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E adesso, mentre rabbrividisce all’angolo della strada (poiché le piogge di fine febbraio sono finite, ma il freddo che hanno portato perdura) le viene in mente che in fondo anche lei ha un vizio, come le puttane che si fanno di eroina o di crack, e la cosa la rattrista e ricomincia a muovere le labbra. Se si fosse abbastanza vicini alla sua bocca dipinta di rosso rubino si sentirebbero queste parole:

«Ora mi leverò e andrò attorno per la città, per le strade e le piazze; cercherò colui che l’anima mia ama». E questo che mormora, e aggiunge: «Sul mio letto, durante la notte, ho cercato colui che l’anima mia ama. Mi baci egli dei baci della sua bocca. Il mio amico è mio e io son sua».

Bilqis spera che la fine delle piogge riporti i clienti. In genere batte lungo due o tre isolati del Sunset Boulevard e si gode l’aria fresca delle notti losangeline. Una volta al mese dà una bustarella all’agente di polizia che ha preso il posto di quello a cui la dava prima, sparito nel nulla. Si chiamava Jerry LeBec e la sua scomparsa rappresenta ancora un mistero per la polizia. Lei era diventata la sua ossessione, la seguiva ovunque. Un pomeriggio Bilqis era stata svegliata da un rumore e aprendo la porta di casa aveva trovato Jerry LeBec in borghese, che si dondolava in ginocchio sul vecchio zerbino, la testa china, aspettando di vederla uscire. Il rumore che l’aveva svegliata era provocato della testa del poliziotto che batteva contro la porta mentre dondolava avanti e indietro.

Gli aveva accarezzato i capelli invitandolo a entrare, e più tardi aveva infilato i suoi vestiti in un sacco nero dell’immondizia che aveva gettato in un bidone dietro un albergo a parecchi isolati di distanza. Pistola e portafogli li aveva messi in un sacchetto del supermercato, ci aveva rovesciato fondi di caffè e avanzi di cibo, l’aveva chiuso e buttato in un cestino vicino alla fermata dell’autobus.

Non conservava souvenir.

Le luci arancioni della notte a occidente brillano e pulsano come lampi lontani, chissà dove sull’acqua, e Bilqis sa che tra poco ricomincerà a piovere. Sospira. Non vuole farsi sorprendere dalla pioggia. Tornerà a casa, decide, si farà un bagno e si depilerà le gambe — ha l’impressione di passare molto tempo a depilarsi le gambe con il rasoio — e dormirà.

Si avvia verso la sommità della collina dove ha parcheggiato la macchina.

Due fari si avvicinano, rallentano, lei gira la testa e sorride. Il sorriso si raggela quando vede che si tratta di una limousine bianca, di quelle lunghe. Gli uomini con le lunghe limousine bianche vogliono fottere sulle loro limousine bianche, non nell’intimità del tempio di Bilqis. Però potrebbe essere un investimento per il futuro.

Un finestrino dal vetro scuro viene abbassato e Bilqis si avvicina, sorridente. «Ciao, dolcezza» dice. «Hai bisogno di qualcosa?»

«Di tanto amore» risponde una voce dal fondo della macchina. Lei cerca di guardare dentro: una ragazza di sua conoscenza una notte è salita su una limousine di quel tipo con cinque giocatori di football ubriachi che l’hanno ridotta male, ma qui c’è un solo cliente e da quello che riesce a vedere dal finestrino sembra molto giovane. Non ha l’aria del probabile adoratore, però i soldi che passeranno dalle mani di lui alle sue sono pur sempre energia, a modo loro — baraka, la chiamavano tanto tempo fa — e di questi tempi, in cui ne girano pochi, le farebbero francamente comodo.

«Quanto?» chiede lui.

«Dipende da quello che vuoi e per quanto tempo. E se te lo puoi permettere.» Dal finestrino esce un odore di fili elettrici bruciati e circuiti surriscaldati. La portiera si apre.

