«Louise Malakhai? Quella del Concerto di Louise?»
«A quanto pare qualcosa hai imparato a scuola.»
«No, cerco di non imparare niente alla Tanner School. E troppo rischioso. Non sono sicuro che sappiano quello che fanno. La mia prima matrigna era solita ascoltare il Concerto di Louise. L'ha conosciuta? Louise, intendo.»
«Be', sì e no.»
«Perché ha intitolato il concerto con il suo nome? È una sorta di autoritratto in musica?»
«Veramente lei aveva dato al concerto un titolo diverso. Fu Malakhai a cambiarlo, dopo che lei morì. Allora conosci quella musica.»
«Non proprio. Ho ascoltato il disco solo una volta dopo la morte della mia matrigna. Era un vecchio disco per giradischi…»
«D'antiquariato?»
«Sì. Probabilmente adesso si trova su CD. La mia matrigna… quella pazza che si è suicidata… amava quel disco. Lo ascoltava di continuo.»
«A te piaceva?»
«Non l'ho mai ascoltato tutto. Lo metteva quando era sola. Quando c'era qualcun altro spegneva, o lo ascoltava con le cuffie. Diceva che il concerto era… abitato dai fantasmi. Diceva di sentire qualcuno che si muoveva nella musica. Strano, no? Comunque, dopo la sua morte, un giorno che stavo ascoltando il disco, papà lo strappò dal giradischi e lo distrusse.»
Charles pensò a quel diabolico spazio vuoto, che ogni orecchio riempiva di significati diversi. Una volta lui aveva sentito Louise gridare. Un'altra volta, da adolescente infatuato della donna fantasma, l'aveva sentita ridere.
«Louise morì giovane. Il concerto fu la sua unica composizione, tutto ciò che Malakhai possedeva quando tornò dalla guerra di Corea. Lo usava come colonna sonora per tutti i suoi spettacoli.»
«Con una donna morta.»
«Sì, una donna morta invisibile. Gli faceva da assistente. Quando gli porgeva un oggetto di scena, lo si vedeva fluttuare dalla mano di Louise a quella di Malakhai.»
«Trucchi. Fili e roba del genere.»
«Ma Malakhai sapeva anche ispirare terrore. Mandava Louise tra la folla. Più tardi la gente del pubblico giurava di averla sentita passare, il fruscio del vestito, la corrente d'aria.»
«Come ci riusciva? Che tipo di trucchi usava?»
«Niente di tangibile, di concreto. Convinceva il pubblico dell'esistenza di Louise.»
«Tutto il pubblico?»
«In realtà è più facile quando c'è molta gente. Dall'ipnosi di massa alla psicosi, quanti più sono, meglio è. Si possono fare un'infinità di cose con una grande quantità di energia…»
«Ma nessuno l'ha vista davvero?»
«Lui la descriveva in modo così efficace che riesco a vederla ancora adesso. Portava il vestito che indossava quando morì. Era blu.»
«Com'è morta?»
«Nessuno lo sa. Fa parte del mistero di Louise. Alcuni dicono che sia stato Malakhai a ucciderla. Altre voci dicono che sia stata uccisa perché era una spia. Tutto molto romantico. Quando avevo la tua età ero innamorato di Louise.»
«Allora era pazzo quanto Malakhai.»
«Credo di sì. E hai detto bene… Malakhai è impazzito. È veramente sorprendente quello che la gente fa per amore… per conservarlo, ucciderlo, vendicarlo. Alcuni muoiono, per amore.»
Charles pensò a quello che aveva fatto Amanda. "Taglialo, strappalo da me", aveva detto al chirurgo, lei che adorava i bambini.
«Ne deduco» disse il bambino che aveva davanti, «che innamorarsi non sia l'aspetto più bello del diventare adulti.»
Charles sorrise. «Anche l'amore per un bambino può portare a comportamenti estremi. Le cose che la gente fa per i propri figli…»
«Oppure ai propri figli.»
Charles annuì.
Justin era stato maltrattato? Quale era l'origine dello sguardo di mutuo riconoscimento che era balenato tra lui e Mallory? Quei due avevano qualcosa in comune.
Ma anche lui, Charles, aveva qualcosa in comune con il ragazzino: Justin Riccalo non parlava come un bambino. Entrambi erano cresciuti circondati da adulti.
