— Mi stai facendo una paternale! — disse il Principe. Con fare irritato si lasciò cadere a terra accanto alla strada. Allungandosi sul pendio erboso, toccò un albero stellare e ne strappò una manciata di foglie; poi le serrò nella mano, in modo così rabbioso che, certo, si conficcarono dolorosamente nel suo palmo. Una pesante carromobile ci passò accanto, la prima che vedevamo quella mattina sulla strada altrimenti deserta. Dentro c’erano degli invasori: alcuni di loro ci fecero dei cenni di saluto. Dopo parecchi minuti il Principe disse con voce più calma, quasi carezzevole: — Il mio nome è Enric. Ora dimmi il tuo.
— Vi prego di non insistere, Maestà.
— Ma ora tu sai il mio nome! Anche a me era proibito fartelo conoscere!
— Io non ve l’ho chiesto — dissi con fermezza.
Alla fine non gli dissi il mio nome. Rifiutare a un Principe senza potere una simile informazione era una ben misera vittoria, ma egli me la fece scontare in mille piccoli modi. Prese a tormentarmi, ad assillarmi, a stuzzicarmi, a maledirmi e a rimproverarmi. Parlò con disprezzo della mia Corporazione. Pretese da me meschini servigi. Lubrificai la sua maschera di metallo; sparsi unguento nelle sue orbite vuote; feci tante altre cose troppo umilianti perché io le ricordi qui. E in questo modo proseguimmo sulla strada di Perris, il vecchio vuoto e il giovane svuotato, colmi di odio l’uno verso l’altro eppure legati reciprocamente dalle necessità e dai doveri dei viandanti.
Fu un periodo difficile. Dovevo far fronte al suo umore mutevole, che si innalzava a vertici cosmici durante i suoi piani di riconquista della Terra ora asservita, e che cadeva in abissi di disperazione nell’accorgersi che l’asservimento era definitivo. Dovevo proteggerlo dalla sua stessa temerarietà nei villaggi, dove spesso si comportava come se fosse ancora il Principe di Roum e diceva a tutti di far questo e quello, giungendo fino a schiaffeggiare qualcuno, cosa ben poco consona a un sant’uomo. E, peggio ancora, dovevo andare incontro alle sue brame, comprandogli i favori di donne che si accostavano a lui nel buio, ignare di avere a che fare con qualcuno che affermava di essere un Pellegrino. Come Pellegrino era un impostore, poiché non portava la pietra di stella con la quale i Pellegrini entrano in comunione con la Volontà. In un modo o nell’altro riuscii a fargli superare tutte le sue crisi, anche quando incontrammo sulla nostra strada un Pellegrino, uno vero. Era un vecchio formidabile e cavilioso, con la testa piena di sofisticherie teologiche. — Fermati a discutere con me l’immanenza della Volontà — disse al Principe, e il Principe, la cui pazienza quel pomeriggio era molto limitata, rispose con una sconcezza. Colpii col piede lo stinco principesco, in modo clandestino, e dissi al Pellegrino stupefatto: — Il nostro amico non sta molto bene, oggi. La scorsa notte è entrato in comunione con la Volontà e ha ricevuto una rivelazione che gli ha sconvolto la mente. Vi prego perciò di lasciarci proseguire e di non parlare con lui di sante cose finché non si sarà ristabilito.
Con tali improvvisazioni riuscii a portare avanti il nostro viaggio.
Mentre la temperatura si faceva più dolce, anche l’atteggiamento del Principe si veniva maturando. Forse si stava lentamente riconciliando con la sua catastrofe, o magari, nella prigione della sua mente abbuiata, si stava insegnando nuove tattiche per sopperire alle diversità della sua nuova esistenza. Parlava quasi con indolenza di se stesso, della sua caduta e della sua umiliazione. Parlava del potere che era stato suo con termini che lasciavano chiaramente capire come non avesse nessuna illusione di riconquistarlo. Parlava della sua ricchezza, delle sue donne e dei gioielli, delle macchine strane e dei suoi Musici, Servitori, Diversi; dei Padroni e perfino degli altri Dominatori che si erano inginocchiati dinanzi a lui. Non potrei dire che a tratti riuscissi ad amarlo, ma almeno in quelle occasioni riconoscevo un essere umano sofferente dietro la sua maschera impassibile.
Perfino lui riconobbe in me un essere umano. So che dovette costargli molto.
