La mente si ritrae, dinanzi a un’èra simile; eppure fu proprio durante il Primo Ciclo che vennero fondate città meravigliose… Roum, Perris, Aten, Jorslem… e vennero compiute splendide gesta. Si prova un reverenziale timore a pensare a questi nostri antenati che, puzzolenti (certamente), ignoranti, privi di macchine, furono pur tuttavia capaci di affrontare il loro universo e perfino, in un certo grado, di dominarlo.
Guerre e affanni furono una costante per l’intero Primo Ciclo. Distruzione e creazione erano quasi simultanee. Le fiamme divoravano le più gloriose città dell’uomo. Il caos minacciava in ogni momento di sopraffare l’ordine. Come aveva potuto l’uomo sopportare simili condizioni di vita per migliaia di anni?
Verso la fine del Primo Ciclo molti primitivismi vennero superati. Finalmente l’uomo riuscì a disporre di certe fonti di energia; fu allora che iniziarono trasporti veri; le comunicazioni a grande distanza divennero possibili; molte invenzioni trasformarono in breve il volto del mondo. E anche le capacità belliche si tennero al passo con gli altri progressi tecnologici; ma la catastrofe finale fu sempre evitata, anche se diverse volte parve sul punto di scoppiare. Fu durante questa fase finale del Ciclo che i Continenti Scomparsi vennero colonizzati, oltre alla Stralya, e che si ebbero i primi contatti con i vicini pianeti del nostro sistema solare.
La transizione dal Primo al Secondo Ciclo è stata arbitrariamente fissata al momento in cui l’uomo incontrò per la prima volta altre creature intelligenti del cosmo. Ciò, dicono i Ricordatori, si verificò meno di cinquanta generazioni da che i popoli del Primo Ciclo erano giunti a dominare l’energia elettronica e nucleare. Così noi oggi possiamo correttamente affermare che gli antichi popoli della Terra caddero quasi a capofitto dalla loro vita selvaggia ai primi contatti galattici… o meglio, che essi superarono quel golfo con pochi rapidi passi.
Anche questo è motivo d’orgoglio. Perché se il Primo Ciclo fu grande nonostante i suoi freni, il Secondo Ciclo non conobbe freni e creò miracoli.
In quell’epoca l’umanità si allargò fra le stelle, e le stelle vennero all’umanità. La Terra era un mercato per le merci di ogni mondo. Le meraviglie erano cosa comune. Si poteva vivere per centinaia di anni; occhi, cuore, polmoni, reni, tutto veniva sostituito con la stessa facilità di un paio di scarpe; l’aria era pura, nessuno era affamato, la guerra era un ricordo dimenticato. Macchine di ogni genere servivano l’uomo. Ma le macchine non erano sufficienti, e così le genti del Secondo Ciclo allevarono uomini che erano macchine, o macchine che erano uomini: creature che geneticamente erano umane, ma nate artificialmente e trattate con farmaci che impedivano l’accumulo permanente dei ricordi. Queste creature, analoghe ai nostri neutri, erano in grado di svolgere con efficienza i lavori della giornata, ma la loro mente non riusciva a costruire quel corpo permanente di ricordi, esperienze, speranze e conoscenze che costituisce il marchio dell’anima umana. Milioni di questi individui non del tutto umani svolgevano i più noiosi lavori di ogni giorno, permettendo agli altri una vita di brillante soddisfazione. Dopo la creazione dei subumani venne la creazione dei superanimali, i quali, grazie a manipolazioni biochimiche del cervello, erano capaci di portare a termine incarichi un tempo impossibili alla loro specie: cani, gatti, topi e mucche vennero reclutati nelle schiere operaie, mentre certe specie di scimmie svolgevano compiti in precedenza riservati agli esseri umani. Attraverso questo sfruttamento di tutte le potenzialità dell’ambiente, l’uomo creò un paradiso sulla Terra.
Lo spirito umano raggiunse le sue vette più alte. Poeti, studiosi, scienziati davano contributi stupendi. Splendide città si stendevano per ogni dove. La popolazione era immensa, eppure c’era spazio per tutti e nessuna scarsità di risorse. Ciascuno poteva togliersi qualsiasi capriccio; furono fatti molti esperimenti con la chirurgia genetica e con i farmaci mutageni e teratogeni, cosicché le razze umane adottarono molte forme nuove. Non c’era ancora, tuttavia, nulla di simile alle forme mutanti del nostro Ciclo.
