Coffey fece scivolare una cartellina attraverso la scrivania. Sulla copertina c'erano le iniziali di Heller.
«Heller conferma la tua versione circa la scena del delitto. È morta nel parco. Hanno trovato schizzi di sangue sotto alcune pietre rotolate accanto all'acqua. Era qui mezz'ora fa. Dice che hai autorizzato tu lo straordinario.»
«Ragione di più per dare credito alla mia ipotesi che l'assassino abiti al Coventry Arms. Ha preso la scheda per impedirci di rintracciarlo a quell'indirizzo. Lascia che mi ci trasferisca.»
«Tu dammi qualcosa di concreto, e ne riparleremo. Fino ad allora la risposta è no.»
«Se non altro promettimi almeno di non rivelare l'identità della vittima.»
«Hai la mia parola. Nessuno avrà quel nome.»
«D'accordo. Grazie» disse Mallory, e le parole "per esserti rifiutato di darmi una mano" rimasero inespresse, sospese nell'aria per alcuni minuti dopo che lei ebbe lasciato la stanza.
Mallory fermò l'automobile di fronte al Coventry Arms, a motore acceso.
L'edificio, vecchio di un secolo, aveva l'aspetto di una fortezza minacciosa. Sulla facciata in stucco si alternavano finestre sfavillanti e luci più fioche. Timpani e balconi zeppi di piante movimentavano la facciata dell'edificio, e l'edera si avvinghiava ai muri molto oltre le foglie scure di alberi vetusti. La forma delle finestre variava dal quadrato al rettangolare al circolare fino al grande arco in vetro colorato dell'appartamento centrale. Una finestra degna di una cattedrale.
L'ingresso all'edificio consisteva in una grande bocca di pietra sul cui fondo si apriva una serie di porte ornate da fregi di rame. Oltre al portiere, quella sera era di turno un addetto alla sicurezza.
Nella tasca posteriore dei jeans Mallory aveva un distintivo. Sarebbe potuta entrare nell'edificio in qualunque momento, avrebbe potuto parlare con chiunque avesse voluto. Ma per il momento non lo avrebbe fatto. E non sarebbe entrata di nascosto. L'unico modo per non destare sospetti era agire alla luce del sole.
Superò il Coventry Arms, diretta verso l'edificio meno famoso alla fine dell'isolato. Céra stata una sola volta nella sua vita, e tuttavia le era rimasto impresso in ogni particolare. Parcheggiò in doppia fila, come sempre.
Quando il portiere le chiese chi fosse e a quale appartamento fosse diretta, gli porse un biglietto da visita.
«Lei è Mallory o Butler, signorina?»
«Dica alla signorina che è Kathy, sua nipote.»
Non era esattamente così. La sua adozione non era mai stata formalizzata. Aveva rifiutato di rispondere alle domande sul suo passato e sui suoi genitori naturali. In assenza di notizie circa la sua famiglia, la pratica era rimasta in sospeso.
Ma sebbene esistessero molti Mallory al mondo, l'unica sorella di Alice aveva una sola figlia di nome Kathy.
L'uomo riagganciò il citofono. La pregò di accomodarsi nell'atrio sfoderando un largo sorriso. La zia Alice doveva essere generosa con le mance.
Mentre Mallory attraversava l'ingresso, il guardiano di notte seduto al bancone riappese a sua volta il citofono, mostrando con un discreto cenno del capo di aver compreso la sua importanza.
In quel luogo si respirava un'atmosfera non già di estrema ricchezza, ma di agiatezza discreta. Gli arredi erano di buona qualità senza essere pezzi da museo. L'ascensore saliva col morbido ronzio tipico di una buona manutenzione.
Quando era stata da sua zia la prima volta c'era un addetto all'ascensore. Ricordò di aver alzato lo sguardo verso l'uomo dalla sua altezza di bambina di dieci anni.
Le porte dell'ascensore si aprirono su un pianerottolo coperto di spessa moquette beige. Le pareti erano rivestite di carta da parati a righe. La memoria condusse Mallory verso la porta in fondo al corridoio.
La prima volta che era venuta qui, insieme ad Helen, non era alta abbastanza da raggiungere il battente di ottone a testa di leone.
La cameriera, la stessa di allora, aprì la porta. Mallory la seguì lungo il corridoio che da bambina le era sembrato lungo chilometri.
