In una città chiamata Dijon, egli mi disse: — Qui acquisterò gli occhi.
Non occhi veri, certo. Il segreto della produzione di protesi simili s’era perso col Secondo Ciclo. Laggiù, su stelle più fortunate, ogni miracolo è disponibile, al suo prezzo, ma la nostra Terra è un mondo dimenticato nelle acque stagnanti dell’universo. Prima della conquista il Principe avrebbe potuto recarsi laggiù per acquistarsi una nuova vista, ma ora il massimo che poteva ottenere era un modo per distinguere il chiaro dallo scuro. Eppure, anche quello gli avrebbe dato un rudimento di vista: ora non aveva che un riverberatore che lo avvertiva degli ostacoli davanti a lui. Come faceva, però, a sapere che a Dijon avrebbe trovato un artigiano dell’abilità necessaria? E come contava di pagare?
Mi disse: — Qui abita il fratello di un mio Scriba. Appartiene alla Corporazione degli Artefici, e spesso ho comprato le sue opere, a Roum. Lui ha gli occhi che cerco.
— E il costo?
— Ho ancora qualche mezzo…
Ci fermammo in un campo di querce da sughero sbocconcellate, e il Principe si slacciò l’abito. Indicandomi un punto sulla coscia, disse: — Ho qui una riserva per le emergenze. Dammi il coltello! — Glielo diedi, e lui lo impugnò e premette il pulsante che faceva scaturire la fredda, sottile lama di luce. Con la mano sinistra si tastò la coscia, cercando il punto esatto; poi, tendendo la pelle con due dita, praticò un’incisione chirurgica lunga cinque centimetri. La carne non sanguinò, né mi parve che egli avvertisse dolore. Guardai meravigliato mentre introduceva le dita nell’incisione e ne allargava le labbra, mettendosi poi a frugarvi dentro come in un sacco. Mi restituì il coltello. Tesori scaturirono dalla sua coscia.
— Bada che nulla vada perduto — mi ordinò.
Sull’erba caddero sette sfavillanti gioielli provenienti da altri mondi, un minuscolo e artistico globo celeste, cinque monete d’oro della Roum Imperiale dei cicli passati, un anello che portava incastonata una fulgida macula di quasi vita, la boccetta di un profumo sconosciuto, vari strumenti musicali in miniatura, scolpiti in legni e metalli preziosi, otto statuette di personaggi dall’aspetto regale, e altre cose. Radunai quelle meraviglie in un mucchietto rilucente.
— Un’ipertasca — spiegò freddamente il Principe — che un abile Chirurgo mi ha inserito nella carne. Prevedendo che, in un momento di crisi, forse sarei stato costretto a lasciare di fretta il palazzo, avevo nascosto qui dentro quanto più potevo; c’è ben altro nel luogo da cui provengono questi oggetti! Su, dimmi cosa ho estratto!
Gli feci un elenco completo. Egli mi ascoltò fino alla fine con aria tesa e concentrata: certo aveva tenuto il conto di ciò che era uscito, e ora metteva alla prova la mia onestà. Quando ebbi terminato, egli annuì, compiaciuto. — Tieni il globo — mi disse — e l’anello, e i due gioielli più luminosi. Nascondili nella tua scarsella. Il resto rimettilo dentro. — Riallargò le labbra dell’incisione, e io ci lasciai cadere, uno alla volta, quei preziosi: là dentro si riunirono a chissà quali altri tesori, fermi in un’altra dimensione la cui unica uscita era chiusa entro la carne del Principe. Poteva essere nascosta nella coscia anche metà del contenuto del palazzo. Infine riaccostò le labbra premendo tra loro, e l’incisione guarì perfettamente, senza lasciare cicatrice, sotto i miei occhi. Si rivestì.
In città individuammo quasi subito la bottega di Bordo l’Artefice. Era un uomo tozzo dal volto lentigginoso, la barba grigia, un tic a un occhio e il naso schiacciato, ma aveva dita delicate quanto quelle di una donna. La sua bottega era un ambiente buio con polverosi scaffali di legno e piccole finestre; la costruzione poteva avere anche diecimila anni. Alcuni oggetti di scelta raffinata erano in mostra. La maggior parte no. Ci osservò con occhi guardinghi, chiaramente sconcertato al vedere che una Vedetta e un Pellegrino si rivolgevano a lui.