Disse: — Il vero lato negativo del potere, Vedetta, è che ti allontana dalle persone. Le persone diventano cose. Considera il tuo caso. Per me, tu non eri altro che una macchina che se ne andava in giro Vigilando contro gli invasori. Immagino che tu avessi sogni, ambizioni, collere e tutto il resto, ma io ti vedevo come un vecchio rinsecchito e privo di una vita indipendente al di fuori degli scopi della tua Corporazione. Ora vedo molte più cose, pur non vedendone più nessuna.
— Cosa vedete?
— Un tempo eri giovane, Vedetta. Avevi una città che amavi. Una famiglia. Una ragazza, forse. Ti sei scelto, oppure hanno scelto per te, una Corporazione, hai iniziato il tuo apprendistato, hai lottato, la testa ti doleva, il ventre ti si stringeva, c’erano momenti oscuri nei quali ti chiedevi se tutto ciò avesse un senso, uno scopo. E intanto ci vedevi passare accanto a te, noi Padroni, o Dominatori, ed eravamo come comete che ti sfrecciavano accanto. Eppure eccoci qui riuniti, vomitati dalle mareggiate sulla strada per Perris. Chi di noi due è più felice, ora?
— Io sono ormai al di là della felicità e del dolore — dissi.
— Davvero? È questa la verità? O è piuttosto una frase fatta dietro cui ti nascondi? Dimmi, Vedetta: so che la tua Corporazione ti proibisce di sposarti, ma tu hai mai amato?
— Qualche volta.
— E ora sei al di là anche di questo?
— Sono vecchio — dissi in tono evasivo.
— Ma potresti amare. Potresti amare. Ora sei sciolto dai tuoi voti, non è vero? Potresti sposarti.
Scoppiai a ridere. — E chi mi vorrebbe?
— Non parlare così. Non sei poi tanto vecchio. Hai della forza. Hai visto il mondo, e lo capisci. Ma come, a Perris potresti trovare qualche donna che… — Fece una pausa. — Non sei mai stato tentato, quando ancora dovevi osservare i tuoi voti?
Proprio in quell’istante un’Alata passò sopra di noi. Era di mezza età, e procedeva a fatica nel cielo poiché sulle sue ali gravava ancora parte della luce solare. Provai una fitta, e avrei voluto dire al Principe: “Sì, sì, sono stato tentato, c’era una piccola Alata non molto tempo fa, una ragazza, una bimba, Avluela: e a modo mio l’ho amata, benché non l’abbia mai sfiorata: e l’amo ancora”.
Ma non dissi nulla al Principe Enric.
Osservai, invece, quall’Alata nel cielo, più libera di me in virtù delle sue ali, e nel tepore della sera primaverile sentii il gelo della desolazione che mi avvolgeva.
— Perris è lontana? — domandò il Principe.
— Continueremo a camminare, e un giorno vi giungeremo.
— E poi?
— Per me l’apprendistato nella Corporazione dei Ricordatori, e una nuova vita. E per voi?
— Spero di trovarvi amici — disse lui.
Continuammo a camminare, lunghe ore ogni giorno. C’erano alcuni che, passandoci vicino, si offrivano di portarci fino alla città, ma noi rifiutavamo perché sapevamo che, nei punti di controllo, gli invasori cercavano i membri della nobiltà ancora liberi, come il Principe. Camminammo in una galleria lunga miglia e miglia, sotto montagne ricoperte di ghiacci e sconvolte da bufere; entrammo in una vasta pianura abitata da contadini; sostammo sulla riva di fiumi in disgelo per dare sollievo ai nostri piedi. L’estate dorata ci avvolse come un’esplosione. Attraversavamo il mondo ma non ne facevamo parte; non udimmo mai notizie della conquista, benché fosse evidente che gli invasori avevano preso possesso di tutto. In piccoli velivoli si libravano ovunque, ispezionando il nostro mondo che adesso era loro.
Obbedivo in ogni modo agli ordini del Principe, anche a quelli più spiacevoli. Tentavo di rendere meno squallida la sua esistenza. Cercavo di dargli ancora la sensazione di essere un sovrano, anche se soltanto il sovrano di una vecchia e inutile Vedetta. E gli insegnai pure il modo migliore per comportarsi come un vero Pellegrino. Da quel poco che conoscevo ripescai per lui gesti, frasi, preghiere. Era evidente che il Principe aveva trascorso ben poco tempo a contatto con la Volontà, quando ancora regnava. Ora egli professava la fede, ma non era sincero: anche quello faceva parte del suo travestimento.