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— Fuori! — ordinò il Principe. — Lasciaci!

Elegro fuggì.

Io rimasi, attonito e barcollante. Il Principe mi fece un cenno gentile. — Ti spiacerebbe, amico mio, lasciarci soli per alcuni minuti?

14

Un debole può venir messo in rotta da un attacco di sorpresa, ma in seguito egli si ferma, riflette, trama qualche complotto. Così fu per il Ricordatore Elegro. Forzato fuori del proprio alloggio dallo smascheramento del Principe di Roum, egli si calmò e ricorse all’astuzia non appena lontano da quella presenza terrificante. Più tardi, quella stessa sera, mentre mi sistemavo sul mio giaciglio e esitavo se aiutare il sonno con qualche droga, Elegro mi convocò nella sua cella di lavoro, a un piano inferiore dell’edificio.

Là egli sedeva, fra gli attrezzi tipici della sua Corporazione: rotoli e bobine, lamine per dati, capsule, cuffie, un quartetto di cervelli collegati in serie, una fila di schermi visivi, una piccola spirale ornamentale, tutti i simboli dei raccoglitori d’informazioni. Fra le mani stringeva un cristallo assorbitore di tensione, proveniente da uno dei inondi della Nuvola; il cuore lattiginoso del cristallo si tingeva rapidamente di nero seppia mentre assorbiva dal suo spirito ogni turbamento. Elegro ostentava una posa di severa autorità, quasi che io non avessi visto tutta la sua mancanza di spina dorsale.

Disse: — Conoscevate l’identità di quell’uomo, quando siete giunto con lui a Perris?

— Sì.

— Non ne avete mai parlato.

— Non mi è mai stato chiesto.

— Sapete a quale rischio ci avete esposti tutti quanti, facendoci nascondere inconsapevolmente un Dominatore?

— Siamo terrestri — dissi. — Non riconosciamo forse più l’autorità dei Dominatori?

— Non più dopo la conquista. Per decreto degli invasori tutte le precedenti forme di governo sono annullate e i passati governanti sono passibili di arresto.

— Ma certo dovremmo opporci a un simile ordine!

Il Ricordatore Elegro mi fissò in modo quasi canzonatorio. — È forse compito dei Ricordatori immischiarsi nella politica? Tomis, noi obbediamo al governo che è al potere, indipendentemente dalla sua natura e dal modo con cui ha preso il comando. Qui non conduciamo attività di resistenza.

— Lo vedo.

— Perciò dobbiamo liberarci subito di questo pericoloso fuggiasco. Tomis, vi incarico di recarvi immediatamente al quartier generale delle truppe di occupazione, e di informare Governatore dell’Uomo Sette che abbiamo catturato il Principe di Roum e lo tratteniamo qui in attesa che se lo vengano a prendere.

— Io dovrei andare? — mormorai. — Perché mandare un vecchio come messaggero nel cuore della notte? Una normale comunicazione con una cuffia pensante sarebbe sufficiente!

— È troppo rischioso. Estranei potrebbero intercettare la comunicazione. Non gioverebbe alla nostra Corporazione la diffusione di tale notizia. Dovrà essere una comunicazione personale.

— Ma scegliere un insignificante apprendista per portarla… mi sembra strano…

— Soltanto noi due sappiamo — disse Elegro. — Io non voglio andare. Perciò voi dovete andarci.

— Senza un’adeguata credenziale non mi lasceranno mai parlare a Governatore.

— Informate i suoi aiutanti che siete latore di notizie che riguardano la cattura del Principe di Roum. Vi ascolteranno.

— Devo fare il vostro nome?

— Se necessario. Potete dire che il Principe è tenuto prigioniero nel mio appartamento con l’aiuto di mia moglie.

Quasi scoppiai a ridere a quelle parole. Ma rimasi serio dinanzi a quel codardo Ricordatore che non osava neppure andare di persona a denunciare l’uomo che l’aveva fatto becco.

— Alla fine — dissi — il Principe verrà a sapere cosa abbiamo fatto. Vi sembra giusto chiedermi di tradire l’uomo che mi è stato compagno per tanti mesi?

— Qui non si tratta di tradimento, bensì dei nostri doveri verso il governo.

