Entrò nell'appartamento dei Rosen, ed ebbe la sensazione che ci fosse qualcun altro nelle vicinanze. Anche Nose lo sentì. Smise di fare le fusa e affondò la zampa priva di artigli nel suo cappotto, guardandosi intorno.
Nella camera da letto qualcuno stava spostando un mobile, poi azionò un aspirapolvere. Mallory entrò nella stanza e vide la donna delle pulizie, la Sarah di cui avevano parlato i Rosen.
«Oh, salve, signorina.» La donna spense l'aspirapolvere, e in quel momento Mallory sentì scorrere l'acqua nel bagno. La porta si aprì e Justin Riccalo comparve sulla soglia. Accennò un sorrisetto, che gli morì sulle labbra quando Mallory rivolse alla donna delle pulizie uno sguardo interrogativo.
«Spero che sia tutto a posto, signorina» disse Sarah. «Il ragazzino era nel corridoio ad aspettarla. Aveva bisogno del bagno. Non ho sbagliato a farlo accomodare, vero?»
«Certo che no.» Guardò il ragazzo. Negli ultimi tempi era sempre nella sua mente, in un modo o nell'altro. Avvertiva un legame con lui senza essere capace di definirlo, come se avessero condiviso qualche brutta esperienza. Ogni volta che si incontravano Mallory sperimentava una strana e confusa sensazione di déjà vu.
«Ho finito con questa stanza» disse Sarah, attorcigliando il filo attorno all'aspirapolvere. Mallory e il ragazzo continuarono a fissarsi in silenzio finché la donna delle pulizie non fu uscita dalla camera da letto.
«Come sei riuscito a evitare il portiere, Justin?»
«Sono entrato dietro a una coppia. Il portiere avrà pensato che fossi con loro.»
«Come sai che vivo qui?»
«Ho cercato il nome nell'elenco telefonico.»
No, Mallory scosse lentamente la testa, non può essere.
L'aspirapolvere cominciò a ronzare e sobbalzare lungo il tappeto del soggiorno.
«Okay, ero con la mia matrigna quando l'ha seguita l'altro giorno.»
In quell'occasione l'aveva sentito ma non visto. Aveva avvertito la presenza di un osservatore sul marciapiede di fronte, ma quando si era voltata a guardare il marciapiede era vuoto.
«Ho dato il suo nome all'addetto all'ascensore, e lui mi ha portato a questo piano. Ho incontrato la donna delle pulizie in corridoio. Stava entrando in casa. Le ho detto che lei mi aspettava.»
Sembrava quasi che si aspettasse di venire lodato. Lasciò che aspettasse.
Justin ficcò le mani nelle tasche della giacca a vento e si dondolò sui talloni mentre si guardava intorno nella camera da letto con il baldacchino ornato di gale, il cinz e le cianfrusaglie.
Tutta la sua sicurezza venne meno nel silenzio che seguì.
Mallory ascoltava il ronzio dell'aspirapolvere di Sarah.
Il ragazzo aprì la bocca per parlare. Mallory alzò un dito per farlo tacere. Justin richiuse la bocca.
Quando il rumore dell'aspirapolvere fu cessato e la porta dell'appartamento si fu chiusa alle spalle di Sarah, il ragazzo mormorò: «Ho bisogno di parlare con qualcuno, ma nessuno vuole ascoltarmi».
«Io ti ascolterò, se sarai sincero con me. La tua matrigna non trova più qualche paio di calze di nylon, di recente?»
«Come fa a saperlo?»
«Ti ha accusato di averle prese?»
«Non ancora. Ho trovato una calza smagliata ficcata nel mio cassettone stamattina. Io non l'ho presa, e non so come sia finita là.»
Quale era la natura del legame che sentiva con il ragazzo? Qualcosa di antico. Un mezzo ricordo. C'entrava forse il fatto che lui fosse un bugiardo?
«Quando sarai pronto a dirmi la verità su quello che sta succedendo, ti aiuterò.»
«Lei pensa che sia io a far volare le matite. Perché? Che cosa sa veramente di me? Niente. Solo quello che le dice mio padre.»
