La piccola ha stile.
Riker si chiese come avrebbe fatto a giustificare tanta generosità nella nota spese del Dipartimento.
Mentre Mallory parlava, il portiere sorrideva adorante.
«Aspetto una visita di Amanda Bosch. La conosce di persona?»
«Certo» disse il portiere, che si chiamava Arthur. «L'amica della signorina Hyde? Quella ragazza graziosa con gli occhi tristi? La conosco.» Il sorriso divenne esitante. «Sta bene?»
«Perché me lo chiede?»
«Si comportava in modo strano l'ultima volta che l'ho vista.»
«Quando è stato?»
«Forse cinque, sei giorni fa. Non è entrata nel palazzo. Si è limitata a sedersi laggiù, come se stesse aspettando qualcuno.» Indicò la panchina di ferro battuto a circa quattro metri dall'ingresso. «Ho pensato che fosse un po' strano, perché la signorina Hyde non era in città. E che io sappia la signorina Bosch non conosce altri inquilini dell'edificio. Dopo un po', la signorina Bosch si è alzata di scatto. Sembrava agitata per qualche motivo, è corsa via. Molto strano, davvero.»
«Che cosa l'ha indotta ad andarsene?»
«Non ne ho idea, signorina. Avevo da fare, aprire la porta, chiamare un taxi per un inquilino, la gente andava e veniva.»
«Ricorda chi?»
«Inquilini, visitatori, bambini e cani. Molti inquilini qui hanno un cane.»
Riker stava sollevando le scatole di cartone dal marciapiede quando Mallory girò di scatto la testa, gli occhi fissi su una zona vuota del marciapiede al di là della strada.
Adesso cosa c'è? pensò Riker, allarmato. L'assassino viveva in quell'edificio, ed era in grado di stabilire un legame tra Mallory e Amanda Bosch. Ma l'unica persona nelle immediate vicinanze era una donna bruna che camminava rapidamente verso di loro.
Riappoggiò la scatola sul marciapiede mentre la bruna dai movimenti nervosi si rivolgeva a Mallory: «Mi perdoni se l'ho seguita. Posso parlarle un momento in privato?».
Mallory fece un cenno al portiere, che chiuse la porta. Le due donne si allontanarono lungo il marciapiede fuori dalla portata dell'udito di Riker. La bruna era agitatissima. Le sue mani volavano in un gesticolare forsennato. Mallory disse poche parole alla donna e la brunetta scosse la testa, gli occhi che roteavano nelle orbite come biglie impazzite. Poi la donna si strinse al petto la borsetta come per proteggersi. Arretrò di qualche passo e si affrettò sul marciapiede verso un taxi in attesa. Mallory tornò indietro.
Il cartone fu issato in aria ancora una volta.
Il portiere aveva ammainato il suo sorriso al neon nel momento in cui Mallory gli aveva voltato la schiena. Adesso quel sorriso sfavillava di nuovo, e nei suoi occhi si leggeva la frase "Ecco la mia migliore amica" mentre Mallory e Riker gli passavano accanto per entrare nell'androne.
L'atmosfera lì dentro era quella di un altro secolo. Mentre Mallory porgeva una lettera al custode seduto dietro il banco di legno intarsiato, Riker osservò gli arazzi e i dipinti a olio che adornavano i muri. Ognuno dei tappeti dai disegni raffinati doveva costare un anno di stipendio. Un lussuoso velluto verde rivestiva i divani e le sedie raggruppati per la conversazione. Una donna attraversò l'ingresso, indossando in quel giorno nuvoloso occhiali neri che dicevano "Io sono una celebrità, e tu no".
Il custode li guidò verso un ascensore di ferro e legno intarsiato che sembrava uscito da un film in bianco e nero degli anni Trenta. Furono affidati alle cure di un operatore addetto all'ascensore e salirono veloci, guardando i piani avvicendarsi, ciascuno diverso dall'altro.
La porta di ferro si aprì al terzo piano e uscirono su un corridoio illuminato da luci calde che nel secolo precedente sarebbero state delle lampade a gas. Su un tavolino, un vaso racchiudeva una piccola fortuna in fiori freschi. Il profumo delle rose li seguì mentre Mallory infilava la chiave nella serratura e apriva la porta dell'appartamento dei Rosen.
Riker appoggiò le scatole sul pavimento dell'ingresso. «Okay, Mallory… quella donna, giù di sotto. Qual è la storia?»
