli vengono prima di tutto, a parte il grande segreto che la fratellanza custodisce per l’umanità. Non ha importanza se io credo o no che questa sapienza Perduta abbia il potenziale che la storia lascia intendere, ma ho fatto voto di tenerla lontana da chi non ne è degno. Non lascerò che qualcuno se ne impossessi… neppure in cambio della vita di Peter Solomon.»

«Conosco molti massoni, anche di grado elevato» protestò Langdon. «E sono sicurissimo che non hanno giurato di dare la vita per una piramide di pietra. Sono sicurissimo anche che nessuno di loro crede all’esistenza di una scala a chiocciola che porta a un tesoro sepolto nelle viscere di Washington.»

«Ci sono cerchie all’interno di altre cerchie, Robert: non tutti sanno tutto.»

Langdon sbuffò, cercando di non perdere la pazienza. Aveva sentito parlare anche lui di logge coperte all’interno della massoneria. Ma che esistessero o no gli sembrava irrilevante, al momento. «Warren, se questa piramide e questa cuspide sono davvero la chiave del più grande segreto della massoneria, perché Peter si sarebbe rivolto a me? Non sono massone, e men che meno faccio parte di una cerchia di eletti.»

«Lo so. Penso che ti abbia scelto proprio per questo. E già successo che qualcuno abbia cercato di impossessarsi della piramide, anche persone entrate nella fratellanza per motivi indegni. Quella di affidarla a un profano è stata una scelta intelligente.»

«Tu sapevi che avevo io la cuspide?» domandò Langdon.

«No. E se Peter avesse mai voluto condividere questa informazione, penso proprio che l’avrebbe svelata solo a una persona.» Prese il telefono e riprovò a chiamare. «Ma finora non sono riuscito a contattarla.» Scattò la segreteria telefonica e Bellamy chiuse la comunicazione. «Ho l’impressione che saremo costretti ad affrontare questa situazione da soli, Robert. Devo prendere una decisione.»

Langdon guardò il suo orologio di Topolino: erano le nove e quarantadue. «Ti rendi conto che il rapitore di Peter aspetta che io decifri la mappa e gli dia le coordinate entro stanotte?»

Bellamy si accigliò. «In passato uomini illustri si sono sacrificati per proteggere gli antichi misteri. Anche io e te dobbiamo farlo.» Si alzò in piedi. «Andiamo via: prima o poi Inoue Sato scoprirà dove siamo.»

«E Katherine?» protestò Langdon, che non voleva andarsene. «Non ha più chiamato e io non riesco a contattarla.»

«Sarà successo qualcosa.»

«Non possiamo abbandonarla!»

«Dimenticati di Katherine» ribatté Bellamy in tono imperioso. «Di lei, di Peter, di tutti! Non capisci che ti è stato affidato un compito più importante di noi: di me, di te, di Peter, di Katherine?» Lo guardò negli occhi. «Dobbiamo nascondere piramide e cuspide in un posto sicuro, lontano da…»

Si sentì un fragore metallico.

Bellamy si voltò di scatto. Aveva gli occhi pieni di paura. «Hanno fatto presto.»

Langdon si girò verso la porta. Doveva essere caduto il secchio che Bellamy aveva posato sulla scala a pioli davanti alla porta del tunnel. Ci hanno trovato.

Poi, inaspettatamente, il rumore riecheggiò.

E poi di nuovo.

E ancora.

Il senzatetto sulla panchina davanti alla Biblioteca del Congresso si sfregò gli occhi e osservò la strana scena.

Una Volvo bianca era appena salita a gran velocità sul marciapiede e aveva inchiodato davanti all’ingresso della biblioteca. Una bella donna mora era scesa di corsa, si era guardata in giro e, vedendolo, gli aveva chiesto: "Ha un telefono, per cortesia?".

Non ho neanche tutte e due le scarpe…

La donna, capita la situazione, salì su per le scale.

Arrivata in cima, afferrò la maniglia e cercò disperatamente di aprire le tre enormi porte.

La biblioteca è chiusa, signora mia.

La donna non demordeva. Si aggrappò a uno dei maniglioni rotondi, lo sollevò e lo sbatté con forza contro la porta. Lo fece una volta, due, tre…

Porca miseria, pensò il senzatetto. Deve aver proprio una gran voglia di leggere…

56

Quando Katherine Solomon vide finalmente aprirsi il pesante portone di bronzo della biblioteca, si sentì travolgere dalle emozioni. La paura e lo smarrimento che si era tenuta dentro fino allora ebbero il sopravvento.

Nell’atrio c’era Warren Bellamy, amico e confidente di suo fratello. Ma dietro di lui, nell’ombra, c’era la persona che più le faceva piacere incontrare. Evidentemente, la cosa era reciproca: anche Langdon sembrava sollevato di vederla lì, che entrava nella biblioteca e… gli si gettava fra le braccia.

Mentre i due vecchi amici si stringevano, Bellamy chiuse la porta. Katherine udì scattare la serratura e si sentì al sicuro. Per quanto si sforzasse, non riuscì più a trattenere le lacrime.

Langdon la rassicurò. «È tutto a posto» le sussurrò. «Sei in salvo…»

Mi hai salvato tu, avrebbe voluto dirgli Katherine. Quel mostro mi ha distrutto il laboratorio. Anni di ricerca andati in fumo… Avrebbe voluto raccontargli tutto, ma le mancava il fiato.

«Troveremo Peter.» La voce profonda di Langdon la confortò. «Te lo prometto.»

So chi è stato! avrebbe voluto gridare. Lo stesso che ha ucciso mia madre e mio nipote! Prima che potesse parlare, però, un rumore ruppe all’improvviso il silenzio della biblioteca.

Era forte, e la sua eco proveniva dal basso. Era il rumore di un grosso oggetto di metallo che cade su un pavimento di piastrelle Langdon si irrigidì.