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«Allora siete egiziani» disse Shadow.

Il signor Ibis sporse il labbro inferiore, fece oscillare la testa da un lato all’altro come mossa da una molla, soppesando i pro e i contro, esaminando le cose da ogni punto di vista. «Ebbene, sì e no. "Egiziani" mi fa pensare alla popolazione attuale dell’Egitto. Agli uomini che costruiscono le città sulle nostre tombe e i nostri palazzi. Mi somigliano, forse?»

Shadow scrollò le spalle. Aveva visto vecchi neri che gli assomigliavano. Aveva visto anche vecchi bianchi e abbronzati che assomigliavano al signor Ibis.

«Com’è il suo dolce?» chiese la cameriera riempiendo di nuovo le tazze di caffè.

«Il migliore che abbia mai mangiato» rispose il signor Ibis. «Porta i miei saluti alla mamma.»

«Lo farò» rispose la ragazza correndo via.

«È meglio non informarsi sulla salute della gente, se si dirige un’impresa di pompe funebri. Possono credere che tu stia cercando lavoro» spiegò il signor Ibis in tono sommesso. «Vogliamo andare a vedere se la tua stanza è pronta?»

Nell’aria della notte il loro respiro era una nuvoletta visibile. Le luci delle decorazioni natalizie brillavano intermittenti nelle vetrine dei negozi. «È gentile da parte sua ospitarmi» disse Shadow. «Gliene sono grato.»

«Dobbiamo alcuni favori al tuo datore di lavoro. E, il Signore lo sa, la stanza è libera. È una vecchia e grande casa. Eravamo più numerosi, un tempo. Adesso siamo soltanto noi tre. Non ci darai nessun disturbo.»

«Ha idea di quanto tempo dovrò passare con voi?»

Il signor Ibis scosse la testa. «Non l’ha detto. Ma siamo lieti di ospitarti, e possiamo trovarti qualcosa da fare. Se non sei schizzinoso. Se tratti i morti con rispetto.»

«Ma insomma» domandò Shadow, «come mai proprio a Cairo? Ci siete venuti per il nome?»

«No. Al contrario, in effetti è la regione che prende il nome da noi, benché siano in pochi a saperlo. Ai vecchi tempi era una base commerciale.»

«Ai tempi della frontiera?»

«Diciamo così» rispose il signor Ibis. «Buonasera signorina Simmons! E Buon Natale anche a lei! La gente che mi ha portato qui aveva navigato il Mississippi molto tempo prima.»

Shadow si fermò in mezzo alla strada e fissò il suo interlocutore. «Sta cercando di dirmi che cinquemila anni fa gli antichi egizi venivano in America a commerciare?»

Il signor Ibis sorrise compiaciuto. Poi disse: «Tremila e cinquecentotrenta anni fa. Uno più, uno meno».

«Va bene» disse Shadow. «Diciamo che ci credo. E che cosa commerciavano?»

«Niente di che. Pelli di animali. Generi alimentari. Rame dalle miniere dell’attuale Michigan. L’intera faccenda si rivelò deludente, nel complesso. Non ne valeva la pena. Si trattennero abbastanza per credere in noi, per offrirci sacrifici, un pugno di mercanti che poi morirono di febbre e vennero seppelliti qui lasciandoci in eredità alla terra.» Si interruppe dì colpo nel bel mezzo del marciapiede e si voltò spalancando le braccia. «Questo paese è stato trafficato come la stazione di Grand Central per diecimila anni o più. Tu mi dirai: e Colombo?»

«Già» lo assecondò Shadow. «Cosa mi dice di Colombo?»

«Cristoforo Colombo ha fatto ciò che altri facevano da migliaia d’anni. Arrivare in America non è stato niente di speciale. Di tanto in tanto scrivo una storia sull’argomento.» Ripresero a camminare.

«Storie vere?»

