Cominciò a estrarre scatole di dischetti dalla sacca.
«Vuoi dire che per un po' non ci vedremo?»
«Ho da fare.»
Le voltò la schiena per un secondo, cercando qualcosa da dirle. Quando si voltò di nuovo a guardarla se n'era andata. La porta che dava sulla stanza del retro si stava chiudendo alle spalle sue e del gatto. Charles era rimasto solo.
«Allora rimaniamo d'accordo per stasera, va bene?» le urlò attraverso la porta.
Silenzio.
Mentre si recava alla porta d'ingresso, fu costretto ad ammettere un'altra serie di fatti. Sull'origine autobiografica del dattiloscritto aveva ragione lei, almeno fino alla gravidanza e al gatto che ballava. E aveva ragione sull'incontro, sulla mancanza di premeditazione da parte dell'omicida. Charles già aveva richiuso la porta dietro di sé ed era vicino all'ascensore quando pensò di tornare indietro, bussare alla sua porta e chiederle ancora di dirgli chi dei tre faceva volare le matite.
Lei lo sapeva.
Solo allora si ricordò anche del coltello sul tavolo. Perché l'aveva riportato nell'appartamento dei Rosen? Che cosa era andata a fare nel seminterrato?
Robert Riccalo si era ritirato dietro le pagine finanziarie del suo giornale, che lasciava visibili solo le gambe dei pantaloni e il cuoio verde della poltrona.
La sua poltrona era una specie di trono, più alta rispetto ai cuscini del divano sui quali era appollaiata sua moglie. Justin sedeva in una poltroncina adatta a un bambino piccolo.
Il fruscio del giornale di Robert Riccalo si mescolava al chiacchiericcio della televisione, che trasmetteva lo spot di un ammorbidente. Ogni grugnito o sospiro proveniente dal trono richiamava gli occhi di Justin al di sopra del libro che stava leggendo. Tutte le volte che alzava lo sguardo, incrociava lo sguardo della matrigna fisso su di lui: trovava Justin mille volte più interessante della televisione.
Quando udirono il rumore di vetro in frantumi nella stanza vicina le tre teste si girarono nella stessa direzione. Robert Riccalo guardò il figlio, seduto sulla poltrona scricchiolante. Sally Riccalo era rigida come una tavola, eretta sul bordo del cuscino del divano, gli occhi fissi in direzione del rumore.
Robert Riccalo giunse per primo in sala da pranzo. Sul pavimento di marmo frammenti di vetro blu. Quattro dei cocci più lunghi erano allineati in una sorta di freccia che puntava in direzione della stanza da cui era appena uscito. Dietro di lui, sua moglie emise un penoso squittio.
Justin fu l'ultimo a entrare, mentre il primo frammento di vetro si spostava lentamente lungo il pavimento, verso Sally Riccalo. Lei era immobile, come paralizzata. Poi si riscosse e puntando il dito verso Justin, urlò: «È lui, è lui che mi sta facendo questo. Vuole uccidermi! È lui». Robert Riccalo si girò verso il figlio, mentre la tempesta gli si andava addensando negli occhi.
Justin si allontanò di corsa dalla sala da pranzo precipitandosi lungo il corridoio verso la sua stanza. Chiuse la porta a chiave e prese a spingervi contro i mobili, con fatica.
«Justin!» tuonò suo padre. «Justin!» Le urla si stavano avvicinando. «Justin!» La maniglia si mosse. Poi Justin sentì l'omone girare sui tacchi e i suoi passi svanire alla ricerca della copia della chiave. Robert Riccalo tornò e infilò la chiave nella serratura.
Justin arretrò verso la parete alle sue spalle mentre la porta scricchiolava contro il cassettone e il pesante mobile cominciava a muoversi lento e implacabile verso di lui.
Fu il bambino di cinque anni ad attrarre la sua attenzione quando gridò, pieno di rabbia: «Voglio vedere il corpo!» e ora anche Mallory voleva vedere. Si diresse verso il gruppo di pedoni raccolti sul marciapiede antistante l'edificio vicino. Il bambino sferrò un calcio alla gamba di una donna che lo teneva per un braccio. La donna era di colore. A giudicare dall'uniforme, apparteneva a una classe sociale diversa da quella del ragazzino.
«Non ci vado, dentro» diceva il bambino, con il minuscolo pugno serrato.
