Brutalmente, aveva smesso di cadere. Adesso era in una caverna e non era più solo. Fissò dentro due occhi che gli erano familiari: grandi, liquidi, neri. Gli occhi si chiusero esi riaprirono.
Sottoterra: sì. Ricordava quel luogo. L’odore di vacca bagnata. Il fuoco vacillava sulle pareti umide della caverna, illuminando la testa di bufalo, il corpo d’uomo, la pelle del colore dei mattoni d’argilla.
«Non potete lasciarmi in pace?» chiese Shadow. «Voglio soltanto dormire.»
L’uomo-bufalo annuì lentamente. Non mosse la labbra, ma una voce nella testa di Shadow domandò: «Dove vai?».
«A Cairo.»
«Perché?»
«Dove potrei andare? È lì che mi manda Wednesday. Ho bevuto il suo idromele.» Nel sogno, dove regnava la logica onirica, il vincolo sembrava incontestabile: aveva bevuto l’idromele di Wednesday tre volte, suggellando il patto. Cos’altro avrebbe potuto fare?
Quando l’uomo con la testa di bufalo mise una mano nel fuoco per muovere rami e tizzoni, si alzò una fiammata. «C’è tempesta, in arrivo» disse. Si pulì sul petto glabro le mani sporche di cenere, lasciandovi strisce nere di fuliggine.
«Non fate che ripetermelo. Posso chiedere una cosa?»
Durante la pausa di silenzio che seguì una mosca andò ad appoggiarsi sulla fronte pelosa dell’uomo-bufalo che la scacciò con una mano. «Chiedi.»
«Ma è vero? Queste persone sono davvero dèi? È tutto talmente…» Si interruppe. Poi aggiunse: «impossibile», che non era esattamente la parola che stava cercando, ma gli sembrava la meno peggio.
«Cosa sono gli dèi?» chiese l’uomo-bufalo.
«Non so» rispose Shadow.
Si sentivano dei colpi, implacabili e monotoni. Shadow aspettò che l’uomo-bufalo dicesse ancora qualcosa, che gli spiegasse cos’erano gli dèi, che sbrogliasse tutto l’intricato incubo che era diventato la sua vita. Aveva freddo.
Toc. Toc. Toc.
Aprì gli occhi e faticosamente si mise seduto. Era intirizzito e fuori il cielo aveva assunto quella luminosa tonalità di rosso profondo che separa il crepuscolo dalla notte.
Toc. Toc. Qualcuno disse: «Ehi, signore», e Shadow girò la testa. Il qualcuno che aveva parlato era in piedi vicino al finestrino, un’ombra appena più scura del cielo. Shadow allungò un braccio e riuscì ad abbassare il vetro di qualche centimetro. Dopo aver prodotto qualche suono per svegliarsi disse: «Salve».
«Ti senti bene? Sei malato? Hai bevuto?» Era una voce acuta, da donna o da ragazzo.
«Sto bene» rispose Shadow. «Aspetta.» Aprì la portiera e uscì stirandosi gli arti rattrappiti e il collo. Poi strofinò le mani una contro l’altra per far circolare il sangue e riscaldarle.
«Cavoli. Sei altissimo.»
«Così dicono» rispose Shadow. «Tu chi sei?»
«Mi chiamo Sam» disse la voce.
«Sam maschio o Sam femmina?»
«Sam femmina. Prima scrivevo Sammi con la i, e sopra la i disegnavo una faccina sorridente, ma poi mi sono stufata perché lo facevano assolutamente tutti, così ho smesso.»
«Va bene, Sam femmina. Adesso vai là in fondo e guarda la strada.»
«Perché? Sei un folle assassino o qualcosa del genere?»
«No» rispose Shadow, «devo fare pipì e mi piacerebbe un momento di privacy.»
«Ah. Bene. D’accordo. Ho capito. Non c’è problema. Anch’io sono come te. Non posso fare pipì nemmeno se c’è qualcuno nel gabinetto vicino. È una forma grave di sindrome della vescica timida.»
«Allora?»
La ragazza si allontanò e Shadow fece qualche passo verso i campi, abbassò la cerniera dei jeans e orinò contro un palo della recinzione per un tempo molto lungo. Poi tornò alla macchina. L’ultima fioca luce dell’imbrunire aveva ceduto alla notte.
«Sei ancora lì?» le chiese.
