«Giusto.»
Restarono in silenzio per tutto il tragitto fino al comando di polizia che in realtà, spiegò Chad mentre parcheggiava, apparteneva al dipartimento dello sceriffo della contea. Loro ne occupavano poche stanze. La contea doveva far costruire entro breve qualcosa di più moderno, ma per il momento dovevano accontentarsi.
Entrarono.
«Devo chiamare un avvocato?» chiese Shadow.
«Non sei accusato di niente. Decidi tu.» Superarono alcune porte a vento. «Siediti là.»
Shadow si accomodò su una sedia di legno coperta di bruciature di sigaretta. Sì sentiva stupido, e stordito. Sulla bacheca degli annunci, accanto al cartello VIETATO FUMARE, c’era un piccolo manifesto con la scritta: CHI L’HA VISTA? La fotografia era quella di Alison McGovern.
C’era un tavolo di legno con qualche vecchia copia di "Sports IIlustrated" e "Newsweek". L’illuminazione era scarsa. Le pareti gialle in origine dovevano essere state bianche.
Dopo una decina di minuti Chad gli portò una cioccolata acquosa presa dal distributore automatico. «Cos’hai nel sacchetto?» chiese. E solo allora Shadow si accorse di stringere ancora la borsa di plastica con il Minutes of the Lakeside City Council.
«Un vecchio libro» disse. «C’è il ritratto di tuo nonno. O forse bisnonno.»
«Davvero?»
Shadow sfogliò le pagine e trovò il ritratto dei consiglieri comunali; indicò l’uomo che si chiamava Mulligan. Chad ridacchiò. «Roba da matti» esclamò.
Passarono i minuti e le ore, con lui chiuso in quella stanza. Lesse due numeri di "Sports Illustrated" e attaccò una copia di "Newsweek". Di tanto in tanto Chad veniva a chiedergli se aveva bisogno di andare al bagno, una volta gli offrì un panino al prosciutto e un sacchetto di patatine.
«Grazie. Sono in arresto, adesso?»
Mulligan strinse i denti e inspirò. «Be’, non ancora. A quanto pare non ti chiami veramente Mike Ainsel, però in questo stato uno può farsi chiamare come vuole, se non ha scopi illegali. Diciamo che sei in stato di fermo.»
«Posso fare una telefonata?»
«Urbana?»
«No.»
«Se usiamo la mia carta telefonica ti costerà meno, perché il telefono pubblico nell’ingresso si succhia dieci dollari come niente.»
Certo, pensò Shadow. Così saprai che numero ho chiamato e probabilmente ascolterai la telefonata da una derivazione.
«Molto gentile» disse. Entrarono in un ufficio deserto. Shadow diede a Chad il numero: era quello di un’impresa di pompe funebri di Cairo, Illinois. Chad lo compose e porse a Shadow il ricevitore. «Ti lascio da solo» disse e uscì.
Il telefonò suonò libero alcune volte, prima che qualcuno rispondesse.
«Jacquel Ibis. Dica, prego.»
«Buonasera, signor Ibis. Sono Mike Ainsel. A Natale ho lavorato qualche giorno da voi.»
Un momento di esitazione, poi: «Certamente, Mike. Come stai?».
«Non troppo bene, signor Ibis. Sono in un brutto guaio. Sto per essere arrestato. Speravo che lei avesse visto mio zio nei dintorni, o che magari potesse fargli avere un messaggio.»
«Posso sicuramente chiedere in giro. Aspetta in linea, Mike. C’è qui qualcuno che ti vorrebbe parlare.»
Il telefono venne passato a qualcuno e una voce di donna, roca, disse: «Ciao, bello. Ho sentito la tua mancanza».
Shadow era sicuro di non riconoscere la voce. Però sapeva chi era la donna. Non aveva dubbi…
Lascia che sia, gli sussurrò la voce roca nella mente, in un sogno. Abbandonati a me.
«Chi era la ragazza che stavi baciando, bello? Vuoi farmi ingelosire?»
«Siamo soltanto amici» rispose lui. «Credo che volesse dimostrare qualcosa. Come fai a sapere che mi ha baciato?»
«Ovunque vada la mia gente, là io ho occhi e orecchi» disse lei. «Sta’ attento, bello…» Seguì un momento di silenzio, poi all’apparecchio tornò il signor Ibis. «Mike?»
