«È un grande paese» disse Wednesday con l’aria di chi si sforzi di mettere ordine nei propri pensieri. Mosse la testa e il puntolino rosso del laser scivolò sulla guancia. Poi ritornò sull’occhio. «C’è spazio per…»
Si sentì un bang, attutito dagli altoparlanti del televisore, e la metà sinistra della testa di Wednesday esplose. Il suo corpo ricadde all’indietro con un tonfo.
World si alzò, sempre dando la schiena alla macchina, e uscì dall’inquadratura.
«Rivediamo la scena al rallentatore» disse in tono rassicurante la voce dell’annunciatrice.
La parola DIRETTA venne sostituita da REPLAY. Molto lentamente il pallino rosso centrò l’occhio di vetro e ancora una volta metà della faccia di Wednesday si dissolse in una nuvola di sangue. Ci fu un fermo immagine.
«Sì, è ancora la Terra di Dio» disse l’annunciatore, lo speaker del telegiornale incaricato di pronunciare la battuta finale, «ma la domanda è: di quale dio stiamo parlando?»
Un’altra voce — quella di World, secondo Shadow, perché ne riconosceva l’intonazione vagamente familiare che aveva già notato la prima volta — disse: «Adesso torniamo alla nostra programmazione regolare».
In Cheers Coach tranquillizzò la figlia dicendole che era davvero bellissima, proprio come sua madre.
Squillò il telefono e l’agente Liz si svegliò di soprassalto. Alzò il ricevitore. Disse: «Okay. Okay. Sì. Okay». Riagganciò. Si alzò. «Devo metterti dentro» disse a Shadow. «Non usare il gabinetto. Ti stanno venendo a prendere dal dipartimeno dello sceriffo di Lafayette.»
Gli tolse le manette e i ceppi alle caviglie e lo rinchiuse nella cella. La puzza era ancora più forte con la porta chiusa.
Shadow sedette sulla branda di cemento, sfilò il dollaro d’argento della Libertà dal calzino e cominciò a farlo scivolare da un dito all’altro, da una mano all’altra, concentrato soltanto nel non farlo vedere a nessun eventuale curioso. Era un modo per passare il tempo, per stordirsi.
Sentiva la mancanza di Wednesday. Una nostalgia improvvisa e profonda. Gli mancavano la sua sicurezza, il suo modo di fare. Le sue convinzioni.
Aprì la mano, guardò la Signora Libertà, il profilo argenteo. Chiuse le dita intorno alla moneta e strinse forte. Si chiese se sarebbe diventato uno di quelli che finiscono condannati a morte per un reato che non hanno commesso. Sempre che fosse arrivato al processo. Da quanto sembrava, World e Town ci avrebbero impiegato un attimo a farlo fuori. Magari sarebbe finito vittima di un disgraziato incidente, mentre lo portavano a destinazione. Potevano sparargli perché aveva cercato di fuggire. Non era improbabile.
Nella stanza dall’altra parte del vetro c’era un certo movimento. Entrò l’agente Liz, premette un pulsante e una porta che Shadow non poteva vedere si aprì: un uomo di pelle scura con l’uniforme marrone dello sceriffo entrò e si avvicinò svelto al banco.
Shadow infilò il dollaro d’argento nel calzino.
Il nuovo arrivato diede alcuni documenti a Liz che li lesse in fretta e firmò. Arrivò Chad Mulligan, scambiò qualche parola con l’uomo, aprì la porta della cella e si rivolse a Shadow:
«Ecco. Sono venuti a prenderti. A quanto pare sei una questione di sicurezza nazionale. Lo sapevi?»
«Una bella storia per la prima pagina del "Lakeside News".»
Chad lo guardò inespressivo. «Cosa, che un balordo è stato arrestato per aver violato i termini di libertà vigilata? Non è granché, come storia.»
«È di questo che si tratta?»
«Così dicono a me» rispose Chad Mulligan. Shadow incrociò le mani davanti, questa volta, e Chad lo ammanettò. Poi gli mise i ceppi e fissò la catena tra questi e le manette.
Mi porteranno fuori, pensò Shadow. Forse potrei tentare la fuga, con i ceppi, le manette e tutto vestito di arancione sulla neve, ma l’idea gli sembrò stupida e disperata già mentre la formulava.
