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Nemmeno nei nostri ostelli si preoccupava della sua virtù.

Non dividemmo mai una stanza, perché nessun ostello l’avrebbe permesso, ma le prendevamo sempre comunicanti, e lei mi chiamava nella sua o entrava nella mia ogni volta che ne provava il desiderio. Molto spesso era nuda; raggiunse il culmine del grottesco una notte in Agupt, quando la trovai che indossava solo la maschera, e lo splendore della sua pelle bianca smentiva lo scopo della griglia di bronzo che le nascondeva il viso. Solo una volta parve venir sfiorata dall’idea che forse potevo essere ancora abbastanza giovane da provare desiderio. Fissò il mio corpo consunto, rinsecchito, e disse: — Che aspetto avrete, mi chiedo, quando a Jorslem vi avranno rinnovato? Sto cercando di immaginarvi giovane, Tomis. Mi darete piacere, allora?

— A mio tempo ho dato piacere — le risposi ambiguamente.

A Olmayne non piaceva il caldo secco di Agupt. Quasi sempre viaggiavamo di notte, e passavamo il giorno negli ostelli. Le strade erano affollate a tutte le ore. La spinta dei Pellegrini verso Jorslem era straordinariamente forte, a quel che pareva. Io e Olmayne ci chiedevamo quanto tempo sarebbe occorso prima che potessimo entrare nelle acque del rinnovamento, in una situazione del genere.

— Non siete mai stato rinnovato? — mi chiese.

— Mai.

— Io neppure. Si dice che non accettino tutti quelli che si presentano.

— Il rinnovamento è un dono, non un diritto — dissi. — Molti sono i respinti.

— So anche — proseguì Olmayne — che non tutti coloro che entrano nelle acque ottengono un felice rinnovamento.

— Non ne so molto.

— Certi diventano vecchi anziché giovani. Certi diventano giovani troppo in fretta, e muoiono. Ci sono dei rischi.

— Voi non li accettereste?

Lei rise. — Solo un pazzo esiterebbe.

— Voi non avete bisogno di rinnovamento, adesso — le feci notare. — Siete stata inviata a Jorslem per il bene dell’anima, non per quello del corpo, se non mi sbaglio.

— Mi occuperò anche dell’anima, quando sarò a Jorslem.

— Ma parlate come se aveste intenzione di visitare solo la casa del rinnovamento.

— Certo, è l’obiettivo più importante — disse lei. Si alzò, flettendo voluttuosamente il corpo snello. — È vero, devo espiare i miei peccati. Ma credete che voglia fare tutta questa strada solo per la salvezza dello spirito?

— Io non desidero altro — le feci notare.

— Voi! Voi siete vecchio e sfiorito! Fate bene a preoccuparvi dello spirito, e magari anche del corpo. Però non mi dispiacerebbe ringiovanire un po’. Non mi farei togliere molto. Otto, dieci anni, tutto qui. Gli anni che ho perso con quello sciocco di Elegro. Non ho bisogno di un rinnovamento integrale. Avete ragione: sono ancora nel fiore. — Il suo viso s’oscurò. — Se la città è piena di Pellegrini, forse non mi lasceranno entrare nella casa del rinnovamento! Diranno che sono troppo giovane, che devo tornare fra quaranta o cinquant’anni. Tomis, credete che potrebbero farlo?

— Non saprei darvi una risposta.

Tremò. — Certo lasceranno entrare voi. Siete un cadavere ambulante, saranno costretti ad accettarvi! Ma io… Tomis, non permetterò che mi respingano! Dovessi distruggere Jorslem pietra per pietra, giuro che in un modo o nell’altro ce la farò!

Privatamente mi chiesi se la sua anima era nelle condizioni più adatte per un candidato al rinnovamento. Quando uno diventa Pellegrino, gli si raccomanda l’umiltà. Ma non desideravo sperimentare la furia di Olmayne, e rimasi in silenzio. Forse l’avrebbero ammessa al rinnovamento anche con tutti i suoi difetti. Da parte mia, avevo altri scopi. Olmayne era guidata dalla vanità; le mie idee erano diverse. Avevo molto vagato e fatto un numero enorme di cose, non tutte degne d’approvazione; nella città santa avevo bisogno di purificare l’anima più che di alleggerire il peso degli anni, forse.

O era solo per vanità che pensavo così?

Molti giorni più tardi, a est di quel luogo, mentre io e Olmayne traversavamo una campagna riarsa, ci giunse incontro un gruppo di bambini che urlava di paura e d’eccitazione.

— Per favore, venite, venite! — gridavano. — Pellegrini, venite!

Olmayne parve stupita e irritata quando si attaccarono al suo saio. — Cosa stanno dicendo, Tomis? Non capisco niente, con quel loro maledetto accento agupto!

— Vogliono che li aiutiamo — dissi. Ascoltai le loro invocazioni.

— Nel loro villaggio — spiegai a Olmayne — è scoppiata un’epidemia di mal cristallino. Vogliono che portiamo la benedizione della Volontà a chi soffre.

Olmayne si trasse indietro. Immaginai la smorfia d’orrore dietro la maschera. Agitò in avanti le mani, cercando d’impedire ai bambini di toccarla. Poi mi disse: — Non possiamo andarci!

— Lo dobbiamo, invece.

— Abbiamo fretta! Jorslem è affollata; non voglio perdere tempo in uno stupido villaggio.

