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«Capisco, mio signore», rispose Mina. I suoi capelli turbinavano nell’acqua, una fiamma immersa nel sangue.

«Non sono sicuro che tu capisca, Mina», disse Chemosh, guardandola intensamente. «L’acqua sarà per te come l’aria. Ciò significa che l’aria sarà come l’acqua. Quando ti avrò fatto questo, se risalirai alla superficie, annegherai.»

Per tutta risposta, Mina accostò le labbra alle sue, chiuse gli occhi e lo strinse forte. Lui la afferrò, la premette contro di sé e mettendo la bocca su quella di lei aspirò l’aria da quel corpo, le risucchiò la vita dai polmoni.

L’acqua si sollevò sopra la testa di Mina. Lei non riusciva a respirare. Ansimò alla ricerca di aria, ma nella bocca le entrò acqua. Mina si sentì soffocare, strozzare. Chemosh la tenne forte. Lei cercò di non opporsi, ma non poté farne a meno. L’istinto di sopravvivenza del suo corpo fu più forte del suo cuore. Lottò per divincolarsi dalla presa del dio, ma lui era troppo forte. Le dita di Chemosh le si conficcavano nella carne e nei muscoli e nelle ossa, le gambe di lui la inchiodavano giù sott’acqua.

«Mi sta uccidendo», pensò Mina. «Mi ha mentito...»

Il cuore le palpitava, il petto le ardeva. Spaventose esplosioni di stelle le oscuravano la vista. Mina si dimenò nella stretta di Chemosh e ansimò, e l’acqua le entrò nei polmoni e nel corpo mentre il mare si faceva sempre più alto, dondolandola dolcemente. Mina era troppo stanca per lottare, così chiuse gli occhi e si offrì a quella tenebra tinta di sangue.

7

Mina si destò in un mondo che non aveva mai conosciuto la luce del sole, un mondo di notte profonda ed eterna.

L’acqua marina premeva su di lei, la circondava, l’avvolgeva e l’abbracciava. La spingeva e la tirava, con un movimento continuo. Non vi era né su né giù. Niente sotto i suoi piedi né sopra la testa per orientarsi. Era alla deriva, da sola.

Mina poteva respirare l’acqua altrettanto bene quanto prima respirava l’aria; per lo meno cercò di convincersi che era così. Si sentiva soffocare, mezzo asfissiata. Dentro di lei si agitava il panico. All’improvviso temette di rimanere intrappolata per sempre in quella tenebra opprimente e liquida. Il suo impulso fu di nuotare fino alla superficie, ma si costrinse ad abbandonare quell’idea. Non aveva idea di dove fosse la superficie, e agitandosi nell’acqua avrebbe potuto affondare di più anziché risalire.

Non riusciva a chiamare Chemosh. Non riusciva a gridare o a urlare. L’acqua inghiottiva la sua voce. Si sforzò di vincere il senso di panico, cercò di rimanere calma, rilassata.

«Ho percorso i luoghi tenebrosi di Krynn», si disse Mina. «Ho percorso i luoghi tenebrosi della mente di un dio. Io non sono sola...»

Una mano toccò la sua. Mina strinse quella mano con gratitudine, la tenne forte.

«Non hai avuto paura, vero?» le chiese Chemosh, con tono mezzo canzonatorio e mezzo serio. «Puoi parlare, Mina. Ricordati, l’acqua è per te come l’aria. Parla. Io sentirò le tue parole.»

«Stavo per dire che se ho avuto paura è solo perché la paura è la maledizione dei mortali, mio signore», rispose Mina.

«È vero», concordò Chemosh, con un tono diventato severo. «La paura conferisce ai mortali buoni istinti.»

«Qualcosa non va, mio signore?»

«C’è un’agitazione, un’energia che non c’era quando sono venuto qui appena un anno fa. Potrebbe non avere nulla a che fare con la nostra caccia al tesoro, però non mi piace. Ha l’odore di un dio.»

«Zeboim?» domandò Mina.

Chemosh scrollò il capo. «Lo pensavo anch’io, e sono ritornato alla superficie. Non si radunano nubi temporalesche, non ululano venti sferzanti. Il mare è così piatto che gli uccelli incominciano a costruirsi nidi sull’acqua. No, quello che non va è qua sotto; non è colpa di Zeboim.»

«Quali altri dèi potrebbero essere all’opera nel mare, mio signore?»