«Vere fino a un certo punto. Posso leggertene qualcuna, se ti fa piacere. È tutto lì per chi ha occhi per vedere. Personalmente — e ti parlo da abbonato a "Scientific American" — mi dispiaccio quando gli esperti trovano l’ennesimo cranio che contraddice ogni loro convinzione, qualcosa che sembra appartenere alla popolazione sbagliata; oppure quando statue o manufatti non corrispondono a ciò che sanno, perché allora si mettono a parlare dell’evento eccezionale, ma non affrontano mai l’impossibile, ed è per questo che mi dispiaccio per loro, perché non appena qualcosa diviene impossibile entra nella sfera della fede, indipendentemente dal fatto che sia vero oppure no. Intendo dire, per esempio, prendiamo un cranio di ainu, gli aborigeni giapponesi, ebbene questo cranio ci dimostra che gli ainu erano in America già novemila anni orsono. Ed eccone un altro che prova la presenza dei polinesiani in California circa duemila anni più tardi. E allora gli studiosi borbottano perplessi e si interrogano su chi sia disceso da chi, perdendo completamente di vista il nocciolo della questione. Il Cielo sa cosa accadrebbe se scoprissero le gallerie di emergenza degli hopi. Quelle sì che farebbero vacillare qualche convinzione, aspetta e vedrai.

«E gli irlandesi, vuoi sapere, sono forse venuti in America nell’Alto Medioevo? Senza dubbio, insieme alle genti di Cornovaglia, e ai vichinghi, mentre gli africani della Costa Occidentale — quella che in seguito sarebbe stata chiamata Costa degli Schiavi, o Costa d’Avorio — commerciavano con il Sudamerica, e i cinesi andarono in Oregon un paio di volte, lo chiamavano Fu Sang. I baschi stabilirono le loro zone segrete di pesca sacra al largo delle coste di Terranova milleduecento anni fa. Ora immagino che tu stia per dirmi: ma signor Ibis, quelle erano popolazioni primitive, non avevano i telecomandi, le vitamine e i reattori.»

Shadow non aveva parlato, e nemmeno ne aveva avuto l’intenzione, ma sentendosi interpellato domandò: «Ebbene sì, erano popoli primitivi, non è vero?». Le ultime foglie dell’autunno scricchiolavano sotto i loro passi con la rigidità già tipica dell’inverno.

«L’errore consiste nel ritenere che prima di Colombo la gente non potesse percorrere lunghe distanze via mare. La Nuova Zelanda e Tahiti e innumerevoli isole del Pacifico furono colonizzate da popoli la cui abilità di navigatori avrebbe fatto arrossire Colombo di vergogna; e la ricchezza dell’Africa era fondata sul commercio, benché soprattutto con l’Oriente, con l’India e la Cina. La mia gente, il popolo del Nilo, scoprì molto presto che con un’imbarcazione di giunco e dosi sufficienti di pazienza e giare d’acqua dolce poteva circumnavigare il mondo,. Vedi, il problema più grosso dei viaggi in America era che, considerata la distanza, non si trovava niente di così interessante da scambiare.»

Erano arrivati davanti a una grande casa in stile Queen Ann. Shadow si domandò chi fosse, la Regina Anna, e perché le piacessero tanto quelle case da famiglia Addams. Era l’unico edificio in tutto l’isolato che non avesse le finestre sprangate. Superarono il cancello e passarono dalla porta sul retro.

Il signor Ibis aprì le grandi porte doppie con una chiave che portava appesa alla catena ed entrarono in un’ampia stanza non riscaldata occupata da due persone: un uomo molto alto con la pelle scura che stringeva in mano un grosso bisturi, e una ragazza di vent’anni cadavere, sdraiata su un lungo tavolo di porcellana che sembrava una via di mezzo tra un lastrone e un lavandino.

Sulla parete dietro il cadavere c’era un pannello di sughero al quale erano appese alcune fotografie. In una la ragazza sorrideva, era un’istantanea scattata al liceo. In un’altra era insieme a tre compagne, tutte vestite per il ballo studentesco, e portava i capelli scuri legati in una crocchia intricata.

Cadavere sulla porcellana, adesso, li aveva sciolti, sporchi di sangue secco.

«Questo è il mio socio, il signor Jacquel» disse Ibis.

«Ci siamo già incontrati» disse Jacquel. «Scusa se non ti stringo la mano.»

Shadow guardò la ragazza sul tavolo. «Cosa le è capitato?» chiese.

«Ha dimostrato un gusto tremendo in fatto di fidanzati» rispose Jacquel.

«Non sempre è fatale» aggiunse il signor Ibis con un sospiro. «Questa volta lo è stato. Lui era ubriaco e aveva un coltello, e lei gli ha detto che pensava di essere incinta. Lui non credeva che il figlio fosse suo.»