Individuò il vecchio giradischi e si chinò a togliere il grosso della polvere. Dov'erano i dischi?
Ah, eccoli.
Tirò fuori la cassa di vecchi album da sotto un tavolo, e cominciò a esaminarli. Il ragazzo gli gironzolava attorno, perennemente inquieto.
«Allora, Justin, quando non ci sono in giro matite volanti, come va con la tua matrigna?»
«Non la conosco molto bene.»
«Pensavo che la tua matrigna conoscesse tuo padre da molto tempo.»
«Credo che un tempo lavorassero insieme. Non ne sono sicuro. Forse a quel tempo mia madre era ancora viva. Non conoscevo bene neanche lei.»
«Come?»
«Ero quasi sempre a scuola. Fin da quando avevo quattro anni, i miei genitori mi iscrissero a una scuola speciale. Spesso non torno a casa prima delle otto o le nove. Come faceva Malakhai a far credere a quelle persone che Louise le avesse toccate?»
«Il pubblico se ne convinceva da solo.»
«Crede possibile che la stessa cosa accada alla mia matrigna, con le matite?»
«L'immaginazione non fa tutto da sola. Subentra a completare l'effetto del trucco.»
Charles fece scivolare il disco fuori dalla copertina consunta e lo mise sul giradischi.
Justin si sedette sui talloni. «Adesso si trova su CD, sa.»
«Me l'hai già detto. Silenzio. Ascolta.»
Il volume era troppo alto. Quando la musica si levò come una marea, la grande stanza parve troppo piccola per contenerla. Charles abbassò il volume fino a un livello accettabile, ma il concerto conservò tutta la sua potenza. Quella era vera magia.
Charles si smarrì nei ricordi di Louise con l'abito blu macchiato di sangue. Poi i suoi pensieri andarono ad Amanda Bosch. Louise e Amanda erano intrecciate nella sua mente. Come quando era piccolo, chiuse gli occhi e lasciò che la musica gli scorresse addosso nel buio.
La matrigna di Justin aveva descritto bene quella musica. Era abitata da spettri. Qualcuno si muoveva attraverso la musica, e nello spazio vuoto… questa volta piangeva.
Charles aprì gli occhi e guardò il ragazzo, che, ripiegato su se stesso, si teneva le mani premute sulle orecchie.
Cosa senti nel vuoto, Justin?
Charles trasalì.
Amanda Bosch era apparsa alle spalle di Justin.
Si chinava sul ragazzo raggomitolato ai suoi piedi.
La mano di Charles si precipitò a sollevare la puntina dal disco e la musica cessò.
Amanda non c'era più.
Riker fece una smorfia quando vide il detective Palanski, una pertica in giacca di pelle nera e occhiali da sole. Deve credersi una fottuta stella del cinema, per portare gli occhiali da sole al chiuso. Il detective stava agitando un dito appuntito a pochi centimetri dalla faccia di Martin, un agente in divisa che aveva l'ordine di tenere chiunque lontano dall'ufficio di Jack Coffey.
Nessun super-detective della West Side avrebbe sopportato un affronto del genere da un semplice poliziotto, diceva il dito di Palanski.
Riker toccò il braccio di Martin e gli fece cenno di allontanarsi. Martin arretrò fino alla porta dell'ufficio di Coffey e incrociò le braccia. Palanski si rivolse a Riker con la rabbia di un bambino di nove anni.
«Il mio capitano vuole sapere perché il tuo tenente si sta occupando di questo caso di omicidio… il cadavere nel parco. Nessuno dei vostri agenti è coinvolto.»
«E chi te lo dice?» ribatté Riker, tirando fuori una sigaretta e frugandosi nelle tasche per cercare i fiammiferi.
Possibile che a Palanski fosse giunta voce della faccenda del Coventry Arms? Sì, era così. Adesso il caso riguardava gente importante e lui desiderava ardentemente un'occasione di rifarsi dopo la recente figuraccia dell'errata identificazione del cadavere. Altrimenti perché venire a reclamare del lavoro supplementare in una città in cui notoriamente i cadaveri e i casi insoluti abbondavano?
«La vittima non è Mallory» disse Palanski. «Lo so per certo.»
«Quando hai visto il corpo la pensavi diversamente.»