— Io non mi riconosco nessun dovere verso questo governo. La mia fedeltà va alla Corporazione dei Dominatori. È per questo che ho assistito il Principe di Roum quando si trovava in pericolo.

— Per quanto avete fatto — disse Elegro — i conquistatori potrebbero togliervi la vita. L’unico modo per farvi perdonare consiste nell’ammettere il vostro errore e nel cooperare al suo arresto. Andate. Subito.

Nella mia lunga esistenza ne ho dovute sopportare tante, ma mai ho disprezzato qualcuno con la violenza con cui disprezzavo Elegro in quel momento.

Eppure avevo poche scelte, e nessuna di quelle scelte era gradevole. Elegro voleva che il suo offensore fosse punito, ma gli mancava il coraggio di denunciarlo di persona; perciò toccava a me consegnare alle autorità un uomo che avevo protetto e assistito, e verso il quale mi sentivo una certa responsabilità. Se rifiutavo, forte Elegro avrebbe consegnato anche me agli invasori come complice nella fuga del Principe da Roum; oppure si sarebbe vendicato su di me nell’ambito della Corporazione dei Ricordatori. E se obbedivo a Elegro, mi sarebbe rimasta per sempre una macchia sulla coscienza; inoltre, nel caso che i Dominatori riprendessero il potere, avrei dovuto rispondere di parecchie cose.

Mentre soppesavo le possibilità, maledissi tre volte la moglie infedele di Elegro e il suo invertebrato consorte.

Esitai ancora un po’. Elegro cercò ancora di convincermi, minacciando di accusarmi davanti alla Corporazione di essermi accostato illegalmente ad archivi segreti e di avere introdotto nei confini della Corporazione un fuggiasco proscritto. Minacciò di impedire per sempre l’accesso a ogni fonte di informazioni. Parlò in termini vaghi di vendetta.

Alla fine gli dissi che sarei andato al comando degli invasori per fare ciò che voleva. Avevo nel frattempo concepito un tradimento che speravo avrebbe cancellato quello che Elegro mi costringeva a commettere.

L’alba era ormai prossima quando lasciai l’edificio. L’aria era dolce e leggera; una bassa foschia pendeva sulle strade di Perris, conferendo loro un gentile luccichio. Nessuna luna era visibile. Per quelle vìe deserte mi sentivo poco sicuro, benché mi ripetessi che nessuno si sarebbe dato pena di fare del male a un anziano Ricordatore; ma ero armato solo di una piccola lama, e temevo i banditi.

Il mio itinerario passava per buona parte su uno dei cavalcavia pedonali. Feci piuttosto in fretta la ripida salita, ma quando ebbi raggiunto il livello superiore mi sentii più sicuro, perché lì in alto erano dislocate pattuglie a brevi intervalli e c’erano anche altri nottambuli. Oltrepassai una figura spettrale vestita di un abito in raso bianco fra le cui pieghe facevano capolino lineamenti alieni: un avatara, spettrale abitante di un pianeta del Toro dove la reincarnazione è cosa comune e nessuno va in giro nel proprio corpo originale. Superai tre creature femminili di un pianeta del Cigno, che ridacchiarono al mio apparire e mi chiesero se avessi visto qualche maschio della loro specie, poiché l’epoca degli accoppiamenti era prossima. Superai un paio di Diversi che mi squadrarono attentamente, decisero che non avevo con me nulla che valesse la pena di rubare e proseguirono, ridacchiando tra le giogaie pezzate e le macchie radianti luminose come fari.

Infine giunsi al tozzo edificio ottagonale occupato dal Procuratore di Perris.

Non era custodito con grande spiegamento di forze. Gli invasori sembravano sicuri della nostra incapacità di scatenare un contrattacco, e con tutta probabilità erano nel vero; un pianeta che si fa conquistare fra la notte e l’alba non può certo offrire una resistenza preoccupante, in seguito. Intorno al palazzo si levava il debole luccichio di un analizzatore protettivo. Nell’aria un pizzicore di ozono. Nell’ampia piazza davanti all’edificio, alcuni Mercanti stavano sistemando le loro mercanzie per il mattino; vidi barili di spezie scaricati da muscolosi Servitori, e scure forme di salsicce trasportate da file di neutri. Feci un passo oltre il raggio dell’analizzatore e spuntò un invasore per darmi il chi va là.