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Con voce che era poco più di un sussurro, ci chiese: — Pensate che la sosta durerà molto, Pellegrini?

In altri tempi, nessuno si sarebbe rivolto a un Pellegrino senza esserne richiesto, specialmente un Diverso. Usanze del genere per me non significavano nulla, ma Olmayne si ritrasse con uno sbuffo di disgusto.

Risposi: — Aspetteremo qui finché i nostri signori non ci concederanno di procedere. C’è altra scelta?

— Nessuna, amico mio, nessuna.

A quell’amico mio, Olmayne sbuffò di nuovo e fissò sdegnata il piccolo Diverso. Anche il Diverso si voltò: era chiaramente adirato, perché sei strisce parallele di pigmento scarlatto s’accesero con improvviso bagliore sotto la pelle lucida delle sue guance. Ma l’unica risposta fu un inchino di cortesia. Poi disse: — Mi presento. Sono Bernalt, privo per natura di Corporazione, nativo di Nayrob nell’Afrik Fonda. Non vi chiedo il vostro nome, Pellegrini. Siete diretti a Jorslem?

— Sì — dissi, mentre Olmayne gli girava la schiena. — E voi? Ritornate a Nayrob da un viaggio?

— No — disse Bernalt. — Vado anch’io a Jorslem.

Improvvisamente mi sentii freddo e ostile; mi scomparve subito l’iniziale reazione di simpatia verso lo strano fascino del Diverso. Avevo già avuto un Diverso, anche se poi s’era rivelato un impostore, come compagno di viaggio; anche lui possedeva un certo fascino, ma non volevo più contatti con individui di quella risma. Rigidamente, freddamente, dissi: — Mi è lecito chiedere quali interessi possa perseguire a Jorslem un Diverso?

Egli percepì il gelo della mia voce, e i suoi grandi occhi si tinsero di rammarico. — Anche a noi è concesso visitare la città santa, vorrei ricordarvi. Anche alla nostra razza. Temete forse che i Diversi s’impadroniscano di nuovo del tempio del rinnovamento come fecero un migliaio d’anni fa, prima che fossero esclusi dalle Corporazioni? — Rise seccamente. — Io non sono una minaccia per nessuno, Pellegrino. Sono brutto di viso, ma non pericoloso. Che la Volontà vi conceda ciò che cercate, Pellegrino. — Con un gesto di rispettoso commiato, tornò fra gli altri Diversi.

Furiosa, Olmayne mi si scagliò contro.

— Perché parlate con creature così bestiali?

— Quell’uomo mi ha rivolto la parola. Cercava solo di essere amichevole. Siamo tutti nella stessa situazione, Olmayne, e…

— Uomo. Uomo! Chiamate uomo un Diverso?

— Ma sono davvero umani, Olmayne.

— Appena appena. Tomis, io odio quei mostri. La mia pelle rabbrividisce quando li ho vicini. Se potessi, li allontanerei da questo mondo!

— Dov’è la serena tolleranza che un Ricordatore deve coltivare?

Il tono beffardo della mia voce la infiammò. — Non siamo obbligati ad amare i Diversi, Tomis. Sono soltanto una delle maledizioni che gravano sul nostro pianeta: parodie dell’umanità, nemici del vero e del bello. Li disprezzo!

Olmayne non era l’unica a nutrire quei sentimenti. Ma non ebbi il tempo di rimproverarla per la sua intolleranza: il veicolo degli invasori era ormai vicinissimo. Speravo che, una volta passato quello, avremmo potuto riprendere il cammino. Invece la macchina rallentò e si fermò: ne scesero parecchi invasori. Presero a camminare verso di noi senza nessuna fretta; le loro lunghe braccia pendevano dai fianchi come corde lasche.

— Chi è il capo, qui? — chiese uno di loro.

Nessuno rispose, perché nel nostro viaggio eravamo indipendenti l’uno dall’altro.

Dopo un momento l’invasore proseguì, impaziente: — Nessun capo? Nessun capo? Molto bene, allora sentitemi tutti quanti. La strada deve essere sgombra. È in arrivo un convoglio. Tornate a Palerm e aspettate fino a domani.

— Ma devo essere in Agupt per… — cominciò lo Scriba.