«Oh, so molte cose di te, Justin. So che sei abbastanza intelligente per capire come vengono messi in atto i trucchi. Ma non lo dici, vero? O sei davvero tu a inscenare i trucchi, o hai paura di tuo padre, o tutt'e due le cose. Oppure è la tua matrigna a far volare le matite? E tu non dici niente perché ti piace l'idea di mandare il tuo vecchio fuori dai gangheri?»
Osservò i vestiti del ragazzo e la sua faccia rosea intatta, le sue ginocchia senza una sbucciatura. Le scarpe da jogging non erano nuove, ma neanche sporche.
«Sei un solitario. Non hai amici, e non pratichi sport.»
Stava impettito, le spalle dritte bene aperte.
«Hai frequentato una scuola militare.» Justin assentì. «E non mi stai dicendo la verità. Se queste prodezze con gli oggetti volanti sono opera tua, lo scoprirò. Capito?»
«Che motivo avrei per farlo? Lei non sa tutto. Lei non sa che il denaro di mia madre…»
«…ti è stato lasciato in eredità. E tuo padre lo amministra.»
«Controlla anche me.»
«Sai, se fossi al tuo posto il mio obiettivo sarebbe il vecchio. Quello non avrebbe resistito più di sei secondi con me.»
«È un bastardo. Sono preoccupato per la mia matrigna.»
Mallory si limitò a fissarlo in silenzio per comunicargli che sapeva che stava mentendo di nuovo.
«Okay» disse il ragazzo. «La disprezzo.»
«Com'era la tua vera madre?»
«Come la seconda, e la mia seconda madre era come la terza. Aveva paura di tutti e di tutto. Mio padre ha un modello. Ognuna è la copia della precedente.»
«La tua vera madre aveva paura anche di te?»
Le mani del ragazzo affondarono ancor più nelle tasche della giacca a vento. Vide la frustrazione montargli negli occhi, nelle spalle irrigidite e nei denti da coniglio premuti contro il labbro inferiore.
Il gatto entrò nella stanza. Si diresse verso di lei. Lo guardò una sola volta per avvertirlo che non era il momento di tampinarla. Nose si fermò a una rispettosa distanza, accoccolandosi accanto al ragazzo. Adesso su di lei c'erano due paia di occhi, entrambi bisognosi.
«Non fare uscire il gatto quando vai via» disse, e voltò le spalle a entrambi, lasciando la stanza da letto per raggiungere lo studio dove l'aspettava il computer.
Peccato che le telecamere non fossero in funzione. Forse era il caso di programmare una registrazione continua, nel caso in cui qualcun altro avesse deciso di introdursi in casa in sua assenza.
La porta d'ingresso si chiuse dolcemente.
«Charles, lascia che ti prepari qualcosa da bere. Insisto, bevi con me.»
Effrim Wilde aprì gli sportelli scuri di un mobile bar cromato mettendo in mostra bicchieri scintillanti e un bar ben fornito. «Eleanor mi ha proibito di bere da solo. Dice che porta all'alcolismo.»
Voltò le spalle a Charles come se fosse meglio tenere segreta la ricetta del whisky e soda.
«Eleanor è tornata?»
«Sì» disse Effrim, mettendo una fetta di limone e un sorriso amorevole sull'orlo di ciascun bicchiere. «Si sentiva colpevole per avermi abbandonato alle mie sigarette, al whisky e al buon cibo. Quella donna è una santa. Lo scorso fine settimana non ho mangiato nulla che non fosse un pastone ipocalorico.»
Porse un bicchiere a Charles e portò l'altro con sé mentre andava a sedersi sul lato opposto di un basso tavolino di vetro scuro.
L'ufficio era stato riverniciato di recente. I muri erano di un giallo-verde che faceva venire il mal di stomaco. Come faceva Effrim a sopportarli?
Naturalmente passava solo poche ore al giorno in questo ufficio. Il resto del tempo lo trascorreva in interminabili pranzi nel corso dei quali tentava di sedurre presidenti di comitati per l'erogazione di fondi e altre fonti di approvvigionamento. I mobili avevano linee pulite, essenziali. Ogni superficie era di freddo metallo e vetro. I dipinti appesi alle pareti, tutti eseguiti dalla stessa mano, erano astratti. Forme rosse traboccanti di energia nervosa, pesanti linee nere. Non era lo stile di Effrim. Questo ufficio parlava più di Eleanor che di lui.
«Eleanor sa che perdi tempo con numeri di illusionismo da dilettanti?»