In quel momento notò il lungo cappotto nero di ottima fattura. A indossarlo era un uomo che toccava il corpo con la punta di un ombrello.
«È morto?» chiese la donna che gli stava vicino, arretrando. «È per questo che puzza?»
«No» disse un'altra donna. «Puzzano tutti così anche da vivi.»
Mallory si fece largo nel gruppetto. Gli occhi dell'uomo erano chiusi come se dormisse, e non c'era traccia di shock sul volto sudicio, né di risentimento per l'ombrello che lo punzecchiava. Perché era morto. La bottiglia al suo fianco, il fiotto di vomito e i vestiti laceri raccontavano la sua storia. Si era infilato tra i cespugli in piena notte ed era morto di freddo, troppo ubriaco per cercarsi un rifugio migliore. O forse era morto soffocato dal suo stesso vomito. Il portiere del terzo turno, il cui lavoro nella vita era cacciare i poveri, con ogni probabilità stava dormendo o leggendo il giornale quando l'uomo si era spinto fin lì in cerca di un riparo dalla neve della notte precedente.
Il bambino adesso stava guardando Mallory. «Il portiere chiamerà il camion della spazzatura, come ha fatto per il cane?»
«Quale cane?»
Felice e con l'aria del cospiratore, il bambino disse: «Ho visto uccidere un cane. È successo proprio qui». Puntava il dito verso il bordo della strada. «Ero di sopra…»
«Di sopra dove?»
La tata si avvicinò. «Abita al decimo piano. Continua a parlare di quel cane, ma non credo che possa aver visto…»
«Io l'ho visto! E non ero al decimo piano. Dice così solo perché i miei genitori non vengano a scoprire che in quel momento non ero sorvegliato» disse il bambino. Chiaramente teneva la tata in pugno.
«Ero nel corridoio, al terzo piano» disse. «Ho guardato giù, e l'uomo stava ammazzando il cane.»
«Come?»
«Lo ha strangolato. Il cane tirava il guinzaglio, e penso che all'uomo non piacesse. Ha sollevato il cane per il collare. Lo ha sollevato in aria, e il cane continuava a scalciare. Poi ha smesso di muoversi. Era morto. Lui ha sbattuto il corpo per strada con un calcio. Volevo andare a vedere il corpo, ma il portiere non mi ha lasciato. Ha detto che presto il camion l'avrebbe portato via».
«Quando è successo?»
«Non lo so.»
Mallory si voltò verso la tata. «Quando è successo?»
La tata si strinse nelle spalle. «Non è mai successo. Si inventa tante di quelle storie.»
«Non è vero, non è vero!» strillò il bambino con un altro calcio ben assestato alla gamba della donna.
«Forse dovrei parlare con il portiere o con i suoi genitori» disse Mallory.
«È stato il diciannove» disse la tata precipitosamente. «Il giorno in cui è piovuto.»
Ma né il portiere né il ragazzo furono in grado di descrivere il cane. Mallory era sempre più convinta del fatto che il mondo sarebbe stato un posto migliore senza la confusione creata dai testimoni oculari.
La porta dei Rosen era aperta. Mallory passò il sacchetto della spesa sull'altro fianco ed estrasse la pistola. Con la pistola nascosta dal sacchetto, spinse la porta ed entrò nell'appartamento.
Il custode era nel soggiorno. Altri due passi silenziosi e Mallory scorse Angel Kipling intenta ad aprire la porta dello studiolo.
«Cerca qualcosa?»
Il custode si voltò.
«Oh, signorina Mallory, scusi l'intrusione, ma la signora Kipling era sicura di aver sentito un grido provenire da questo appartamento.»
«Dev'essere stato il gatto» disse Angel. «Sicuro. Dev'essere stato lui. Lo tiene sempre chiuso lì dentro?»
«Il bagno è grande. Non voglio che sparga peli sui mobili dei Rosen.»
Quando il custode ebbe richiuso la porta dietro di sé continuando a scusarsi, la donna si rivolse a Mallory.
«Abbiamo ricevuto il suo messaggio.»
«Quale messaggio?»
«Non faccia la furba. Ho visto l'attrezzatura là dentro.» La signora Kipling accennò alla porta spalancata dello studio.
«Allora, cosa vuole? Quanto?»