Le melodie del concerto si dispiegavano nella sua mente vividamente, cammini pieni di tristezza, e poi… Amanda.
Era un'immagine a due dimensioni, come una fotografia, ma infusa dell'energia palpabile di lei. Aggiunse un po' di luce ai teneri occhi azzurri, e le donò lo splendore dei capelli dorati di Mallory.
Era pronto.
Si sporse in avanti. «Amanda?»
L'immagine chinò la testa in segno di assenso. Sembrava un foglio di carta piegato arbitrariamente, un goffo tentativo di animare l'immagine piatta di una donna morta.
«Perché ti hanno uccisa, Amanda?»
Lei rispose con la voce di Mallory. Charles l'aveva creata prendendo solo la seta di Mallory, lasciando da parte il suo sarcasmo. «Lui mi ha mentito.»
C'era una ferita nel suo sguardo, come se Charles fosse stato troppo diretto, troppo precipitoso. Gli occhi azzurri si appannarono, e Amanda scomparve.
«Sono così spiacente» disse Charles rivolto al nulla. Il suo patetico tentativo era fallito miseramente.
Rimise il tappo alla bottiglia di profumo, ma l'olezzo di morte delle rose assassinate restò sospeso nell'aria. Quando passò nelle altre stanze, quell'odore lo seguì. E quando fu nel suo letto, più vulnerabile, con le mani e i piedi legati dal sonno, Amanda tornò.
Per tutta la notte assistette all'uccisione di tenere, freschissime rose.
Capitolo Quarto
23 dicembre
Per un minuto buono, Charles Butler era rimasto accanto alla porta, ascoltando lo scalpiccio nel corridoio esterno. Dai passi leggeri che andavano e venivano, capì che si trattava di un bambino. Ed esattamente in quel momento, grazie a una combinazione di udito finissimo e sensibilità zen, distinse il suono di qualcuno che spostava il peso da una gamba all'altra. Aspettò con educazione che il visitatore superasse le sue esitazioni e suonasse il campanello.
Charles aprì la porta con il sorriso pronto, un sorriso sincero, dato che i bambini gli piacevano.
«Ciao. Sei venuto in anticipo.» Un'ora prima.
«Sì» disse Justin Riccalo, dondolandosi sui talloni. «Devo incontrare qui i miei genitori. La mia lezione di piano è stata annullata, e non sapevo dove andare.»
Perché non a casa sua? Forse là non si sentiva più il benvenuto?
Come se gli avesse letto nel pensiero, il ragazzo aggiunse: «Non ho le chiavi di casa. Posso andare da qualche altra parte. Mi dispiace…».
«Non devi scusarti. Stavo giusto scendendo nel seminterrato. Mi fa piacere avere compagnia. Ti piacciono i trucchi magici?»
La risposta di Justin non fu quella che si era immaginato. Il dondolio cessò.
«Se mi piacciono i trucchi? Signor Butler, questo è un modo indiretto per chiedermi se so far volare una matita?»
«Niente affatto. Vieni con me. Sono sicuro che il seminterrato ti piacerà.»
Con un'alzata di spalle, il ragazzo gli fece capire che ne dubitava, ma che l'avrebbe accompagnato ugualmente. Charles chiuse a chiave la porta dell'ufficio e insieme si avviarono lungo il corridoio seguendo il cartello che indicava l'uscita e portava alla scala. Il ragazzo si voltò a guardare l'ascensore e Charles spiegò che le scale erano l'unica via d'accesso ai piani sotterranei, aggiungendo che sperava che a Justin quattro scalini non dispiacessero. Justin procedette lento e con fatica accanto a Charles, come se le sue gambe pesassero un quintale ciascuna.
A quanto pareva le scale erano una novità per quel ragazzino. Quando la porta si aprì su una scala a chiocciola di ferro nero, Justin si afferrò al corrimano. La luce cruda di una lampadina deformava le ombre del ferro ondulato.
«Spaventoso» disse Justin, approvando i giochi aggrovigliati di luci e ombre. «Questo vecchio palazzo mi piace.»
«Non hai ancora visto niente.»
Charles camminava davanti, seguito dal ragazzo, dal cui passo era scomparsa ogni riluttanza.
«Cosa andiamo a fare laggiù, signore? Vuole che infili due dita nel suo rilevatore di paura?»
