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— Mi capita spesso di desiderare di avere quattro mani, quando mi trovo in assenza di peso — mormorò Leo, cercando di non esprimere i propri dubbi ad alta voce.

— … ma i cambiamenti maggiori sono stati nel metabolismo. Non soffrono mai di nausea e vertigini, è qualcosa che ha a che fare con le modifiche del sistema vestibolare; e con un esercizio fisico di soli quindici minuti al giorno, mantengono il tono muscolare: niente a che vedere con le ore di palestra che io e lei dovremmo sorbirci nei periodi di lunga permanenza a gravità zero. Le loro ossa non si deteriorano. Mostrano persino una maggiore resistenza alle radiazioni. Il midollo spinale e le gonadi possono sopportare un’esposizione ai rem cinque volte maggiore di quella che noi potremmo sopportare prima che la GalacTech ci rispedisca a terra; tuttavia, i medici insistono perché attuino la riproduzione in giovane età, quando tutti quei costosissimi geni sono ancora freschi. Dopo tutto, per noi è una pacchia: lavoratori che non hanno mai bisogno di licenze a terra, sempre in piena salute, e in grado di ridurre drasticamente i costi dei ricambi; sono persino autoreplicanti — ridacchiò Van Atta.

Leo ripose l’ultimo dei suoi scarsi effetti personali e chiese lentamente: — Cosa… ne sarà di loro quando andranno in pensione?

Van Atta scrollò le spalle. — Immagino che la Compagnia troverà una soluzione, quando arriverà il momento. Per fortuna non è un problema mio; prima di allora, io sarò già in pensione.

— E se danno le dimissioni… o se ne vanno da un’altra parte? Supponiamo che qualcuno offra loro dei salari più alti? La GalacTech perderebbe tutto quello che ha speso per lo Sviluppo e le Ricerche.

— Ah, credo che lei non abbia afferrato in pieno la bellezza della cosa. Non possono dare le dimissioni. Non sono degli impiegati: sono come un capitale investito in apparecchiature. Non vengono pagati in denaro, anche se mi piacerebbe molto che il mio salario fosse pari a quanto spende la GalacTech ogni anno per mantenerli. Ma le cose miglioreranno quando l’ultima schiera di replicatori sarà completamente autosufficiente. Hanno smesso di produrne dei nuovi cinque anni fa, in attesa di poter passare questo compito agli stessi quad. — Van Atta sollevò un sopracciglio umettandosi le labbra, come se si divertisse per qualche barzelletta pepata. A Leo non dispiacque affatto di non aver afferrato l’umorismo.

Si voltò, raggomitolandosi in aria e incrociando le braccia. — Il Sindacato degli Spaziali lo chiamerà schiavismo — disse alla fine.

— Il Sindacato gli darà anche nomi peggiori; la loro produttività al confronto sembrerà inesistente — borbottò Van Atta. — Sottigliezze di linguaggio. Questi scimmiotti sono coccolati dalla culla alla tomba. La GalacTech non potrebbe trattarli meglio nemmeno se fossero di platino. Avessimo anche noi un trattamento del genere, amico mio!

— Ah — si limitò a rispondere Leo.

CAPITOLO SECONDO

Leo fu molto felice di scoprire che la bolla di osservazione posta su di un lato dell’Habitat Cay era munita di un telescopio, e fortunatamente in quel momento pareva deserta. Nel suo alloggio infatti non c’erano oblò. Decise quindi di entrare. Il suo piano di lavoro prevedeva quella giornata libera per riprendersi dal viaggio e dallo sfasamento del balzo, prima dell’inizio del corso. Una buona notte di sonno in assenza di peso aveva già molto migliorato il suo umore dopo il «giro di disorientamento», in effetti non trovava altro modo per definirlo, che Van Atta gli aveva fatto compiere il giorno precedente.

La curva dell’orizzonte di Rodeo dominava la vista che si godeva dalla bolla e dietro di esso si profilava la distesa di stelle. Solo una delle piccole e livide lune di Rodeo era visibile in quello scenario. Lo sguardo di Leo venne attratto da un bagliore al di sopra dell’orizzonte.