«Posso permettermi tutto quello che voglio» dice il cliente. Lei si affaccia nell’abitacolo e da un’occhiata intorno. C’è soltanto lui, un ragazzino con le guance paffute che non sembra avere nemmeno l’età per comprarsi da bere. Siccome è solo, entra.

«Ricco, eh?» dice.

«Ricchissimo» risponde lui scivolando sul sedile di pelle per avvicinarsi. Si muove in modo strano. Lei sorride.

«Mmm. Questo mi eccita, tesoro» gli dice. «Devi essere uno di quei ricconi della new economy.»

Lui gongola, fa la ruota come un pavone. «Sì. Tra le altre cose. Sono un ragazzo tecnologico.» L’automobile riparte.

«Allora, Bilqis, quanto vuoi per un pompino?»

«Come mi hai chiamata?»

«Bilqis» ripete lui. E poi, con una voce del tutto inadeguata, si mette a cantare «You are an immaterial girl living in a material world.» Sembra preparato, come se si fosse esercitato davanti allo specchio.

Lei smette di sorridere, la sua faccia diventa quella di una donna saggia, più dura. «Cosa vuoi?»

«Te l’ho detto. Tanto amore.»

«Ti darò quello che vuoi» dice lei. Bilqis deve assolutamente uscire da quella limousine. Sta correndo troppo veloce perché possa buttarsi giù, ma è pronta a farlo se non la faranno scendere con le buone. Qualsiasi cosa stia succedendo lì dentro, non le piace.

«Quello che voglio. Sì.» Il ragazzo si interrompe per passarsi la lingua sulle labbra. «Voglio un mondo pulito. Voglio essere padrone del domani. Voglio l’evoluzione, la devoluzione, la rivoluzione. Voglio che la mia gente passi dalle zone periferiche alle luci della ribalta. Voi vivete nelle tenebre dei bassifondi. È sbagliato. Noi abbiamo bisogno di stare sotto le luci e brillare. Da ogni angolazione. Voi vivete nelle tenebre da tanto di quel tempo che non sapete più usare gli occhi.»

«Mi chiamo Ayesha» dice lei. «Non so di che cosa parli. Su quell’angolo c’è un’altra, Bilqis. Possiamo tornare sul Sunset, se vuoi ci puoi avere insieme…»

«Oh, Bilqis» dice lui con un sospiro teatrale. «La fede è limitata. Stanno arrivando al limite delle loro possibilità. Al buco di credibilità.» E poi ricomincia a cantare con la sua voce stonata e nasale. «You are an analog girl, living in a digital world». La limousine prende una curva troppo veloce e il ragazzo le cade addosso. L’autista è nascosto dietro un paio di occhiali scuri. Lei viene assalita dall’irrazionale certezza che non ci sia nessuno, al volante, che la limousine bianca stia attraversando Beverly Hills come Un Maggiolino tutto matto, che sia stregata.

Poi il cliente allunga una mano e batte sul finestrino scuro.

L’auto rallenta e prima che sia ferma del tutto Bilqis spalanca la portiera e un po’ saltando un po’ cadendo finisce sull’asfalto. È una strada in salita. Alla sua sinistra un ripido pendio, a destra un precipizio. Comincia a correre in discesa.

La limousine rimane ferma.

Comincia a piovere, i tacchi alti la fanno scivolare e prende una storta. Si libera delle scarpe e corre, fradicia di pioggia, cercando il modo di togliersi da lì. Ha paura. È dotata di poteri, è vero, ma si tratta di magia legata al desiderio e al sesso. L’hanno tenuta in vita in quella terra per tanto tempo, ma quanto al resto ha sempre dovuto usare occhi, cervello e presenza.

A destra, all’altezza delle ginocchia, c’è un guardrail di metallo per impedire alle macchine di cadere dal precipizio, adesso la pioggia sta trasformando la strada nel letto di un fiume, e a lei sanguinano le piante dei piedi.

Le luci di Los Angeles si estendono come la mappa intermittente di un regno immaginario, il paradiso in terra, e Bilqis sa che per mettersi in salvo deve lasciare la strada.