«No, niente macchinali strani o metodi sofisticati. Le chiacchierate e qualche test scritto sono gli unici ferri del mio mestiere.»
«In che genere di soggetti è specializzato? Alieni?»
«Niente di così eccitante. Mi occupo di persone dotate di qualche talento particolare. Trovo un modo per qualificare, quantificare e applicare queste qualità… Molte persone hanno alcune aree dell'intelligenza eccezionalmente sviluppate. Prendi la mia socia, Mallory. Ha un talento naturale per l'informatica.»
«I computer sono solo congegni meccanici» disse Justin nel tono di una persona di mezz'età. «Chiunque può farne funzionare uno con un manuale di istruzioni.»
«Be', Mallory non ha bisogno di manuali. Fa cose a cui i progettisti non hanno mai pensato. Non hai idea di quello che riesce a fare con un computer.»
Un momento. Forse Mallory non era quello che si dice un buon modello per un ragazzino.
«Ma il talento della sua socia ha già un'applicazione.»
«Sì. Nella maggior parte dei casi esamino persone il cui talento non ha alcun campo di applicazione apparente e identifico un modo di valorizzarlo. Poi trovo loro un posto in un progetto di ricerca. Sembra noioso, vero?»
«D'accordo, signor Butler. Vuole cominciare senza i miei genitori?»
«Oh, no. Facciamo questa gita per il semplice piacere di farla. Stavo per venire quaggiù per cercare un vecchio disco che apparteneva a mio cugino. Era un mago… Maximillian Candle. Ne hai mai sentito parlare? No, non puoi averne sentito parlare. È passato molto tempo da quando calcava il palcoscenico. Ti interessa la magia? Non mi hai risposto.»
Erano arrivati in fondo alla scala, e Charles stava armeggiando con la serratura della porta. Una volta entrato, cercò a tastoni la torcia sul mobile in ingresso. L'accese e diresse il raggio verso il ragazzo per illuminargli il cammino.
Si fecero strada tra un labirinto di scatoloni e casse, vecchi mobili e foto incorniciate.
Charles inserì una chiave in un'altra serratura e la parete posteriore cominciò a ripiegarsi su se stessa, come una gigantesca, silenziosa fisarmonica.
Lo spazio cavernoso oltre la parete era illuminato debolmente da un'ampia finestra. Le sbarre alla finestra erano opera di Mallory, così come le serrature a prova di ladro installate per tutto l'edificio. Avrebbe messo sbarre a ogni finestra se Charles glielo avesse consentito. C'era voluto del bello e del buono a convincerla che avrebbe preferito essere derubato piuttosto che sentirsi in prigione a casa propria.
Adesso il raggio della torcia illuminava un collage di satin e seta. Lustrini e cristalli scintillavano nelle custodie per vestiti trasparenti appese all'interno di un baule. Una parte della stanza era oscurata da un paravento di carta di riso raffigurante un grande drago dalla lingua fiammeggiante. Delle mensole fissate al muro ospitavano maschere, cappelli a cilindro, una gabbia per le colombe, carte da gioco giganti, scatole decorate e piccoli bauli pieni di trucchi magici.
«Tra un attimo accenderò la luce.» Charles toccò con un dito la sommità di una sfera di cristallo e quella si animò, illuminandosi con pulsazioni misteriose come se la luce al suo interno respirasse.
Si girò verso il ragazzo, la cui attenzione era focalizzata altrove. «Oh, quello è il cugino Max.»
«Come va?» disse il ragazzo alla testa mozza appollaiata sulla sommità di un baule. Justin guardava alternativamente Charles e la testa di cera. «Le assomiglia.»
«Morì quando avevo all'incirca la tua età.»
Charles prese in mano la testa. Lo fissava con occhi vivi e l'espressione di stupore caratteristica di Max quando era in vita.
«Il cugino Max salvò la mia infanzia.»
«Cosa intende dire?»
«Grazie alla magia. Era un mago fantastico. Naturalmente il più grande di tutti i tempi è Malakhai. Faceva un numero con una donna morta, un fantasma.»
«Come no, signor Butler.»
«Dico davvero. Si chiamava Louise. Morì a soli diciannove anni. Era una di quelle persone molto dotate di cui stavo parlando, che…»