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STEPHEN SONDHEIM, Old Friends

Sabato mattina. Shadow andò ad aprire la porta.

Era Marguerite Olsen. Non entrò, rimase sulla soglia, al sole, con un’aria seria. «Signor Ainsel…»

«Mike, per favore.»

«D’accordo, Mike. Ti piacerebbe venire a cena da noi, questa sera? Intorno alle sei? Non cucino niente di straordinario, spaghetti e polpette.»

«Mi piacciono gli spaghetti con le polpette.»

«Se non hai altri impegni, ovviamente…»

«Non ne ho.»

«Alle sei.»

«Porto dei fiori?»

«Come vuoi. È un invito tra vicini. Non una cena romantica.»

Shadow si infilò sotto la doccia. Andò a fare quattro passi fino al ponte. Il sole era alto, una monetina opaca nel cielo, e quando rientrò era sudato, sotto la giacca pesante. Poi prese la 4-Runner per andare da Dave’s Finest Food a comperare una bottiglia di vino. Ne scelse una che costava venti dollari, sperando che il prezzo fosse garanzia di qualità. Siccome non sapeva niente di vini, decise per un cabernet californiano perché una volta, quand’era giovane e la gente usava ancora coprire le automobili di adesivi, ne aveva visto uno con la scritta LA VITA È UN CABERNET che l’aveva fatto molto ridere.

Acquistò anche una pianta. Solo foglie, senza fiori. Non aveva niente di romantico, nemmeno vagamente.

Comperò un litro di latte che non avrebbe mai bevuto e un po’ di frutta che non avrebbe mai mangiato.

Infine passò da Mabel’s a prendere la sua pasty di pranzo. Mabel si illuminò, quando lo vide. «Ti ha trovato, Hinzelmann?»

«Non sapevo che mi stesse cercando.»

«Invece sì. Vuole portarti a pescare nel ghiaccio. E Chad Mulligan mi ha chiesto se ti avevo visto. È arrivata sua cugina da fuori. E una seconda cugina, tanto carina, ti piacerà» disse mentre infilava la pasty nel sacchetto di carta marrone chiudendolo bene perché non si disperdesse il calore.

Shadow fece tutta la strada fino a casa mangiando e guidando con una mano sola, con le briciole che gli cadevano sui pantaloni e sul pavimento della macchina. Superò la biblioteca sul lato meridionale del lago. La città, coperta di ghiaccio e neve, era tutta in bianco e nero. L’arrivo della primavera sembrava lontano al di là di ogni immaginazione e la bagnarola aveva l’aria di potersene restare parcheggiata per sempre sul ghiaccio, circondata dalle baracche dei pescatori, dai pickup e dalle tracce dei gatti delle nevi.

Raggiunto l’edificio dove abitava, parcheggiò, percorse il vialetto e i gradini di legno e fu davanti alla sua porta. I cardellini e i picchiotti appollaiati sul beccatoio non lo degnarono di un’occhiata. Entrò in casa. Bagnò la pianta e si domandò se mettere il vino in frigorifero.

Mancava ancora un sacco di tempo alle sei.

Shadow si rammaricò di non poter più guardare la televisione. Voleva essere intrattenuto senza pensare, voleva stare seduto e lasciarsi invadere da suoni e luci. Ehi, ti va di vedere le tette di Lucy? sussurrò nel ricordo una voce simile a quella dell’attrice; scosse la testa per dire di no, anche se non c’era nessuno a vederlo.

Si rese conto di essere nervoso. Quell’invito era la prima vera occasione sociale — con persone normali, non carcerati o dèi o eroi prodotti da chissà quale cultura o quale sogno — dal giorno del suo arresto, più di tre anni prima. Avrebbe dovuto fare conversazione nei panni di Mike Ainsel.

Guardò l’ora. Le due e mezzo. Marguerite Olsen gli aveva detto di presentarsi alle sei. Intendeva proprio le sei in punto? Oppure qualche minuto prima? O dopo? Alla fine decise che avrebbe suonato alla porta alle sei e cinque.

Squillò il telefono.

«Cosa c’è?» disse.

«Ti pare il modo di rispondere al telefono?» grugnì Wednesday.

«Quando il telefono sarà allacciato risponderò come si deve. Hai bisogno?»

«Non so.» Seguì una pausa, poi Wednesday disse: «Organizzare gli dèi è come mettere in fila un branco di gatti. Non ci sono portato». C’erano nella sua voce una rassegnazione e un senso di sfinimento che Shadow percepiva per la prima volta.

