Dopo un periodo di preparazione che durò secoli e dopo che quel progetto aveva assorbito più mezzi e più sforzi che qualsiasi altro progetto della storia umana, le macchine climatiche entrarono in funzione.
Ne risultò la devastazione.
Quel disastroso esperimento di alterazione planetaria diede come frutto uno spostamento dei poli geografici, un lungo periodo di glaciazione su gran parte dell’emisfero settentrionale, l’imprevedibile inabissamento dell’Usa-amrik e del Sud-amrik, suo vicino, la creazione del Ponte di Terra tra Afrik ed Eyrop, e la quasi totale distruzione della civiltà umana. Quegli sconvolgimenti non si verificarono in un sol colpo. È evidente oggi che il progetto dovette proseguire senza gravi conseguenze per i primi secoli; il ghiaccio polare si fuse e il corrispondente aumento di livello dei mari fu affrontato con la costruzione di evaporatori a fusione — minuscoli soli, in verità — in certi punti strategici dell’oceano. Solo dopo vario tempo divenne evidente che le macchine climatiche stavano apportando mutamenti architettonici nella crosta terrestre. E questi mutamenti, a differenza di quelli climatici, si dimostrarono irreversibili.
Fu un periodo di tempeste furiose seguito da interminabili siccità; morirono centinaia di milioni di persone; tutte le comunicazioni furono interrotte; si verificarono migrazioni di masse terrorizzate dai continenti condannati. Il caos trionfò. La splendida civiltà del Secondo Ciclo andò in pezzi. Le riserve di creature aliene vennero distrutte.
Per salvare quel che restava della popolazione, alcune potenti razze galattiche presero il comando sulla Terra. Costruirono piloni a energia per stabilizzare le oscillazioni dell’asse terrestre; smantellarono le macchine climatiche che non erano ancora state distrutte dalle convulsioni planetarie; nutrirono gli affamati, rivestirono gli ignudi, e offrirono prestiti per la ricostruzione. Per noi quello fu il Tempo del Rifiuto, nel quale ogni nostra struttura e convenzione sociale venne spazzata via. Non più padroni del nostro mondo, accettammo la carità degli stranieri e ci riducemmo a strisciare.
Eppure, proprio perché eravamo ancora la razza di un tempo, ci risollevammo a un certo grado. Avevamo dilapidato i capitali del nostro pianeta e non avremmo mai più potuto essere altro che poveri e falliti, ma in maniera più umile entrammo nel nostro Terzo Ciclo. Alcune tecniche scientifiche dei tempi precedenti ci erano ancora accessibili. Ne vennero elaborate altre, che in genere si basavano su principi del tutto diversi. Furono formate le Corporazioni per ridare ordine alla società: Dominatori, Padroni, Mercanti, e tutte le altre. I Ricordatori lottarono per salvare ciò che si poteva strappare ai rottami del passato.
Inostri debiti verso i soccorritori erano enormi. Completamente falliti, non avevamo nessun modo per ripagarli; speravamo invece di ottenere una dichiarazione di impossibilità a pagare, una specie di assoluzione. Erano già stati avviati dei negoziati in quel senso quando si verificò un intervento inaspettato. Gli abitanti di H362 avvicinarono il comitato dei curatori fallimentari della Terra e si offrirono di rimborsare le loro spese… in cambio del passaggio ad H362 di ogni futuro diritto sulla Terra.
Così venne fatto.
Ora H362 si considerava proprietario a tutti gli effetti del nostro mondo. E fece sapere alla Galassia che si riservava il diritto di prenderne possesso in un indeterminato momento futuro. Non appena ne sarebbe stato capace, cioè, in quanto a quell’epoca H362 non aveva ancora raggiunto lo stadio del volo interstellare. Da quel momento, però, H362 venne considerato il legale proprietario di ogni bene della Terra, in qualità di acquirente in occorso fallimento.
Come era chiaro a tutti, questo era il modo scelto da H362 per mantenere la sua promessa di “trasformare la Terra stessa in una gigantesca riserva”, come contrappasso dell’offesa inferta loro dalla nostra squadra di raccoglitori, tanto tempo prima.
