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«Ha detto che c'era anche l'investigatore del medico legale.» Annuì.

«C'era anche il medico di famiglia degli Heart. Io ero nell'ingresso ad aspettare un amico che era rimasto bloccato dal traffico. Mi sono sfilati tutti davanti.»

Il detective che Franz aveva descritto poteva essere solo Palanski. Ancora e sempre Palanski. Un pessimo poliziotto, dotato di una moralità paragonabile a quella degli awocatucoli che inseguono le autoambulanze per speculare sugli incidenti stradali.

Il topo sgusciò silenzioso sul pavimento della cucina, facendo attenzione alle gigantesche gambe nel pigiama blu. I suoi occhietti erano pieni dei riflessi delle briciole di un croissant. Ne ghermì un frammento dorato e tornò in fretta nel suo nascondiglio sotto al frigorifero, dove si mise a mangiare al buio, follemente soddisfatto di se stesso.

Charles guardò la panna gonfiarsi nel pentolino alla fiamma bluastra del fornello e si chiese quanti giorni di vita potesse avere ancora il topo. La signora Ortega aveva tentato ripetutamente di ucciderlo disseminando trappole, di spezzargli la schiena con una scopa e di avvelenarlo. Fino a quel momento, l'astuto topo di città l'aveva elusa con abilità soprannaturale, guadagnandosi il rispetto di Charles. Ma non c'erano dubbi sul fatto che la fine del roditore fosse vicina.

Il caffè stillò nel bricco i suoi cremosi succhi scuri. L'aroma inebriante si sparse per la cucina.

Charles portò il caffè nel soggiorno e lo sistemò accanto al voluminoso dattiloscritto. Allontanò qualunque pensiero non attinente al compito che doveva svolgere.

Una cosa gli fu chiara fin dalle prime pagine: se Amanda Bosch era il personaggio femminile, non era capace di raccontarsi bugie. Interruppe la lettura veloce e proseguì la lettura a un ritmo più umano, poiché molto umani erano i sentimenti che palpitavano nel testo… Amanda si svegliava da un incubo e lo ritrovava sdraiato accanto a sé, nel letto.

Il personaggio maschile del romanzo non sembrava conoscere o curarsi delle regole che normalmente caratterizzano i rapporti fra amanti. La donna si chiedeva perché egli non troncasse una relazione nella quale sembrava nutrire scarsissimo interesse.

Le scuse che accampava per spiegare la sua frequente indisponibilità ai loro incontri erano offensive. Tuttavia Amanda non si ribellava, dicendosi che era preferibile essere accarezzata da quell'uomo freddo e privo di passione che non essere accarezzata affatto. Non gli chiedeva mai della moglie, temendo di scoprire che non aveva mai provato nulla neanche per lei, né per nessun'altra. Lui sapeva fare l'amore meglio di chiunque altro Amanda avesse conosciuto, però le donne non gli piacevano.

Quando erano insieme, inzuppavano le lenzuola di sesso e sudore. Lui faceva sempre in modo che lei venisse per prima, manipolando il suo corpo con sapienza, insistentemente. Dopo l'orgasmo di Amanda, l'amante tradiva un orgoglio da tecnico per il lavoro ben fatto.

Lo trovava già vestito quando usciva dal bagno. Si avviava verso la porta, recitando la litania delle solite scuse. Usciva senza un bacio.

Rimasta sola, Amanda toglieva le lenzuola madide dal materasso e le stendeva ad asciugare, al caldo del mese di luglio la prima volta, poi al freddo dell'inverno. Era meglio di niente, si diceva, sapendo che non era vero.

Charles alzò lo sguardo dal dattiloscritto per fissare la porzione di muro di fronte alla sua poltrona. Richiamò alla mente la fotografia di Amanda Bosch che Riker gli aveva mostrato una sola volta. La tristezza era implicita nella forma dei suoi occhi, un sentimento formatosi nel grembo materno.

Se solo avesse potuto richiamarla in vita per un minuto.

Ma solo Malakhai avrebbe potuto inscenare quel trucco stupefacente, ottenendo una prodigiosa, infallibile fedeltà alla vita.

Un'idea folle.

Eppure.

Quel romanzo non era un mero esercizio di imitazione della realtà. Era la mente di Amanda al lavoro. Con il dattiloscritto e la fotografia, il vecchio mago avrebbe potuto farlo. Ma Malakhai non era lì con lui in quel momento.