«C’è qualcosa che non va?»

«È dura. Troppo dura. Non so se funzionerà. Forse faremmo prima a tagliarci la gola. A tagliarcela e farla finita.»

«Non devi dire così.»

«Già. Hai ragione.»

«E se anche ti tagliassi la gola» disse Shadow nel tentativo di rallegrarlo, «probabilmente non sentiresti neanche male.»

«Farebbe male eccome. Il dolore è dolore anche per quelli come me. Se ti muovi e agisci nel mondo materiale il mondo materiale agisce su di te. Il dolore ti fa soffrire, esattamente come l’avidità intossica e la lussuria brucia. Magari non moriamo facilmente ed è più che certo che moriamo male, comunque moriamo. Se siamo ancora amati e ricordati qualcosa che ci assomiglia parecchio prende il nostro posto e tutta la stramaledetta storia ricomincia daccapo. Se veniamo dimenticati siamo finiti.»

Shadow non sapeva che cosa dire, perciò chiese: «Da dove telefoni?».

«Fatti i cazzi tuoi.»

«Sei ubriaco?»

«Non ancora. Continuo a pensare a Thor. Tu non l’hai conosciuto, Thor. Un omone grande e grosso come te. Cuore d’oro. Non troppo svelto di cervello ma capace di levarsi la camicia per dartela. E si è ucciso. Si è messo la canna di una pistola in bocca e nel 1932, a Philadelphia, si è fatto saltare le cervella. Che razza di modo di morire sarebbe, per un dio?»

«Mi dispiace.»

«Non te ne fotte niente, figliolo. Ti somigliava un casino. Grande e fesso.» Wednesday smise di parlare e tossì.

«C’è qualcosa che non va?» domandò Shadow per la seconda volta.

«Si sono messi in contatto.»

«Chi?»

«L’opposizione.»

«E allora?»

«Vogliono discutere i termini di una tregua. Fare un trattato di pace. Vivi e lascia vivere.»

«Allora che cosa succede, adesso?»

«Adesso vado a bere uno schifoso caffè con quelle teste di cazzo moderne nella Kansas City Masonic Hall.»

«Va bene. Vieni a prendermi tu o ti raggiungo io da qualche parte?»

«Tu resta dove sei e cerca di non dare nell’occhio. Non metterti nei guai. Mi hai capito?»

«Ma…»

Seguì un clic, e il collegamento si interruppe. Non c’era la linea, ma, del resto, non c’era mai stata.

Restava solo da far passare il tempo. Siccome la telefonata gli aveva lasciato un senso di inquietudine, Shadow si alzò con l’idea di andare a fare una passeggiata, ma la luce stava già morendo, quindi tornò a sedersi.

Prese il Minutes of the Lakeside City Council 1872-1884 e cominciò a sfogliarlo sforzandosi di decifrare il minuscolo carattere di stampa, senza leggere davvero, fermandosi solo qui e là quando qualcosa attirava la sua attenzione.

Apprese che nel luglio del 1874 il consiglio comunale era preoccupato per il numero di taglialegna itineranti che stavano arrivando in città. All’angolo tra la Terza Strada e Broadway doveva sorgere un teatro d’opera. Si prevedeva che le proteste scatenate dal progetto di costruzione della diga sul Mill Creek sarebbero cessate, una volta trasformato il bacino in lago. L’amministrazione autorizzò il pagamento di settanta dollari al signor Samuel Samuels, e di ottantacinque dollari al signor Heikki Salminen, per la cessione della terra e le spese di trasferimento dei loro domicili lontano dalla zona da inondare.

A Shadow non era mai venuto in mente che il lago fosse artificiale. Perché chiamare una città Lakeside se tutto era cominciato con una fetente gora? Continuando a leggere scoprì che responsabile del progetto di realizzazione del bacino era stato un certo Hinzelmann, originario di Hùdemuhlen, in Baviera, e che l’amministrazione comunale gli aveva concesso fondi per trecentosettanta dollari, con l’accordo che in caso di superamento del tetto massimo si sarebbe ricorsi a una sottoscrizione pubblica. Shadow strappò un pezzetto di carta da un tovagliolo e lo infilò nel libro. Immaginava già la faccia di Hinzelmann quando avrebbe visto il riferimento al nonno. Si chiese se il vecchio fosse al corrente del fatto che la sua famiglia era stata determinante per la creazione del lago. Sfogliò altre pagine in cerca di riferimenti al progetto.