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Fissai, improvvisamente stupito, questo Chirurgo che riusciva a dar forma a talune idee che avevano continuato ad agitarsi nella mia mente fin dall’inizio del viaggio verso Jorslem: idee di redenzione personale e insieme planetaria. Prima di quelle parole, avevo degnato di ben poca attenzione il Chirurgo.

— Permettetemi un’affermazione — intervenne d’improvviso Bernalt. Le sue prime parole in tante ore.

Lo fissammo. Le strisce di pigmento, sul suo viso, erano scarlatte: segno di grande emozione.

Disse, accennando col capo al Chirurgo: — Amico mio, voi parlate di redenzione per i terrestri. Volete dire tutti i terrestri, o solo quelli che hanno una Corporazione?

— Tutti i terrestri, naturalmente — rispose tranquillo il Chirurgo. — Non abbiamo subito tutti la conquista?

— Però non siamo uguali per altre cose. Può esserci redenzione per un pianeta che costringe milioni dei suoi abitanti a restare al di fuori delle Corporazioni? Parlo della mia gente, è ovvio. Molto tempo addietro abbiamo sbagliato, quando abbiamo pensato di poterci così vendicare di coloro che ci avevano creato con forme di mostri. Abbiamo cercato di strapparvi Jorslem; e per questo siamo stati puniti, e la nostra punizione è durata un migliaio d’anni. E siamo ancora esclusi, no? Voi che avete una Corporazione, potete davvero considerarvi virtuosi e purificati da tutto ciò che avete sofferto, visto che infierite ancora su di noi?

Il Chirurgo parve stupito. — Le vostre parole sono sbagliate, Bernalt. Lo so che i Diversi sopportano un grave peso. Ma voi sapete al pari di me che il tempo della vostra liberazione è imminente. Nei giorni che verranno, nessun terrestre si vergognerà di voi, e sarete al nostro fianco quando riavremo la libertà.

Bernalt fissò il pavimento. — Perdonatemi, amico mio. Naturalmente, naturalmente; state dicendo la verità. Mi sono lasciato trasporare. Il caldo, questo vino meraviglioso… quante sciocchezze ho detto!

Rivendicatore Diciannove chiese: — Volete dirmi che si sta formando un movimento di resistenza allo scopo di estrometterci dal pianeta?

— Parlavo solo per astrazioni — rispose il Chirurgo.

— E credo anch’io che il vostro movimento di resistenza resterà un’astrazione — notò tranquillamente l’invasore. — Perdonatemi, ma vedo ben poca forza in un pianeta che si lascia conquistare nel giro d’una sola notte. Noi pensiamo che l’occupazione della Terra durerà a lungo, e che non incontrerà opposizione. Nei mesi finora trascorsi non c’è stato segno di un aumento d’ostilità nei nostri confronti. Anzi, tutto all’opposto: la vostra gente ci accetta con sempre maggiore facilità.

— Tutto questo fa parte dello stesso processo — disse il Chirurgo. — Come poeta, certo comprendete come le parole abbiano molti tipi di significati. Non abbiamo bisogno di sconfiggere i nostri padroni alieni, per liberarci di loro. È abbastanza poetico per voi?

— Splendido — rispose Rivendicatore Diciannove, alzandosi in piedi. — Andiamo a cenare, adesso?

21

Non ci fu modo di tornare sull’argomento. È difficile sostenere una discussione filosofica a tavola; e il nostro ospite non pareva molto apprezzare quest’analisi del destino della Terra. In breve scoperse che Olmayne, prima di farsi Pellegrino, era stata Ricordatore, e quindi rivolse a lei la sua attenzione, interrogandola sulla nostra storia e sull’antica poesia terrestre. Come molti invasori egli considerava il nostro passato con viva curiosità. Poco per volta Olmayne uscì dal silenzio che l’imprigionava, e parlò lungamente delle ricerche svolte a Perris. Parlò con grande competenza del nostro passato lontano, mentre Rivendicatore Diciannnove l’interrompeva di tanto in tanto con domande intelligenti e sicure; nel frattempo ci cibammo di raffinatezze provenienti dai mondi più svariati, importate forse da quel grasso, insensibile Mercante che ci aveva portati con sé da Perris a Marsay; la villa era fresca e i Servitori premurosi; il povero villaggio di contadini colpiti dal morbo, che distava solo mezz’ora di cammino, avrebbe potuto anche trovarsi in un’altra galassia, tanto era ormai lontano dai nostri discorsi.