Attraversarono la stanza del pianoforte ed entrarono in un vano più ampio.
Non era l'immensa sala da ballo del suo ricordo, ma la vista di quella stanza la impressionò quasi quanto allora.
I tavoli di legno nero erano ingombri di cianfrusaglie e per tutta la lunghezza delle pareti erano ammassate fotografie di famiglia. Avrebbe scommesso una consistente quantità di denaro che negli ultimi quattordici anni non era stata spostata neanche una puntina.
Dalle finestre pendevano drappi color cremisi. Le ombre riempivano gli angoli, mentre la luce si rifletteva balenando nei piatti da dolci in argento, in alcuni ornamenti d'oro.
Le fotografie e i ritratti risalivano a diverse generazioni prima, le aveva detto Helen quattordici anni prima. Ricordava molto poco della conversazione di quel pomeriggio. Alice somigliava molto alla sorella, ed entrambe avevano preso dalla madre, una vecchia signora la cui pelle andava ingrigendosi a causa del male che la divorava, lo stesso che anni dopo avrebbe ucciso Helen.
Gli adulti l'avevano annoiata finché non avevano cominciato a parlare di Markowitz. Allora si era messa ad ascoltare, le piccole mani chiuse a pugno. Markowitz poteva anche essere un poliziotto, ma era il suo vecchio. Si era alzata dalla sedia in un'esplosione di rabbiosa energia. Gli occhi di Helen l'avevano ricacciata a sedere. Le piccole braccia erano ricadute lungo gli esili fianchi della bambina che fino a poco tempo prima si era cibata di avanzi trovati nei bidoni della spazzatura, le gambe compostamente incrociate alle caviglie come le aveva insegnato Helen.
«E così questo è il massimo che Louis ha saputo darti?» aveva detto Alice, la sorella di Helen, a voce troppo alta. «Non una figlia tua, ma una piccola bastarda cresciuta in chissà quali bassifondi.»
La madre di Helen, rimasta in silenzio fino a quel punto, si era alzata a fatica, appoggiandosi al bastone e congedando con un cenno della mano la cameriera che si era precipitata al suo fianco per aiutarla.
«Basta così, Alice» aveva detto con tono imperioso e uno sguardo minaccioso alla figlia. «Ciò che è fatto è fatto.»
Alice aveva fatto per ribattere, ma con un nuovo cenno della mano la vecchia madre l'aveva zittita.
Era troppo tardi: sul viso di Helen le lacrime scorrevano copiose.
Kathy aveva affrontato la sorella di Helen con la forza propulsiva di una pallottola, piantando la faccia a meno di un centimetro di distanza da quella di Alice. Con un impeto minaccioso e un tono di voce basso che le saliva dalle viscere, disse: «Se fai piangere Helen un'altra volta, ti spezzo le gambe, puttana!».
«Non si dice puttana, cara» l'aveva rimproverata allora Helen, comparendo alle spalle della bambina per infilarle le piccole braccia nelle maniche di un cappotto nuovo di zecca. Mentre seguivano la cameriera per il lungo corridoio, Kathy aveva udito la madre di Helen prorompere in un fragoroso scoppio di risa. Aveva tentato di girarsi e di tornare indietro con l'intenzione di picchiare la vecchia sino a ridurla in poltiglia, ma Helen glielo aveva impedito.
A quattordici anni di distanza, Mallory era tornata. Helen era morta da quattro anni, ma i suoi occhi parevano fissare Mallory dal viso devastato di Alice.
«Credevo che fossi morta» disse Alice.
«Be', non lo sono» disse Mallory.
Delusa, zietta?
«Eppure l'ho sentito al notiziario della sera» disse, come se avesse colto Mallory in fallo. «Be', non fa niente. È un po' tardi per una visita, non trovi?»
«Sì, è passato un po' di tempo» ammise Mallory. «L'ultima volta ti ho vista al funerale di Markowitz.»
«Ho pensato che Helen avrebbe desiderato un membro della famiglia al suo funerale» disse Alice.
Mallory annuì.
«Non sei cambiata granché da quando eri una bambina, ma del resto non sei mai sembrata una bambina. Avevi gli occhi di un'adulta. Che bambina fastidiosa eri. Violenta, rozza e incivile.»