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«Dipende. Ai miei tempi era tutto organizzato. Quando morivi ti mettevi in fila e rispondevi per le buone e le cattive azioni, e se il peso delle cattive azioni superava di una piuma il peso di quelle buone gettavamo la tua anima e il tuo cuore in pasto ad Ammet, il Mangiatore di Anime.»

«Deve aver mangiato un sacco.»

«Non tanto come potresti pensare. Era una piuma molto pesante. Ce l’eravamo fatta fare apposta. Dovevi essere davvero malvagio per far muovere quella bilancia. Fermati qui dal benzinaio. Riempiamo il serbatoio.»

Le strade erano tranquille, come sono tranquille le strade quando cade la prima neve. «Sarà un bianco Natale» disse Shadow mentre faceva benzina.

«Già. Accidenti. Quel ragazzo era un fortunato figlio di vergine.»

«Gesù?»

«Un ragazzo molto fortunato. Capace di cadere in un pozzo nero e uscirne profumato come una rosa. Diavolo, lo sapevi che non è neanche il suo vero compleanno? L’ha preso da Mitra. Hai già incontrato Mitra? Con il berretto rosso? Simpatico?»

«No, non mi pare.»

«In effetti… da queste parti non l’ho mai visto. Era un tipaccio da esercito. Forse è tornato in Medio Oriente a spassarsela, anche se temo che a questo punto non ci sia più. Succede. Un giorno tutti i soldati dell’impero devono bagnarsi nel sangue del toro sacrificale. L’indomani non si ricordano neanche quand’è il tuo compleanno.»

Squisc facevano i tergicristalli respingendo la neve sui bordi del parabrezza, ammucchiandola in grovigli e ghirigori di ghiaccio.

Un semaforo giallo si trasformò rapidamente in rosso e Shadow frenò di colpo. Il carro funebre sbandò, fermandosi con un testacoda.

Verde. Shadow ripartì e si mantenne sui quindici chilometri orari, più che sufficienti su una strada così scivolosa. In seconda il motore girava bello morbido: Shadow pensò che doveva aver passato molto tempo in quella marcia e a quella velocità, bloccando il traffico.

«Molto bene» disse Jacquel. «Dunque, sì, dicevamo, Gesù se la passa piuttosto bene da queste parti. Ma ho incontrato un tale che mi ha detto di averlo visto fare l’autostop in Afghanistan e nessuno si fermava a tirarlo su. Sai com’è, tutto dipende dal contesto.»

«Penso che stia per arrivare una vera tempesta» disse Shadow. Si riferiva al tempo atmosferico.

Quando, parecchi minuti dopo, Jacquel si decise a rispondere non parlò affatto del tempo. «Guarda noi due, me e Ibis» disse. «Nel giro di pochi anni saremo senza lavoro. Abbiamo messo qualcosa da parte per gli anni di magra, ma gli anni di magra sono già arrivati da un pezzo, e ogni anno sembra, se possibile, addirittura più magro del precedente. Horus è pazzo, un pazzo fuori di testa, passa il suo tempo sotto le sembianze di un rapace e mangia tutto quello che viene investito in autostrada. Che razza di vita è? Bast l’hai vista. E noi ce la caviamo meglio di tutti, quasi. Perlomeno un filino di fede c’è ancora. La maggior parte dei poveracci in giro per il mondo non ha neanche quella. È come l’impresa di pompe funebri: un giorno o l’altro le grosse compagnie ci compreranno, che tu lo voglia o no, perché sono più grandi ed efficienti e perché funzionano. Lottare non cambierà un bel niente perché la battaglia l’abbiamo perduta venendo in questa terra verdeggiante cento, mille o diecimila anni fa. Noi siamo arrivati e all’America non glien’è importato niente. Veniamo svenduti, o ignorati, oppure finiamo su una strada. Quindi sì, hai ragione. C’è tempesta in arrivo.»

Shadow svoltò sulla strada dove tutte le case, salvo una, avevano le finestre sprangate, case vuote, chiuse per sempre. «Prendi il vicolo sul retro» disse Jacquel.

Shadow manovrò in retromarcia in modo da accostare all’ingresso. Ibis aprì il carro funebre e le porte dell’obitorio, Shadow sganciò la barella e la tirò fuori. I supporti con le rotelle si aprirono appena superato il paraurti. La spinse fino al tavolo dell’imbalsamazione. Sollevò Lila Goodchild, tenendola tra le braccia nel suo opaco sacco azzurro come una bambina addormentata, con attenzione, quasi avesse paura di svegliarla, e l’appoggiò sul tavolo di quella stanza gelida.