Quando, la mattina seguente, lasciammo la villa, il Chirurgo ci chiese di potersi unire al nostro Pellegrinaggio. — Non c’è più nulla ch’io possa fare qui — spiegò. — All’inizio della malattia mi sono mosso dalla mia casa di Nayrob e mi sono fermato molti giorni, più per consolare che per curare, naturalmente. Adesso sono chiamato a Jorslem. Comunque, se è contro i vostri voti avere compagni di viaggio…

— Non abbiate timore, unitevi a noi — dissi.

— Ci sarà un altro compagno — c’informò il Chirurgo.

Si riferiva alla terza persona incontrata al villaggio: l’essere di un altro mondo, un enigma, che ancora non aveva pronunciato parola in nostra presenza. Era una creatura piatta, un po’ a forma di lama di lancia, un’idea più alta d’un uomo, sorretta da tre gambe da ragno unite alla loro attaccatura; il suo luogo d’origine era nella Spirale Dorata; la sua pelle era ruvida, di colore rosso brillante, e dalla sommità della sua testa rastremata scendeva lungo tre fianchi, seguendo la verticale, una serie di occhi vitrei, ovali. In precedenza non avevo mai incontrato un essere del genere. Era giunto sulla Terra, stando al Chirurgo, per raccogliere dei dati, e aveva già visitato buona parte di Ais e di Stralya. Adesso faceva il giro delle terre che circondano il Lago Medit; dopo aver visto Jorslem sarebbe partito alla volta delle grandi città d’Eyrop. Solenne, sconcertante nel suo continuo stato d’attenzione, incapace di chiudere i molti occhi o di offrire un commento su ciò che gli occhi vedevano, sembrava più una macchina stramba, un accessorio di serbatoio memoria, che non una creatura vivente. Ma era innocuo, e gli permettemmo di accompagnarci verso la città santa.

Il Chirurgo disse addio al suo amico Diverso, che ci precedette tutto solo, e fece un’ultima visita al villaggio cristallizzato. Restammo ad attenderlo, dato che per noi era inutile farvi ritorno. Quando ricomparve, il suo viso era molto cupo. — Quattro nuovi casi — disse. — Il villaggio andrà completamente distrutto. Sulla Terra non c’è mai stata un’esplosione del genere tanto concentrata.

— Qualcosa di nuovo, allora? — chiesi. — Si spargerà dappertutto?

— Chi lo sa? Nei villaggi vicini, nessuno ha contratto il morbo. È una situazione strana: un intero villaggio contaminato, e nient’altro nei paraggi. Questa gente la considera una punizione divina per qualche peccato sconosciuto.

— E che mai potrebbero aver fatto dei contadini — chiesi — per meritare una tale ira della Volontà?

— Se lo chiedono anche loro — rispose il Chirurgo.

Olmayne intervenne: — Se ci sono nuovi casi, la nostra visita di ieri è stata inutile. Abbiamo messo a repentaglio la vita e non abbiamo concluso nulla.

— No — le disse il Chirurgo. — Questi casi erano già in incubazione quando siete giunti voi. Possiamo sperare che la malattia non si estenda a coloro che godono di buona salute.

Ma non ne pareva molto sicuro.

Olmayne prese a esaminarsi di giorno in giorno per scorgere eventuali sintomi del morbo, ma non ne apparvero. Diede molto fastìdio al Chirurgo con quella storia, obbligandolo a frettolose diagnosi di infiammazioni vere o presunte della pelle, mettendolo in imbarazzo col togliersi la maschera in sua presenza per sapere se una macchia sulla guancia fosse o non fosse il primo segno della cristallizzazione.

Il Chirurgo prese tutto ciò con buona grazia, perché, mentre lo straniero era solo una nullità che trotterellava al nostro fianco, egli era un uomo serio, paziente, e dalla personalità complessa. Era nativo dell’Afrik ed era stato destinato dal padre alla sua Corporazione, poiché la cura dei corpi era tradizione di famiglia. Viaggiando continuamente, aveva visto quasi tutto, del nostro mondo, e poco aveva dimenticato. Ci parlò di Roum e di Perris, dei campi di fiordibrina di Stralya, del mio stesso luogo di nascita, nell’arcipelago occidentale dei Continenti Scomparsi. Ci interrogò con molto tatto sulle pietre di stella e sugli effetti che producevano (e io capivo benissimo che era roso dal desiderio di provare la pietra, ma ciò, naturalmente, era vietato a chi non si facesse Pellegrino); quando seppe che in precedenza ero stato Vedetta, mi chiese molte informazioni sugli strumenti con cui scandagliavo i cieli, per sapere che cosa percepivo e come, secondo me, si verificava la percezione. Gli risposi il più esaurientemente possibile, ma in realtà sapevo ben poco di quell’argomento.