Sulla Terra, la società del Terzo Ciclo si costituì lungo le direttive che ancora oggi mantiene, con la sua rigida stratificazione in Corporazioni. La minaccia di H362 venne presa seriamente, perché il nostro era un mondo avvilito che non poteva più farsi gioco di nessuna minaccia, per insignificante che fosse; una Corporazione di Vedette fu incaricata di scrutare i cieli alla ricerca di aggressori. Seguirono poi i Difensori e tutto il resto. In tanti piccoli modi mostrammo ancora le nostre antiche capacità d’immaginazione, soprattutto negli Anni della Magia, quando in un impulso di fantasia creammo la Corporazione degli Alati — una mutazione capace di trasmettere le sue caratteristiche ai discendenti — e inoltre una Corporazione di Nauti, parallela a essa, di cui oggi poco si ricorda, e parecchie altre varietà, inclusa l’imprevedibile e preoccupante Corporazione dei Diversi, le cui caratteristiche genetiche erano notevolmente instabili.
Le Vedette vigilarono. I Dominatori governarono. Gli Alati volteggiarono. La vita proseguì, anno dopo anno, in Eyrop e in Ais, in Stralya, in Afrik, nella manciata di isolette che costituivano gli unici resti dei Continenti Scomparsi di Usa-amrik e Sud-amrik. La promessa di H362 entrò a far parte della mitologia; ma noi rimanemmo vigili, in attesa. E sull’altro versante del cosmo i nostri nemici raccoglievano forza, fino a raggiungere in parte la potenza che era stata nostra nel Secondo Ciclo. E mai dimenticarono il giorno in cui i loro confratelli erano stati condotti prigionieri nelle nostre riserve.
In una notte di terrore erano giunti a noi. Ora essi sono i nostri padroni e hanno mantenuto la promessa, hanno fatto valere la rivendicazione.
Tutto questo, e molto altro, lo imparai frugando fra i serbatoi di conoscenze della Corporazione dei Ricordatori.
13
Nel frattempo, colui che era stato Principe di Roum abusava vergognosamente dell’ospitalità del nostro co-garante, il Ricordatore Elegro. Avrei dovuto accorgermene, perché conoscevo il Principe e i suoi modi meglio di chiunque altro a Perris. Ma ero troppo immerso negli archivi, a imparare il passato. Mentre esploravo i particolari degli archivi protoplasmatici e dei noduli rigenerativi del Secondo Ciclo, i suoi convogliatori di vento e i suoi stabilizzatori del flusso fotonico, il Principe Enric seduceva il Ricordatore Olmayne.
Come tante altre seduzioni, così credo che neppure quella abbia scatenato un grande conflitto di volontà. Olmayne era una donna sensuale, e il suo atteggiamento verso il marito era affettuoso ma condiscendente.
Considerava chiaramente Elegro un incapace, un pasticcione borioso. Elegro, la cui alterigia e il cui aspetto severo non nascondevano una interiore mancanza di fermezza, pareva davvero meritare il suo disprezzo. Non sta a me dare giudizi sul loro matrimonio, ma era evidente che la più forte era lei, e che lui non poteva affatto esserle alla pari.
E poi, perché Olmayne aveva subito accettato di avallare il nostro ingresso nella sua Corporazione?
Non certo per desiderio di una vecchia Vedetta stracciona. Doveva essere stato il desiderio di conoscere qualcosa di più sul conto di quello strano, imperioso Pellegrino cieco che accompagnava la Vedetta. Fin dal primo momento, dunque, Olmayne doveva essersi sentita attratta dal Principe Enric; e a lui, naturalmente, non erano certo occorsi molti incoraggiamenti per accettare il dono che gli veniva offerto.
Forse erano divenuti amanti fin dal giorno del nostro arrivo al Collegio dei Ricordatori.
Io me ne andavo per la mia strada, ed Elegro per la sua, e Olmayne e il Principe per la loro, e l’estate cedette il passo all’autunno e l’autunno all’inverno. Scavavo fra le registrazioni con impazienza furiosa. Mai prima d’allora avevo conosciuto una simile partecipazione, una curiosità così intensa. Senza neppure la visita a Jorslem, mi sentivo rinnovato. Vedevo pochissimo il Principe, e i nostri incontri erano generalmente silenziosi: non spettava a me interrogarlo sulle sue azioni, e lui non provava desiderio di darmi spontaneamente delle spiegazioni.