Chad lo riportò nell’ufficio. Liz aveva spento il televisore. L’uomo di colore lo guardò dall’alto in basso. «È un omone grande e grosso» disse rivolto a Chad. Liz gli consegnò il sacchetto di carta che conteneva tutti gli effetti personali di Shadow e l’uomo firmò.
Chad guardò prima Shadow, poi l’altro e a voce bassa, ma non abbastanza perché Shadow non sentisse, disse: «Senta, questo modo di procedere non mi piace».
L’uomo annuì. «Deve fare reclamo presso le autorità competenti. Il nostro compito è portarlo in sede.»
Chad era irritato. Si voltò verso Shadow. «D’accordo» disse. «L’uscita sulla rampa è di là.»
«Come?»
«Di là. Si arriva direttamente alla macchina.»
Liz aprì con le chiavi. «Faccia in modo che quest’uniforme arancione torni da dove è venuta» disse. «La divisa dell’ultimo delinquente che abbiamo spedito a Lafayette non è più tornata. La contea le paga.» Spinsero Shadow oltre la soglia dove li aspettava una macchina con il motore acceso. Era una berlina nera, non l’automobile del dipartimento dello sceriffo. Un altro agente, brizzolato e con i baffi, stava fumando una sigaretta in piedi vicino alla macchina. Vedendoli arrivare la spense sotto una scarpa e aprì la portiera posteriore per far salire Shadow.
Salì a fatica, impacciato dalle manette e dai ceppi. Non c’era nessuna griglia divisoria nell’abitacolo.
I due uomini dello sceriffo salirono davanti. Quello di colore si era messo al volante. Aspettava che gli aprissero il portone.
«Dai, sbrigati» disse, tamburellando con le dita sul volante.
Chad Mulligan picchiò su un finestrino. L’agente bianco diede un’occhiata al collega e poi abbassò il vetro. «Non si fa così» disse Chad. «Volevo soltanto dire questo.»
«Abbiamo preso nota delle sue opinioni e le trasmetteremo a chi di dovere» rispose l’uomo al volante.
Le porte sul mondo esterno si spalancarono. Stava ancora nevicando, una macchia confusa alla luce dei fanali. L’agente alla guida accelerò e imboccò la strada che portava su Main Street.
«Hai saputo di Wednesday?» chiese. Adesso la sua voce suonava diversa, più vecchia, e familiare. «E morto.»
«Sì. Lo so» rispose Shadow. «L’ho visto alla Tv.»
«Quei bastardi» disse l’agente di razza bianca. Erano le sue prime parole, pronunciate con una voce roca e un forte accento, una voce familiare come quella dell’autista. «Te lo dico io cosa sono quelli, bastardi e figli di puttana.»
«Grazie di essere venuti a prendermi.»
«Figurati» disse l’uomo al volante. Alla luce dei fanali di un’automobile che veniva in senso contrario sembrava già più vecchio. E più piccolo. L’ultima volta che Shadow l’aveva visto indossava un paio di guanti giallo limone e una giacca a quadretti. «Eravamo a Milwaukee. Quando è arrivata la chiamata di Ibis ci siamo messi a correre come matti.»
«Credi che gli permetteremmo di sbatterti dentro e spedirti sulla sedia elettrica quando io sono ancora qui che aspetto di spaccarti la testa con la mia mazza?» chiese tetramente l’altro mentre rovistava in una tasca in cerca delle sigarette. Aveva un accento dell’Europa dell’Est.
«Il vero casino scoppierà tra meno di un’ora» disse il signor Nancy, sempre più simile a se stesso ormai, «quando arriveranno a prenderti davvero. Usciamo prima di imboccare la Highway 53: ti leviamo quei cosi e tu ti rivesti.» Chernobog mostrò la chiave per aprire le manette e i ceppi e sorrise.
«Mi piace con i baffi» gli disse Shadow. «Le stanno bene.»
Chernobog li accarezzò con un polpastrello giallo di nicotina. «Grazie.»
«È proprio morto, Wednesday? Non è uno scherzo, vero, o qualcosa del genere?»