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«In cambio del mio silenzio?» Sfortunatamente le telecamere non erano in funzione, e comunque qualunque cosa Angel avesse detto, non avrebbe potuto essere usata contro il marito. «Preferirei trattare direttamente con suo marito.»

«Si dà il caso che nel mio matrimonio io sia il marito.»

Avanzando in direzione di Mallory, Angel Kipling aprì la bocca per continuare a parlare, ma poi perse le parole, o cercò di trovarne di più adeguate. La donna arretrò come il gatto quando lo sguardo di Mallory diceva "Ora basta". Camminò come un'automa fino alla porta e se la sbatté dietro.

Mallory andò in cucina e posò il sacchetto. Appoggiò la pistola sul bancone e ripose gli alimenti. Squillò il telefono. Mise via il burro e richiuse la porta del frigorifero sul secondo squillo. Raggiunse l'ingresso senza affrettarsi. Il gatto stava raspando sul vetro dell'acquario, sovreccitato alla vista dei pesci che nuotavano, incapace di impadronirsene.

«Ti capisco» disse Mallory.

Al quarto squillo sollevò il ricevitore.

«Mallory.»

«Sono io, Justin. Non sono stato io a far volare la matita.»

«Cosa?»

«Non sono stato io. Vuole aiutarmi?»

«Conosci le condizioni. Quando sarai pronto a dirmi la verità, ti aiuterò.»

Sentì l'improvviso inspirare del bambino, poi la comunicazione si interruppe bruscamente.

Un minuto dopo non pensava già più a Justin. Attraverso la porta aperta sulla stanza posteriore, vide il vaso cadere dal tavolino, rimbalzare sullo spesso tappeto e rovesciarvi il suo contenuto di rose gialle e acqua.

Dannato gatto.

Ma in quel momento udì Nose che miagolava nella stanza alle sue spalle. Fissò le rose finché l'avviso luminoso del suo sistema informatico richiamò la sua attenzione. Stava arrivando un fax.

Controllò il monitor. Era indirizzato al giudice Heart. Il logo indicava il nome di una rivista di legge, e il testo era una richiesta di permesso per ristampare uno degli scritti del giudice in una nuova edizione.

Copiò e incollò il logo e la firma su una pagina vuota. Poi scrisse il suo testo: «La rivista sta valutando un dattiloscritto, e desideriamo tutelarci contro possibili accuse di diffamazione. Vi sono alcuni dettagli di cui desideriamo chiederle conferma. È vero che picchia regolarmente sua moglie? È vero che sua madre è morta in seguito alle botte da lei inflittegli?»

Dedicò più di un'ora al terrorismo informatico, componendo nuovi messaggi destinati agli inquilini dell'edificio.

«Cristo santo» disse Riker mentre si avvicinava alla porta di Mallory. Era quello che pensava che fosse?

Esattamente. Suonò il campanello e bussò alla porta. «Mallory! Ci sei?»

Quando aprì la porta, lui emise un profondo sospiro di sollievo. Se lei ci avesse impiegato un secondo di più, Riker avrebbe fracassato la porta a pugni.

Le mostrò la X sulla porta d'ingresso. Il segno poteva essere stato tracciato solo col sangue. Erano capaci entrambi di distinguere il ketchup da un segnale di morte.

«Un vero tocco di classe, Mallory, complimenti» disse Riker, superandola e dirigendosi verso il telefono, posato sul tavolo accanto alla porta. «L'assassino sa come ti chiami e dove vivi. Non era abbastanza? Pensavi che rischiasse di perdere la strada?»

Mallory non rispose.

«Parliamo ancora un momento della tua teoria preferita. Il tizio ti sta braccando. Non quadra con un assassino spaventato che uccide in preda al panico e scappa. Il gioco qui è un altro.»

«Forse ha un complice.»

«Okay. Due dei sospetti sono sposati. Ammettiamo pure che una delle mogli abbia una personalità particolare, simile alla tua. Dovrebbe essere un mostro di coraggio per…»

«Oppure fare quello che le viene detto.»

«Io dico che stai giocando con il fuoco. Dovevi proprio gettarli nel terrore tutti e tre? Non pensi al rischio che qualcuno che non è l'assassino possa decidere di renderti pan per focaccia, magari con l'aiuto di un super-avvocato da milioni di dollari?» Oppure di un'arma. Indicò la porta. «Da quanto tempo pensi che sia lì quella roba?»