— Hanno bisogno di noi, Olmayne.

— Ma cosa siamo, Chirurghi?

— Siamo Pellegrini — risposi quietamente. — I benefici che otteniamo dalla nostra posizione comportano certi doveri. Come abbiamo diritto all’ospitalità di tutti coloro che incontriamo, così dobbiamo anche mettere la nostra anima a piena disposizione degli umili. Venite.

— Mi rifiuto!

— Come ve la caverete a Jorslem, quando dovrete raccontare tutto di voi, Olmayne?

— È un morbo orribile. Se restassimo contagiati?

— È questo che vi preoccupa? Abbiate fede nella Volontà! Come potete aspirare al rinnovamento se la vostra anima è così priva di grazia?

— Vi possano marcire le budella, Tomis — mi disse a bassa voce. — Da quando in qua siete tanto pio? Lo fate apposta per vendicarvi di ciò che vi ho detto sul Ponte di Terra. In un momento di stanchezza vi ho insultato, e adesso voi, pur di prendervi la rivincita, volete esporci al pericolo di una malattia contagiosa. Non fatelo, Tomis!

Ignorai le sue accuse. — I bambini cominciano ad agitarsi, Olmayne. Volete aspettarmi qui, o preferite scendere all’ostello del prossimo villaggio?

— Non lasciatemi sola in questo deserto!

— Debbo andare da chi soffre — le dissi.

Alla fine si decise ad accompagnarmi: non perché, credo, sentisse l’improvviso desiderio di rendersi utile, ma piuttosto per il timore che quel rifiuto egoista potesse giocare a suo sfavore nella città santa di Jorslem. In breve giungemmo al villaggio, che era piccolo e cadente, perché l’Agupt giace nel sonno di un caldo terribile, e i millenni lo sfiorano appena. Enorme è il contrasto con le affollate città del sud Afrik, città che prosperano sulla produzione di raffinati oggetti che esce dalle grandi Manifatture.

Madidi di sudore, seguimmo i bambini nelle case del pianto.

Il mal cristallino è un odioso regalo giunto dalle stelle. Non sono molte le malattie degli stranieri che affliggono i terrestri; ma dai mondi della Lancia ci è arrivata questa calamità, portata dai turisti e rapidamente diffusa tra noi. Se ciò fosse accaduto nei gloriosi giorni del Secondo Ciclo, l’avremmo sconfitto in un attimo; ma adesso le nostre conoscenze si sono impoverite, e non passa anno senza che il morbo dia segni di vita. Quando entrammo nella prima capanna di fango in cui erano assembrate le vittime, il volto di Olmayne era una smorfia d’orrore.

Non esiste speranza per chi contrae questa malattia. Si deve solo sperare che chi è sano non ne resti vittima; e, fortunatamente, non è un morbo molto contagioso. La sua azione è insidiosa, si trasmette in un modo che ci è ignoto; spesso non passa dal marito alla moglie ma invece balza nella parte opposta della città, addirittura in un altro territorio, in certe occasioni. Il primo sintomo è dato dalla squamosità della pelle: pruriti, scaglie sulle vesti, infiammazione. Poi subentra la debolezza ossea, mentre il calcio si dissolve. Si diventa molli, gommosi; ma questa è ancora una fase iniziale. Presto i tessuti esterni s’induriscono. Spesse membrane opache si formano sulla superficie degli occhi, le narici si chiudono, la pelle si fa ruvida, quasi petrosa. In questa fase sono comuni le profezie. La vittima acquista i poteri dei Sonnambuli, pronuncia oracoli. L’anima intraprende dei vagabondaggi, separandosi dal corpo per ore intere, anche se i processi vitali continuano a svolgersi. Più tardi, entro venti giorni dall’inizio della malattia, si arriva alla cristallizzazione. Mentre la struttura scheletrica si dissolve, la pelle va in pezzi, formando bellissimi cristalli dai contorni rigidamente geometrici. A quest’epoca la vittima è stupenda: ha tutto l’aspetto di un uomo scolpito in pietre preziose. I cristalli splendono di ricche luci interne, viola e verdi e rosse; le loro superfici sfaccettate cambiano disposizione di ora in ora; la minima luce nella stanza trae dal poveretto magnifici riflessi colorati, che abbagliano e deliziano l’occhio. Nel frattempo la struttura interna del corpo si modifica, quasi si stesse formando una strana crisalide. Miracolosamente, nessuna trasformazione è capace di arrestare la vita, anche se nella fase cristallina la vittima è ormai incapace di comunicare con gli altri, e forse nemmeno si accorge dei cambiamenti che si svolgono in lei. Alla fine la metamorfosi raggiunge gli organi vitali, e il processo termina. Il morbo alieno è incapace di modificare questi organi senza uccidere il corpo che lo ospita. La crisi è veloce: una breve convulsione, un’ultima scarica di energia lungo il sistema nervoso dell’uomo cristallizzato, e poi c’è un rapido arcuarsi del corpo, seguito da un suono morbido, come di vetro che si spezzi in frammenti, ed è tutto finito. Sul pianeta da cui proviene, la cristallizzazione non è una malattia ma una vera e propria metamorfosi, il risultato di migliaia di anni d’evoluzione verso una relazione di simbiosi. Sfortunatamente, nei terrestri questa preparazione evoluzionistica non c’è mai stata, ed è logico e fatale che l’agente della metamorfosi provochi la morte del malato.