«Sì» rispose lei. «La tua vescica deve avere la capienza del lago Erie. Nel tempo che hai impiegato a fare pipì sono sorti e caduti alcuni imperi. Il rumore si sentiva fin qui.»
«Grazie. Volevi qualcosa?»
«Be’, volevo sapere se stavi bene. Cioè, se eri morto o qualcosa del genere avrei chiamato la polizia. Ma siccome i finestrini erano appannati ho pensato che fossi ancora vivo.»
«Abiti da queste parti?»
«No. Sono venuta in autostop da Madison.»
«Non è una cosa sicura da fare.»
«Sono tre anni che lo faccio, cinque volte l’anno. Sono ancora viva. Tu dove sei diretto?»
«Arrivo fino a Cairo.»
«Perfetto» disse lei. «Io vado a El Paso. A passare le vacanze da mia zia.»
«Non ti posso portare fin là» disse Shadow.
«Non a El Paso in Texas. L’altro, quello in Illinois. È a poche ore a sud. Sai dove siamo, adesso?»
«No» rispose Shadow. «Non ne ho idea. Da qualche parte sull’autostrada Cinquantadue?»
«La prossima uscita è Perù» disse Sam. «Non quella in Perù. Quella in Illinois. Fatti annusare. Piegati.» Shadow si piegò e la ragazza gli annusò l’alito. «Va bene. Non sento odore di alcol. Puoi guidare. Andiamo.»
«Perché ti dovrei dare un passaggio?»
«Perché sono una donzella in difficoltà» disse lei. «E tu sei un cavaliere in… in una macchina molto sporca. Sai che qualcuno ha scritto "Lavami!" sul lunotto?» Shadow salì a bordo e aprì la portiera per la ragazza. La lucina che normalmente si accende in questi casi non funzionava.
«No» rispose. «Non lo sapevo.»
Sam salì. «Sono stata io» disse. «L’ho scritto io. Quando c’era ancora abbastanza luce.»
Shadow mise in moto, accese i fari e tornò verso la strada da cui era venuto. «Gira a sinistra» gli suggerì lei provvidenziale. Shadow svoltò a sinistra e continuò a guidare. Dopo qualche minuto il riscaldamento si mise in funzione e un piacevole tepore invase l’abitacolo.
«Non hai ancora detto niente» riprese Sam. «Di’ qualcosa.»
«Sei umana? Un autentico essere umano fatto di carne e ossa e nato da uomo e donna?»
«Certo.»
«Va bene. Era solo una domanda. Allora, che cosa vuoi che ti dica?»
«Qualcosa di rassicurante, direi. Improvvisamente mi è venuta quella sensazione tipo "oh merda, sono nella macchina sbagliata con l’uomo sbagliato".»
«Ah sì» disse lui. «La conosco. E cos’è che troveresti rassicurante?»
«Be’, sapere che non sei un evaso o un pluriomicida o roba del genere.»
Shadow rifletté per un momento. «Non sono niente del genere, davvero.»
«Però ci hai dovuto pensare.»
«Mi hanno rilasciato. Non ho mai ucciso nessuno.»
«Ah.»
Entrarono in una cittadina con le strade illuminate e le case coperte di decorazioni natalizie e Shadow gettò un’occhiata alla sua destra. La ragazza aveva i capelli neri, corti e arruffati e una faccia che risultava al tempo stesso attraente e leggermente mascolina, come se i suoi tratti fossero stati scolpiti nella roccia. Anche lei lo stava osservando.
«Perché sei stato in prigione?»
«Ho fatto molto male a un paio di persone. Ero arrabbiato.»
«Se lo meritavano?»
Shadow rifletté, prima di rispondere. «All’epoca pensavo di sì.»
«Lo rifaresti?»
«No, accidenti. Ho perso tre anni della mia vita in galera.»
«Mmm. Hai sangue indiano, nelle vene?»
«Non che io sappia.»
«Sembrerebbe.»
«Mi spiace deluderti.»
«Figurati. Hai fame?»
Shadow annuì. «Potrei mettere qualcosa sotto i denti» disse.
«Dopo il prossimo semaforo c’è un posto dove si mangia bene per poco.»
Shadow si fermò nel parcheggio. Scesero dalla macchina. Non si preoccupò di chiuderla ma infilò le chiavi in tasca. Poi prese qualche moneta per comperare un giornale. «Ti puoi permettere di mangiare qui?» chiese.