«Sì.»
«C’è qualche difficoltà a rintracciare tuo zio. Sembra impossibilitato a muoversi. Comunque cercherò di far arrivare un messaggio a Nancy. Buona fortuna.» Riattaccò.
Shadow sedette ad aspettare il ritorno di Chad nell’ufficio vuoto, rimpiangendo che non ci fosse niente a distrarlo. Con riluttanza riprese in mano il Minutes, lo aprì a caso e cominciò a leggere.
Un’ordinanza presentata e approvata con otto voti contro quattro nel dicembre del 1876 proibiva di sputare e di gettare tabacco sui marciapiedi e sul pavimento dei luoghi pubblici.
Il 13 dicembre 1876 Lemmi Hautala, dodici anni, "era fuggita, si temeva, in preda a un delirio. Le ricerche erano scattate subito ma la tormenta di neve le aveva fatte sospendere". Il consiglio comunale aveva votato all’unanimità una mozione per inviare le condoglianze alla famiglia.
L’incendio scoppiato nelle stalle e nelle scuderie Olsen la settimana successiva era stato spento senza danni per uomini e cavalli.
Shadow cercò nelle colonne di testo fitto e molto piccolo ma non trovò altre notizie su Lemmi Hautala.
E poi, mosso non soltanto dal capriccio, andò a vedere le pagine che riguardavano l’inverno del 1877 e trovò ciò che cercava. Era un appunto nei verbali di gennaio: Jessie Lovat, di età imprecisata, una "bambina negra", era scomparsa la notte del 28 dicembre. Si riteneva che fosse stata "rapita dai cosiddetti venditori ambulanti". Alla famiglia Lovat non erano state mandate le condoglianze dell’amministrazione.
Shadow stava studiando i verbali dell’inverno 1878 quando Chad Mulligan entrò, dopo aver bussato, con l’aria di un bambino che torni a casa con una pagella piena di brutti voti.
«Ainsel» disse. «Mike. Sono desolato. Personalmente mi piaci. Però questo non cambia le cose, capisci?»
Shadow rispose che capiva.
«Non posso far altro che arrestarti per violazione della libertà vigilata.» Gli lesse i suoi diritti, riempì alcuni moduli, gli prese le impronte digitali e lo accompagnò lungo il corridoio, fino al gruppo di celle che si trovavano dall’altra parte dell’edificio.
C’era un lungo banco, alcune porte su un lato della stanza, due celle e un’altra porta. Una delle celle era occupata da un uomo che dormiva sul pavimento di cemento sotto una coperta sottile. L’altra era vuota.
Dietro il banco una donna dall’aria assonnata con un’uniforme marrone guardava Jay Leno su un piccolo televisore portatile bianco. Lesse i documenti e firmò. Chad si trattenne a riempire altre carte. La donna venne da questa parte del banco, perquisì Shadow, gli prese tutto — portafogli, monete, chiavi, libro, orologio — e l’appoggiò sul banco, poi gli diede un sacchetto di plastica che conteneva la divisa arancione e gli disse di andare a cambiarsi nella cella aperta. Poteva tenersi i calzini e la biancheria intima. Shadow entrò nello stanzino, indossò la divisa carceraria e le pantofole. C’era una puzza tremenda. La casacca arancione che infilò dalla testa aveva sulla schiena una scritta a grandi lettere nere: LUMBER COUNTY JAIL.
Il gabinetto intasato era pieno fino all’orlo di un liquame scuro, feci liquide e piscio acre di bevitori di birra.
Quando uscì diede i suoi indumenti alla donna che li infilò in un sacco di plastica con tutti i suoi averi. Prima di consegnarle il portafogli le disse: «C’è tutta la mia vita, qui dentro». La donna lo prese e lo tranquillizzò dicendo che sarebbe stato al sicuro. Chiese a Chad di confermare e il poliziotto, alzando la testa dall’ultimo foglio, rispose che Liz diceva la verità, non avevano mai perso niente di proprietà dei detenuti.
Shadow era riuscito a nascondere nei calzini le quattro banconote da cento dollari che aveva sfilato dal portafogli, insieme al dollaro d’argento fatto sparire mentre si svuotava le tasche.