Regolò il telescopio per ingrandire l’immagine. Una navetta della GalacTech stava portando in orbita una delle gigantesche capsule da carico, contenente prodotti petrolchimici raffinati o materiali plastici probabilmente diretti alla Terra ormai priva di petrolio. Una serie di capsule simili si trovava già in orbita. Leo le contò: una, due, tre… sei, e con quella che stava arrivando erano sette. Due o tre piccoli rimorchiatori con equipaggio stavano già collegando le capsule, che poi sarebbero state riunite insieme e assicurate ad una delle grandi unità di spinta.

Una volta raggruppate e collegate alle unità di spinta, le capsule sarebbero state lanciate verso il lontano imbocco del corridoio spaziotemporale che consentiva di uscire dallo spazio di Rodeo. Dopo aver impartito velocità e direzione, i razzi si sarebbero staccati e sarebbero tornati su Rodeo per il carico seguente. Il gruppo di capsule senza equipaggio avrebbe continuato il suo viaggio lento e poco costoso verso il bersaglio, sarebbe stato uno dei tanti convogli sulla rotta fra Rodeo e l’anomalia spaziale nota come il punto di balzo.

Una volta là, le capsule sarebbero state raccolte dopo la necessaria fase di decelerazione e messe in posizione per il balzo. A quel punto, sarebbero entrati in scena i superpropulsori: vettori da carico appositamente progettati per fornire la spinta necessaria, costituiti da due barre di generatori di campo Necklin racchiuse nel loro alloggiamento protettivo, disposte in modo da circondare i gruppi di capsule e una coppia di normali razzi spaziali con una piccola camera di controllo per il pilota ed il suo casco neurologico. Senza i gruppi di capsule che lo bilanciavano, il superpropulsore ricordava a Leo uno strano insetto magico dalle lunghe gambe.

Ciascun pilota, con i circuiti neuronali collegati direttamente alla nave per potersi destreggiare nell’incerta e mutevole realtà dei corridoi spaziali, compiva due viaggi al giorno, uno verso Rodeo con le capsule di carico vuote e un altro di ritorno a pieno carico, a cui seguiva un giorno di libertà; due mesi di servizio seguiti da un mese di licenza a gravità normale, non pagata ma obbligatoria, durante il quale generalmente si prestava servizio come piloti di navette per arrotondare lo stipendio.

Pilotare una nave a balzo era molto più stancante che non l’assenza di peso. I piloti delle veloci navi passeggeri, come quella su cui aveva viaggiato Leo il giorno prima, chiamavano i piloti dei superpropulsori «cavalieri di giostre». I piloti delle navi da carico, di contro, li definivano degli snob.

Leo sorrise, pensando a quel convoglio di ricchezza che scivolava nello spazio. Non c’erano dubbi, l’Habitat Cay, per quanto affascinante, non rappresentava che una piccola parte dell’intera operazione della GalacTech su Rodeo. Il solo carico di capsule che veniva riunito in quel momento avrebbe potuto mantenere in pompa magna un’intera città di vedove e orfani di azionisti per un anno, ed era solo il primo di una serie apparentemente interminabile. La produzione della base era come una piramide rovesciata, in cui quelli alla base mantenevano una montagna di azionisti in continuo aumento, fatto di cui in genere Leo si sentiva segretamente orgoglioso e per nulla irritato.

— Il signor Graf? — Una voce di contralto si intromise nei suoi pensieri. — Sono la dottoressa Sondra Yei, capo del dipartimento di psicologia e addestramento dell’Habitat Cay.

La donna che si librava sulla porta indossava una tuta della Compagnia, di colore verde pallido. Vicina alla mezza età, piuttosto bruttina, aveva gli occhi a mandorla, il naso largo, le labbra carnose e la pelle color caffelatte, caratteristiche che le derivavano dalla sua discendenza mista. Si spinse attraverso l’apertura con i movimenti precisi e fluidi di chi è abituato all’assenza di peso.

— Ah, sì, mi avevano detto che voleva parlarmi. — Cortesemente, Leo attese che si fosse ancorata prima di tenderle la mano.

Indicò il telescopio con un gesto. — C’è una splendida vista della raccolta delle capsule da carico. Mi sembra che questo potrebbe essere un altro lavoro per i vostri quad.

— Già, infatti è più di un anno che lo fanno — Yei sorrise con soddisfazione. — Quindi non le riesce troppo difficile abituarsi ai quad? Il suo profilo psicologico ci faceva temere il contrario. Bene.