A una gomitata del Principe dissi: — Il mio compagno ha bisogno di occhi.
— Ne faccio un tipo, sì. Ma sono cari, e ci vanno mesi per costruirli. Superiori alle possibilità di un Pellegrino.
Deposi un gioiello sul bancone consumato dal tempo. — Abbiamo possibilità.
Scosso, Bordo afferrò il gioiello, lo girò da una parte e dall’altra e vide il fuoco di altri mondi sfavillare nel cuore della pietra.
— Se tornerete al cader delle foglie…
— Non tenete occhi in negozio? — chiesi.
Lui sorrise. — Ne vendo così pochi… E teniamo poco assortimento in negozio.
Misi sul bancone il globo celeste. Bordo lo riconobbe immediatamente come l’opera di un maestro, e spalancò la bocca per la sorpresa. Appoggiò il globo su un palmo e prese a tormentarsi la barba con l’altra mano. Glielo lasciai ammirare quel tanto che bastava perché se ne innamorasse, poi lo ripresi e dissi: — L’autunno è così lontano… Dovremo rivolgerci altrove. A Perris, forse. — Presi per il gomito il Principe e ci avviammo lentamente verso la porta.
— Fermatevi! — gridò Bordo. — Fatemi fare almeno un controllo! Forse posso averne un paio da qualche parte. — E si mise a rovistare furiosamente nelle ipertasche montate sulla parete di fondo.
Fra quanto aveva in negozio c’erano occhi, naturalmente, e io mercanteggiai un poco sul prezzo finché non ci accordammo per il globo, l’anello e un gioiello. Il Principe rimase silenzioso per tutta la transazione. Io richiesi l’installazione immediata e Bordo, annuendo eccitato, chiuse bottega e s’infilò una cuffia pensante, con cui chiamò un Chirurgo dal viso giallastro. In breve cominciarono i preliminari per l’intervento. Il Principe si distese su un pagliericcio in una stanza sterile e accuratamente sigillata. Si tolse il riverberatore e poi la maschera; e quando quei lineamenti affilati furono visibili, Bordo, che era stato alla corte di Roum, grugnì di stupore e fece per dire qualcosa. Il mio piede calò con forza sul suo. Bordo si ringoiò le parole: e il Chirurgo, ignaro, prese tranquillamente a detergere le orbite vuote.
Gli occhi erano sfere grigio perla, più piccole degli occhi veri e interrotte da fessure trasversali. Quali meccanismi contenessero lo ignoro, ma dal fondo si dipartivano sottili collegamenti dorati da allacciare ai nervi ottici. Il Principe dormì durante la prima fase dell’operazione, mentre io stavo di guardia e Bordo prestava assistenza al Chirurgo. Poi fu necessario risvegliarlo. Il suo viso si contorse, ma il dolore venne così rapidamente dominato che Bordo mormorò sottovoce una preghiera, di fronte a tanta forza di volontà.
— Fate luce — disse il Chirurgo.
Bordo avvicinò un globo vagante. Il Principe disse: — Sì, sì, vedo la differenza.
— Dobbiamo controllare. Dobbiamo accomodare — disse il Chirurgo.
Bordo se ne uscì dalla stanza. Lo seguii. L’uomo tremava e il suo volto era verde di paura.
— Ora ci ucciderete? — domandò.
— Certo che no.
— Ho riconosciuto…
— Avete riconosciuto un povero Pellegrino — gli dissi — che è stato toccato da un’orribile sventura nel suo viaggio terreno. Niente di più. Niente d’altro.
Per un po’ esaminai i lavori di Bordo. Poi Chirurgo e paziente emersero. Ora il Principe aveva le sfere perlacee nelle orbite, con un menisco di falsa carne tutt’attorno per fissare la tenuta. Sembrava più una macchina che un uomo con quelle due cose inanimate sotto il ciglio; con le mosse del capo le fessure si allargavano, si stringevano, si allargavano di nuovo, in silenzio, quasi furtivamente. — Osserva — mi disse, e si mise a vagare per la bottega, indicando gli oggetti e perfino chiamandoli con il loro nome. Sapevo che vedeva come attraverso un fitto velo, ma se non altro vedeva, in un certo modo. Si rimise la maschera e al cadere della notte eravamo già fuori Dijon.