Gli Alati passarono per l’ultima volta, scomparvero. Subito dopo entrarono in cielo le false lune. Allora tornai all’ostello, e nel giro di pochi minuti Olmayne chiese permesso alla porta della mia stanza.
Sembrava pentita. Recava con sé una fiasca ottagonale di vino verde che probabilmente veniva da un altro mondo, perché Talya non ne produce come quello. Senza dubbio le era costato un prezzo molto alto.
— Volete perdonarmi, Tomis? — chiese. — Tenete. So che questi vini vi piacciono.
— Preferirei che voi non mi aveste detto quelle parole e che adesso non foste costretta a offrirmi il vino — le risposi.
— Il caldo mi fa perdere il controllo dei nervi. Sono spiacente, Tomis. Ho detto una cosa sciocca e sgarbata.
La perdonai, sperando che il resto del viaggio si rivelasse meno increscioso, e bevemmo quasi tutto il vino; poi lei tornò a dormire nella sua stanza, che era vicinissima alla mia. I Pellegrini debbono condurre una vita casta… non che Olmayne fosse disposta a infilarsi tra le lenzuola con un vecchio fossile come me, ma le regole della nostra attuale Corporazione impedivano il sorgere di ogni preoccupazione.
Per molto tempo rimasi sveglio, oppresso da una coltre di rimorsi. Con tutta la sua furia impaziente, Olmayne aveva colpito il mio punto più debole: ero un traditore dell’umanità. In quel dilemma mi torturai sino alle prime luci dell’alba.
— Che cosa ho fatto?
Ho rivelato ai nostri conquistatori un certo documento.
— Ma loro avevano il diritto morale di conoscerlo?
Raccontava il vergognoso trattamento che i nostri antenati hanno riservato ai loro progenitori.
— E allora, cosa c’era di male nel darglielo?
Non si deve mai venire in aiuto dei propri conquistatori, anche quando ci sono moralmente superiori.
— È possibile che un piccolo tradimento sia una faccenda così seria?
Non esistono piccoli tradimenti.
— Forse bisognerebbe chiarire la questione in tutta la sua complessità. Non ho agito per amore del nemico, ma per aiutare un compagno.
Ciò nonostante ho collaborato con i nostri avversali.
— Queste caparbie autoaccuse hanno il sapore d’un orgoglio smodato.
Ma io sento le mie colpe. Affogo nella vergogna.
Consumai l’intera notte in queste domande inutili. Quando il giorno s’illuminò, mi alzai e rivolsi gli occhi al cielo e implorai la Volontà di aiutarmi a trovare la redenzione nelle acque della casa del rinnovamento di Jorslem, al termine del mio Pellegrinaggio. Poi andai a svegliare Olmayne.
19
Quel giorno il Ponte di Terra era aperto, e anche noi ci unimmo alla folla che da Talya scendeva in Afrik. Era la seconda volta che traversavo il Ponte di Terra, perché l’anno prima — ma quanto sembrava lontano nel tempo! — ero giunto dalla direzione opposta. Venivo dall’Agupt ed ero diretto a Roum.
I Pellegrini che dall’Eyrop si spostano a Jorslem possono scegliere fra due strade principali. Quella più a nord traversa le Terre Oscure a est di Talya; a Stanbul si prende il traghetto e quindi si segue la costa occidentale del continente dell’Ais, da dove si giunge a Jorslem.
Era la strada che avrei preferito, perché, di tutte le grandi città del mondo, l’antica Stanbul è l’unica che non ho mai visitato. Ma Olmayne, quand’era ancora Ricordatore, vi si era recata per svolgere alcune ricerche, e il posto non le piaceva. Così prendemmo la via del sud: dal Ponte di Terra in Afrik, poi lungo le coste del grande Lago Medit giù fino ad Agupt, per sfiorare le sabbie del Deserto Arbiano e da lì risalire a Jorslem.