«Quando sono arrivata, un'ora fa, non c'era.»

Riker adesso per telefono stava dicendo: «Chiedi a Heller se può fare un salto qui. Chissà che non siamo fortunati. Se è sangue umano, potrebbe essere il suo». Chiuse il telefono e si rivolse a Mallory. «È tempo di chiedere rinforzi, piccola.»

«Non chiamarmi piccola. E poi il mio è un caso a budget ridotto, ricordi?»

«Non puoi più stare qui da sola.»

«Non ho una grande opinione dell'assassino. Guarda qui.» Indicò il centro della X di sangue sulla porta. «Piume. Il nostro intrepido criminale ha assassinato un uccello. Perciò niente rinforzi. Non permetterò a nessuno di incasinare le cose.»

Stavano ancora discutendo, quando Heller arrivò con i suoi attrezzi e cominciò a grattare via campioni di sangue dalla porta. Quando Heller se ne andò, Riker, esausto, stava dicendo: «Okay, niente rinforzi. Quando pensi di prenderlo?».

«Forse domenica.»

Dunque voleva mettergli le mani addosso quando Dio era a riposo, distratto… a meno che non gli stesse mentendo un'altra volta.

Mentre Mallory infilava la pistola nella fondina il gatto le faceva le fusa intorno alle gambe. Mallory lo prese in braccio.

Nose le si strofinò contro il viso, leccandole la pelle con la lingua di carta vetrata rosa, gli occhi che si chiudevano lentamente nella versione gattesca di un sorriso.

Mallory si avvicinò alla porta del bagno, lo tenne sollevato all'altezza delle braccia e lo lasciò cadere sulle mattonelle. Il gatto si sollevò sulle zampe e cominciò a ballare.

Riker fischiò piano. «L'ha fatto mai prima?»

«No.»

Si inginocchiò, prese le zampe del gatto nelle mani e gliele posò sul pavimento. Il gatto fece le fusa, gli occhi di nuovo semichiusi. Mallory si rialzò, e gli occhi del gatto si riaprirono, feriti, mentre lei chiudeva la porta sulle zampette che tornavano a sollevarsi.

Se solo fosse stata una donna di media intelligenza e media ambizione. Se solo il suo volto non fosse stato la magnifica antitesi della sua faccia da clown; se solo fosse stata normale, lui le avrebbe dato tutto quello che possedeva. Ma lei era anormale e deviata, e se lei lo avesse voluto, lui le avrebbe dato tutto ciò che possedeva. Seppe che non sarebbe venuta quando l'ora stabilita fu trascorsa da cinque minuti. Adesso misurava lo scorrere del tempo in base al ghiaccio che andava sciogliendosi nel secchiello. A un tratto la carta rossa che avvolgeva il suo regalo gli sembrò patetica. Una stupida scatola, destinata a una donna a cui non importava nulla di aprirla. Per un'altra ora se ne stette a fissare la porta a cui lei non avrebbe bussato. Poi prese il cappotto e aprì la porta, che non si ricordò di chiudere a chiave. Percorse i corridoi e scese le scale, poi si addentrò nella notte, a passeggiare e pensare.

La notte era gelida e frizzante. Da nord si sentivano le campane del convento di Bleecker Street, e da ovest le campane di St Anthony. Era così sciocco da trovare la notte romantica, sebbene non ci fosse nessuno con cui condividerla, né forse ci sarebbe mai stato.

Mallory era tutto quello che ne diceva Riker: niente cuore, niente punti morbidi dove far breccia. Probabilmente lei lo riteneva uno sciocco. Naturalmente lo era. Diceva sempre le cose sbagliate. Se solo ci fosse stato in lei qualche aspetto convenzionale, una porzione di terreno sicuro che lui fosse stato in grado di comprendere.

Il lettore CD gli sbatté sulla coscia dalle profondità della tasca del cappotto. L'aveva ringraziata per il regalo, ma non l'aveva usato. Be', forse quello strumento poteva costituire un ponte verso Mallory. Lo tirò fuori dalla tasca, si mise le cuffie e premette il pulsante d'avvio. La musica gli si rovesciò nel centro del cranio da tutte le direzioni. Era meraviglioso. Quella musica che abitava nella sua testa sin dall'infanzia gli sembrò nuova, sorprendente.

E un elemento nuovo andò ad aggiungersi alla sua follia autoindotta.