Nel cielo sfilavano in maestosa processione stazioni spaziali in grado di soddisfare ogni necessità immaginabile. Fu allora che vennero costruite le due nuove lune: i Ricordatori non hanno ancora ben stabilito se il loro scopo era funzionale o puramente estetico. Forse le aurore che compaiono ogni notte nei nostri cieli possono essere state installate in quei giorni, ma alcuni gruppi di Ricordatori sostengono che la presenza di aurore nelle zone temperate iniziò con gli sconvolgimenti geofisici che annunciarono la fine di quel Ciclo.
Fu, in ogni modo, la migliore delle epoche in cui vivere.
“Vedi la Terra e poi muori” era la parola d’ordine di tutti gli extraterrestri. Nessuno che intraprendesse una grande crociera galattica oltrepassava senza una visita il pianeta dei miracoli. Noi davamo il benvenuto agli stranieri, accettavamo i loro complimenti e il loro denaro, offrivamo ogni comodità di loro desiderio e con orgoglio facevamo sfoggio della nostra grandezza.
Il Principe di Roum può testimoniare come il fato dei potenti sia alla fine l’umiliazione, e come quanto più in alto si vada alla ricerca della grandezza, tanto più catastrofica sarà poi la caduta. Dopo alcune migliaia di anni di glorie che io non giungo neppure a capire, i fortunati popoli del Secondo Ciclo si spinsero troppo in là e commisero due errori, uno per arroganza folle, e l’altro per eccessiva confidenza. La Terra sta ancora pagando per la loro superbia.
Gli effetti del primo si avvertirono lentamente. Fu un risultato dell’atteggiamento della Terra verso le altre specie della Galassia, che era passato durante il Secondo Ciclo dal rispetto timoroso all’accettazione come cosa scontata, e al disprezzo. All’inizio del Ciclo, l’ingenua e fragile Terra era scaturita in seno a una Galassia già popolata da razze progredite, che da lungo tempo erano già in contatto fra di loro. Ciò avrebbe potuto produrre un trauma di scoraggiamento; ma invece generò un impulso aggressivo teso a eccellere e a superare. Fu così che presto i terrestri giunsero a considerare la maggior parte dei galattici come uguali, e poi, con il continuo progresso della Terra, come inferiori. Da ciò nacque un’abitudine sbrigativa di disprezzo verso le razze più arretrate.
Si propose così di costruire sulla Terra delle “riserve di studio” per esemplari di razze inferiori. Queste riserve dovevano riprodurre l’ambiente naturale di tali razze e dovevano essere aperte a tutti gli studiosi che volessero osservare i loro processi vitali. Tuttavia, le spese per il raccoglimento e il mantenimento degli esemplari furono tali che ben presto fu necessario aprire le riserve al grande pubblico, a puri fini di divertimento. Quelle riserve, sedicenti scientifiche, non erano altro, in fondo, che giardini zoologici per specie intelligenti aliene.
All’inizio si raccolsero soltanto creature veramente aliene, quelle così remote da ogni norma biologica o psicologica umana da non offrire quasi nessuna possibilità di essere considerate come “persone”. Un essere multipede che vive in un serbatoio di metano sotto alta pressione non suscita un senso di solidarietà in chi, magari, potrebbe opporsi all’imprigionamento di creature intelligenti. Se poi quel respiratore di metano appartiene a una civiltà complessa, basata su norme davvero uniche e rispondenti al suo ambiente, allora si può sostenere che è importantissimo riprodurre tale ambiente sulla Terra, per poter studiare una civiltà così strana. Perciò le prime riserve contennero solo gli esseri davvero strani. I raccoglitori di esemplari erano anche vincolati da un’altra condizione: dovevano prendere solo creature che non avessero ancora raggiunto lo stadio del volo interstellare. Non sarebbe stato educato rapire esseri viventi che avessero dei connazionali fra quei turisti interstellari che, con i loro viaggi, sostenevano in modo massiccio l’economia della Terra.