Un vero Pellegrino viaggia soltanto a piedi. L’idea non esercitava troppo fascino su Olmayne e così, anche se quasi sempre camminavamo, eravamo pronti a sfruttare le occasioni. Lei chiedeva i passaggi con la massima naturalezza, senza vergogna. Fin dal secondo giorno del nostro Pellegrinaggio aveva ottenuto un passaggio da un ricco Mercante, diretto alla costa; l’uomo non aveva nessuna intenzione di dividere con altri il suo lussuoso veicolo, ma non seppe resistere alla sensualità della voce calda, musicale di Olmayne, anche se quella voce usciva dallo schermo asessuato della sua maschera da Pellegrino.
Il Mercante viaggiava in grande stile. Per lui la conquista della Terra poteva anche non essere mai accaduta, e neppure i lunghi secoli che avevano segnato il declino del Terzo Ciclo. La sua terramobile era lunga quattro volte un uomo, e abbastanza larga da ospitare comodamente cinque persone; proteggeva i suoi occupanti dal mondo esterno con la stessa efficienza di un grembo materno. Una serie di schermi azionabili a comando inquadrava la strada e il paesaggio circostante, senza visione diretta. La temperatura non si allontanava mai dal valore prefissato. C’erano zipoli da cui zampillavano liquori e altre bevande più forti; un congegno forniva tavolette nutritive; poltroncine idrauliche isolavano i passeggeri dalle irregolarità del fondo stradale.
Per l’illuminazione, c’era una luce-schiava regolata sui capricci del Mercante. A fianco della sua poltroncina c’era una cuffia pensante, ma non saprei dire se il Mercante si serviva di un cervello imbalsamato nascosto nelle viscere della terramobile, o se godeva di contatti a distanza coi serbatoi memoria delle città che attraversava.
Era un uomo pomposo e voluminoso, senz’altro esperto nei piaceri della carne. Di colorito olivastro, con un gran ciuffo di capelli neri tutti unti e occhi scuri, interrogativi, egli godeva della propria sicurezza e del controllo che esercitava su un ambiente così instabile. Commerciava, apprendemmo, in generi alimentari di altri mondi; scambiava i nostri miseri prodotti con le squisitezze raffinate dei figli delle stelle. Adesso stava andando a Marsay per esaminare un carico di insetti allucinogeni, appena giunto da uno dei pianeti della Cintura.
— Vi piace la macchina? — chiese, notando il nostro stupore. Olmayne, che conosceva molto bene le comodità, stava scrutando con ovvia meraviglia la tappezzeria di broccato e diamanti. — Era di proprietà del Conte di Perris — proseguì il Mercante. — Sì, è proprio quello che voglio dire, il Conte in persona. Hanno trasformato la sua casa in museo, sapete.
— Lo so — disse dolcemente Olmayne.
— Questo era il suo carro. Doveva entrare a far parte del museo, ma l’ho comprato da un invasore disonesto. Non sapevate che anche tra loro ci sono tipi del genere, eh? — Alla grossolana risata del Mercante, il sensibilissimo manto che copriva l’interno della macchina si raggrinzì, sdegnato. — Era l’amichetto del Procuratore. Sì, ci sono anche quelli. Cercava una fantastica erbetta che cresce su un pianeta dei Pesci, tanto per dare una spintarella alla sua virilità, capite, e venne a sapere che ero io a controllare quella merce, e così siamo riusciti a combinare un affaruccio. Naturalmente ho dovuto dare qualche aggiustata alla macchina, poco poco. Il Conte si teneva nel cofano quattro neutri e faceva funzionare la baracca col loro metabolismo, sapete bene, questione di potenziali termici differenti. Be’, è un gran bel modo di far andare una macchina, se sei Conte, ma in un anno fai fuori un mucchio di neutri, e mi sembrava che una cosa del genere fosse un tantino superiore alle mie possibilità. E poi, magari mi capitavano dei guai con gli invasori. Così ho fatto smontare tutto l’impianto e l’ho sostituito con un normalissimo motore da carromobile ad alto rendimento, un lavoro da maestri, ed eccomi qua. Siete fortunati che vi abbia presi su. È solo che siete Pellegrini. Di solito non lascio salire nessuno perché poi si sentono invidiosi, e la gente invidiosa non è mica uno scherzo per uno che ha fatto qualcosa nella vita. Eppure la Volontà vi ha condotti a me. Diretti a Jorslem, eh?