Charles tornò a concentrarsi sul dattiloscritto, ma il volto di Amanda era impresso nell'occhio della sua mente, non lo lasciava in pace.

Fissò il telefono, tentato di contattare il più grande illusionista di tutti i tempi.

Cosa avrebbe potuto dire a Malakhai? «Perdonami, ho anch'io un piccolo problema con una donna morta. Come si fa a diventare pazzi come te?» Forse era già sulla buona strada.

Scosse lentamente la testa.

La costruzione di un succubo non era roba per illusionisti dilettanti. Non doveva dimenticare il prezzo che Malakhai, un maestro, aveva pagato per quell'impresa.

Abbassò gli occhi sul dattiloscritto. Era quel momento della notte, pensò, in cui le idee più folli sembravano meravigliose.

Stava leggendo da un'ora quando un rumore attrasse la sua attenzione. Non era abituato ad avere compagnia, a quell'ora. Si era dimenticato della presenza di Nose. Adesso guardava il gatto, seduto a pochi centimetri dalle sue pantofole.

Il fatto che Nose fosse privo di artigli non gli aveva impedito di acchiappare il piccolo topo marrone che adesso si dibatteva fra le due file di aguzzi denti bianchi. Charles si accorse di parteggiare per il topo. I denti del gatto fecero scricchiolare le ossicine della sua preda. Il topo gemette. Non era uno squittio: l'animaletto stava piangendo.

Il gatto alzò lo sguardo su di lui: si poteva vedere molto di Mallory nel colore e nell'aspetto di quegli occhi.

Charles si chinò con l'intenzione di portargli via il topo per ucciderlo rapidamente. Il gatto emise un basso ringhio di avvertimento, la coda si agitava minacciosamente mentre la mano di Charles esitava.

"Indietro", dicevano gli occhi del gatto. "È il mio giocattolo, non il tuo."

Angel Kipling si strinse addosso la seta trapuntata della vestaglia, come se la stanza fosse fredda. Non era così.

Seduta davanti al computer, fissava attonita le parole nella finestra MESSAGGI PERSONALI. Vedeva suo marito riflesso nello schermo. Una minuscola copia di Harry fluttuava verso di lei. Avvertì il calore del corpo di lui, in piedi dietro la sua sedia.

«Angel, cosa c'è?»

«Oh, niente, Harry.» Continuava a fissare lo schermo. «È un messaggio personale. Credo che sia per te.»

Si alzò e si avviò a passi lenti in direzione della camera da letto in cui da tempo dormiva sola. Si girò e lo vide curvarsi verso il monitor del computer e leggere il messaggio che scorreva sullo schermo: BUGIARDO, BUGIARDO, BUGIARDO, BUGIARDO…

Voleva allontanarsi dal luogo in cui il gatto stava mangiando il topo. Uscì sul pianerottolo e aprì la porta dell'ufficio. Al tocco di un pulsante, la stanza si riempì della morbida luce proveniente dagli antichi paralumi di vetro colorato.

Nella stanza accanto, l'ufficio di Mallory era un altro pianeta. Lo scatto dell'interruttore lo inondò di una luce cruda, acida, proiettando Charles dritto nell'era dell'elettronica. Le macchine brillavano e lo fissavano con occhi grigi privi di vita.

Il collage di immagini sul pannello di sughero sul muro opposto alla porta lo fece trasalire. Come aveva fatto Mallory a raccogliere tanto materiale in così poco tempo? Non dormiva mai?

C'erano fotografie di Amanda, del suo appartamento, campioni della sua grafia, un'immagine di una vecchia culla di legno in attesa di un bambino mai nato.

Guardò le foto dell'autopsia, quelle del luogo del delitto, mentre in lui cresceva la sensazione di conoscere profondamente quella donna.

Mentalmente sovrappose la rosea carne viva della foto di Riker a quella bianca e morta. Amanda aprì gli occhi e gli sorrise. Charles scoprì che poteva modificare quel sorriso in un'espressione più appropriata alle circostanze. Ora lo sguardo di Amanda era amichevole e interrogativo. "E adesso?" chiedeva. Trattenne questa nuova immagine di lei troppo a lungo, tanto che gli sarebbe rimasta nella memoria per anni.