«Sally Riccalo. Ci ha seguito quando siamo usciti dall'ufficio. È una cliente con l'interessante idea che il suo figliastro voglia trafiggerla con una matita volante.»
«Pensavo che Charles si occupasse solo di stronzate accademiche. Chi dei due è suonato? Lei o il bambino?»
«Troppo presto per dirlo. Lei sembra piuttosto spaventata.»
«Cosa le hai detto?»
«Di lasciare la città.»
«E lei cos'ha detto?»
«No.»
Si guardò intorno nel soggiorno dei Rosen e si chiese che cosa avrebbero pensato della spartana semplicità dell'appartamento di Mallory. Nel soggiorno c'era un museo di foto di famiglia. I pesci nel grande acquario tropicale nuotavano rapidi e colorati. Sullo specchio si vedeva l'impronta appiccicosa di una piccola mano senza dubbio appartenente a qualche nipote o bisnipote. Attraverso le porte semiaperte di un piccolo studio rivestito in legno si intravedeva un computer acceso.
Mentre Mallory esplorava l'appartamento, Riker spalancò la porta dello studiolo e scrutò lo schermo. Su un lato del monitor era appiccicata una lista di istruzioni per analfabeti informatici come lui. Riker premette un tasto e sullo schermo presero a scorrere lentamente informazioni sugli interventi di manutenzione previsti nel palazzo, poi l'avviso di una prossima riunione condominiale da tenersi nell'area comune dell'ultimo piano. Quest'ultima voce era evidenziata da un'iconcina che diceva URGENTE, corredata da una anonima richiesta di ampia partecipazione alla riunione. Sullo schermo scorsero altri appunti, segnalazioni di pacchi in attesa in portineria, e la relazione dell'ultima assemblea.
Il colpetto sulla spalla lo fece sussultare. Mallory era in piedi dietro di lui, il suo sorriso diceva "Ti ho beccato". Il vecchio le aveva insegnato anche questo: come camminare senza fare il minimo rumore. Per essere un uomo dalla corporatura pesante, Markowitz era dotato di una leggerezza incredibile. Cogliere gli altri di sorpresa spuntando d'un tratto alle loro spalle era uno dei suoi sport preferiti.
«Ho trovato una stanza nella quale installarmi» disse Mallory.
Riker prese i cartoni e la seguì in una piccola biblioteca. Li posò sulla scrivania e lei cominciò a scaricare l'attrezzatura del computer e la webcam, i fili e altri aggeggi cui Riker non avrebbe saputo dare un nome. Solo l'attrezzatura per l'intercettazione telefonica era riconoscibile, e lui ne distolse gli occhi, sapendo che per quella non esistevano autorizzazioni.
Non era stato Markowitz a insegnarle a maneggiare quegli aggeggi con i quali, fino al giorno della morte, il vecchio aveva conservato un pessimo rapporto.
Mallory uscì dall'ascensore al livello dell'attico. Aveva fatto pochi passi quando le teste cominciarono a girarsi. Indossava il completo nero che aveva messo il giorno del funerale di suo padre. La gonna lasciava intravedere le gambe, che scopriva di rado, mostrando polpacci atletici e belle caviglie sottili sui tacchi alti. Una dozzina di paia di occhi, maschili e femminili, la seguirono mentre attraversava il gruppo di una quarantina di inquilini.
Ogni tanto si fermava ad ammirare qualcuno dei pezzi art déco persi in un mare di arredi appariscenti e volgari. Alzò il viso verso il lucernario che occupava tutto l'ampio soffitto. Una luna cerea splendeva in cielo in compagnia di due stelle. Una nuvola opaca attraversò velocemente il vetro, raggiungendo la luna e uccidendone la luce.
«La morte le dona, mia cara» disse soavemente una voce raffinata. Mallory si voltò a guardare una donna con i capelli neri e un volto che mostrava una sessantina d'anni, non tanto per le rughe, quanto per i troppi lifting. «Immagino che stia per dirmi quanto sono ben conservata per essere un cadavere.»
La donna più vecchia sorrise, una sottile riga di rossetto color cremisi. Le porse la mano.
«Sono Betty Hyde.» La voce mutò rivelando origini popolari che Mallory situò nella Hell's Kitchen, quando ancora in città comandavano i gangster, e la donna salì di un punto nella stima di Mallory.