— Oggi il Ponte di Terra è chiuso — disse l’invasore. — Tornate a Palerm.

La sua voce era calma. Gli invasori non sono mai perentori, mai imperiosi. Il loro atteggiamento riflette la sicurezza di chi ha il potere assoluto.

Lo Scriba rabbrividì, serrò le mascelle e non aggiunse altro.

Diversi degli uomini raggruppati ai margini della strada avevano l’aria di voler protestare. La Sentinella si girò e sputò. Un uomo, che sulle guance ostentava orgogliosamente il marchio dell’infranta Corporazione dei Difensori, strinse i pugni e tremò sotto un attacco di furia. I Diversi bisbigliarono tra loro. Bernalt mi lanciò un sorriso amaro e scosse le spalle.

Tornare a Palerm? Perdere un giorno di cammino con quel caldo? Per cosa? Per cosa?

L’invasore fece un gesto con la mano, ordinando di disperderci.

Fu allora che Olmayne si dimostrò malvagia con me. A voce bassa, mi disse: — Tomis, spiegategli che siete al servizio del Procuratore di Perris, e ci lasceranno proseguire tutt’e due.

I suoi occhi neri brillavano d’ironia e disprezzo.

Le mie spalle tremarono, come se lei vi avesse deposto il peso di dieci anni. — Perché dite una cosa del genere? — le chiesi.

— Fa caldo. Sono stanca. È stupido farci rimandare a Palerm.

— Ne convengo. Ma non posso farci nulla. Perché cercare di ferirmi?

— La verità è così dolorosa?

— Io non sono un collaborazionista, Olmayne.

Lei rise. — Lo dite talmente bene! Ma lo siete, Tomis, lo siete! Avete venduto loro i documenti.

— Per salvare il Principe, il vostro amante — le ricordai.

— A ogni modo, voi avete trattato con gli invasori. Il fatto resta, a dispetto dei motivi.

— Basta, Olmayne.

— Adesso vi mettete a darmi ordini?

— Olmayne…

— Andate da loro, Tomis. Ditegli chi siete, chiedete che ci lascino passare.

— Il convoglio ci investirebbe, e comunque io non ho nessuna influenza sugli invasori. Non sono un uomo del Procuratore.

— Morirò, piuttosto che tornare a Palerm!

— Crepate pure allora — dissi stancamente, e le girai la schiena.

— Traditore! Vecchio pazzo e intrigante! Codardo!

Finsi d’ignorarla, ma il fuoco delle sue parole bruciava dentro di me. Non erano false, soltanto malvagie. Avevo davvero trattato con i conquistatori, avevo davvero tradito la Corporazione che mi aveva offerto rifugio, avevo davvero infranto la legge che chiede un’assoluta passività come unica forma di protesta per la sconfitta della Terra. Tutto vero: eppure era molto cattivo, da parte sua, ricordarmi quelle cose. Quando avevo infranto le barriere della fiducia, non mi ero preoccupato di obbedire ad alti ideali patriottici; cercavo solo di salvare un uomo cui mi sentivo legato, un uomo di cui lei era innamorata. Era ingiusto che adesso Olmayne mi accusasse di tradimento, tormentasse la mia coscienza, solo perché il caldo e la strada polverosa l’avevano irritata.

Ma questa donna aveva ucciso il marito a sangue freddo. Perché non sarebbe dovuta essere altrettanto malvagia su un’inezia?

Gli invasori ottennero ciò che volevano: il nostro gruppo abbandonò la strada e tornò a Palerm, una città tetra, bollente, sonnolenta. Quella sera, come per consolarci, cinque Alati che volavano sulla città ci donarono un brivido d’insolita poesia, e nella notte senza luna passarono e ripassarono nel cielo: tre uomini e due donne, spettrali e minuti e bellissimi. Rimasi a fissarli per più di un’ora, finché la mia anima parve sollevarsi dal corpo e librarsi con loro in cielo. Quelle grandi ali translucide velavano appena la luce delle stelle; quei corpi pallidi, ossuti, si muovevano secondo archi pieni di grazia. Tenevano le braccia molto aderenti ai fianchi, le gambe unite, la schiena piegata in una curva morbida. La vista dei cinque Alati risvegliò in me la memoria di Avluela, e mi lasciò sommerso da emozioni conturbanti.