«Abbiamo il lettino per trasferirla» disse Jacquel. «Non è necessario portarla a braccia.»

«Non è gran cosa» rispose Shadow. Cominciava a parlare come Jacquel. «Sono grande e grosso. Non mi costa fatica.»

Era stato un bambino piccolo e magro, tutto pelle e ossa. L’unica sua foto che Laura aveva trovato abbastanza bella da incorniciarla mostrava un ragazzino dall’aria solenne con i capelli spettinati e gli occhi scuri, in piedi accanto a un tavolo coperto di torte e dolciumi. Doveva essere stata scattata in un’ambasciata a qualche festa di Natale, visto che portava un vestito elegante e il cravattino.

Avevano cambiato troppe case, lui e sua madre, prima in giro per l’Europa, da un’ambasciata all’altra, dove lei lavorava come addetta alle comunicazioni degli Affari esteri, trascrivendo e inviando telegrammi cifrati in tutto il mondo, e quando lui aveva otto anni erano tornati negli Stati Uniti. La madre, ormai troppo spesso ammalata per riuscire a conservare un lavoro fisso, aveva continuato a trasferirsi da una città all’altra, senza pace, un anno qua e uno là, accettando impieghi temporanei, quando la salute glielo permetteva. Non si fermavano mai abbastanza per permettere a Shadow di farsi degli amici, di sentirsi a casa, di rilassarsi. Ed era un bambino gracile…

Era cresciuto di colpo. Nella primavera del suo tredicesimo compleanno i ragazzi lo tormentavano, coinvolgendolo in risse che erano sicuri di vincere e dalle quali Shadow finiva per scappare via arrabbiato e spesso in lacrime, chiudendosi in bagno a lavarsi il fango o il sangue dalla faccia, prima che qualcuno se ne accorgesse. Poi era arrivata l’estate, la sua lunga magica tredicesima estate, che Shadow trascorse cercando di stare lontano dai ragazzi più grandi, nuotando in piscina e leggendo i libri presi in prestito dalla biblioteca. All’inizio dell’estate sapeva nuotare appena. Alla fine d’agosto era in grado di farsi una vasca dopo l’altra con un bel crawl, di tuffarsi dal trampolino più alto, e la sua pelle esposta al sole e all’acqua aveva preso una bella abbronzatura dorata. A settembre, tornato a scuola, aveva scoperto che i ragazzi che lo avevano reso tanto infelice erano piccole creature flaccide che ormai non lo preoccupavano più. I due che ci provarono ricevettero una lezione succinta ma molto dolorosa e cambiarono subito atteggiamento. Shadow trovò una nuova definizione di se stesso: non poteva più essere il ragazzino tranquillo che faceva del suo meglio per restarsene in disparte senza dare nell’occhio. Era troppo alto ormai, troppo visibile. Alla fine dell’anno faceva parte della squadra di nuoto e di sollevamento pesi, e l’allenatore di triathlon lo voleva a tutti i costi nella sua squadra. Essere grande e forte gli piaceva. Gli dava un’identità. Era stato un bambino timido e tranquillo, dedito alla lettura, e si era rivelata un’esperienza penosa; adesso era un ragazzone sciocco e nessuno si aspettava da lui altro che di vedergli spostare da solo il divano da una stanza all’altra.

Nessuno fino a Laura, perlomeno.

Il signor Ibis aveva preparato la cena: riso e verdure bollite per sé e Jacquel. «Non mangio carne» spiegò «e Jacquel si procura il suo fabbisogno di proteine durante il lavoro.» Accanto al piatto di Shadow c’era una confezione di pollo fritto KFC e una bottiglia di birra.

Nel cartone c’era più pollo di quanto Shadow potesse mangiare e alla fine, dopo aver tolto la pelle e l’impanatura e ridotto la carne a pezzettini, diede quel che restava alla gatta.

«In prigione c’era un tizio che si chiamava Jackson» disse mentre mangiava, «lavorava nella biblioteca. Mi ha raccontato che hanno cambiato in KFC il nome Kentucky Fried Chicken perché quello che cucinano non è vero pollo. È una specie di mutante geneticamente modificato, una gigantesco millepiedi senza testa, un’infinità di segmenti composti da zampe, petto e ali che viene nutrito attraverso tubicini. Secondo Jackson è per questo che il governo non gli ha più fatto usare la parola pollo.»