«Habbakuk domina le creature marine. Non mi preoccupo di lui, però. È indolente e pigro, come ci si potrebbe aspettare da un dio che passa il tempo fra i pesci.»

Si interruppe per ascoltare. Anche Mina ascoltò ma, nonostante ciò che aveva detto Chemosh, aveva gli orecchi ostruiti dall’acqua. Non udiva niente tranne il suono del proprio sangue pulsante e la voce del dio.

«Io non sento niente», disse alla fine Chemosh, sembrando perplesso, «eppure la sensazione persiste. Forse è soltanto la mia fantasia. Vieni, troviamo quello che cerchiamo. Le rovine non sono lontane».

Camminava nell’acqua come camminasse sulla terraferma. Mina cercò di imitarlo, ma trovò difficile procedere. Finì per nuotare e camminare insieme, spingendosi in avanti con ampie bracciate e scalciando con le gambe. Quell’oscurità insondabile incominciò a farsi più chiara; lei e Chemosh stavano risalendo verso la superficie, verso la luce solare.

Chemosh si fermò di nuovo, con l’espressione cupa. Guardò Mina, guardò la veste di seta trasparente che indossava. «Non avrei mai dovuto permetterti di scendere qui sotto disarmata e senza armatura protettiva. Ti rimanderò indietro...»

«Non mandatemi via, mio signore. La mia armatura è la mia fede in voi. La mia arma è il mio amore per voi.»

Chemosh la trasse a sé. I capelli di Mina galleggiavano nell’acqua, spostandosi attorno alla testa e alle spalle con onde sensuali. Gli occhi d’ambra sembravano luminescenti, l’acqua rosso sangue conferiva loro una sfumatura arancione, per cui avevano un bagliore ardente.

«Non meraviglia che io abbia scelto te come somma sacerdotessa, Mina», osservò Chemosh. «Tuttavia ti darò qualcosa di più sostanzioso della fede per proteggere il tuo corpo di mortale, e un’arma maggiormente capace di arrecare danni.»

Si tuffò nel buio, precipitando fino sul fondo del mare. In pochi istanti ritornò, portando con sé uno scheletro umano.

«Non è molto carino, ma è pratico. Non farai la schizzinosa a indossare la gabbia toracica di un uomo, vero, Mina?»

«L’armatura datami Takhisis era lorda del sangue di un uomo che aveva osato canzonarla», rispose Mina. «Mi farete da scudiero, mio signore?»

«Solo per questa volta», rispose lui con un sorriso, e prese a fissarle al corpo quell’armatura ossuta. «Ti sta bene? Se no, posso trovare qualcos’altro di più adatto. Abbiamo una scorta illimitata di scheletri.»

«Mi sta perfettamente, mio signore.»

La sua corazza era costituita dallo sterno e dalle costole di un uomo. Le clavicole le proteggevano le spalle, le tibie le gambe, gli omeri le braccia. Chemosh saldò tutto assieme con la sua potenza, rinforzò le ossa con la sua energia. Quando l’ebbe vestita, guardò quell’equipaggiamento e ne rimase soddisfatto.

«E adesso l’elmo», disse Chemosh.

«Non un cranio, mio signore», protestò Mina. «Non voglio sembrare Krell.»

«Gli dèi ce ne scampino!» esclamò con sarcasmo Chemosh. «No, Mina. Ecco il tuo elmo.»

Le prese la testa fra le mani, la baciò sulla fronte, sulle guance, sul mento e infine sulla bocca.

«Ecco, sei protetta.» Esitò, continuando a tenerla. Strinse la presa su di lei. «Mina», le disse a bassa voce, «io...».

«Che cosa, mio signore?» domandò lei.

«Niente», disse lui bruscamente. Si allontanò da lei, dal suo contatto, dai suoi occhi d’ambra.

«Vi ho contrariato, mio signore?» chiese Mina, turbata.

«No», rispose lui, e ripeté: «No».

La guardò, guardò il suo corpo, caldo e cedevole e morbido, stretto nell’orribile armatura di ossa di uomo morto, e fu il Signore della Morte a rabbrividire.

Le strappò di dosso lo scheletro, lacerandolo e rigettandolo nel mare.

«Davvero non mi dava fastidio, mio signore», protestò Mina.

«Dava fastidio a me», disse lui e si girò bruscamente.

Procedettero alla deriva nelle profondità illuminate dal sole, alla ricerca delle rovine della Torre.