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A occidente, nelle terre da cui erano venuti, dove il sole era tramontato già da ore, il cielo fu squarciato da una luce spaventosamente gialla, più violenta del lampo, più intensa del sole. Un’esplosione di puro fulgore che spinse tutti quelli che stavano attraversando il ponte a coprirsi gli occhi, sputando e gridando. I bambini piangevano.

«Quella è la disgrazia da cui ci aveva messo in guardia Nunyunnini» disse Gugwei l’anziano. «È un dio saggio e potente.»

«Il migliore degli dèi» disse Kalanu. «Nella nuova terra gli innalzeremo un’alta piattaforma e lucideremo le sue zanne e il suo cranio con olio di pesce e grasso animale, e racconteremo ai nostri figli e ai figli dei nostri figli e ai figli dei figli per sette generazioni che Nunyunnini è l’onnipotente e che non dovrà mai essere dimenticato.»

«Gli dèi sono grandi» disse Atsula con lentezza, come se stesse comunicando un segreto terribile. «Però il nostro cuore è più grande ancora. Poiché è dai nostri cuori che essi nascono, e ai nostri cuori faranno ritorno…»

E non possiamo dire quante altre parole blasfeme avrebbe aggiunto a queste, perché fu interrotta con una violenza che non ammetteva repliche.

Il rombo che arrivò da occidente era così forte da far sanguinare le orecchie e lasciò tutti sordi per qualche momento, temporaneamente ciechi e sordi ma vivi, consapevoli di essere stati più fortunati delle tribù che non si erano spinte altrettanto a oriente.

«È una buona cosa» disse la sacerdotessa senza riuscire a sentir» le proprie parole.

Atsula morì ai piedi della montagna quando il sole di primavera era allo zenit. Non riuscì a vedere il Nuovo Mondo, e la sua tribù raggiunse la nuova terra senza sacerdotessa.

Scalarono le montagne dirigendosi verso sud e verso occidente, fino a quando non trovarono una valle dove scorreva acqua limpida, e dove pesci argentei nuotavano in abbondanza nei fiumi, una valle popolata da cervi che non conoscevano l’uomo ed erano talmente mansueti che prima di ucciderli si doveva sputare e chiedere perdono al loro spirito.

balani mise al mondo tre maschi, e qualcuno disse che Kalanu era riuscita a compiere la più difficile delle magie e a ingravidare la sua sposa, e altri dissero che Gugwei non era troppo vecchio per tenere compagnia a una donna, quando il marito era lontano, e certamente, dopo la morte di Gugwei, Dalani non ebbe più figli.

La glaciazione cominciò e finì e la gente si sparse sul territorio dando vita a nuove tribù che scelsero nuovi totem: corvi e volpi e orsi e grandi felini e bufali, ogni animale contrassegnava l’identità di ciascuna tribù, e tutti erano dèi.

Nella nuova terra i mammut erano più grandi e più lenti, più sprovveduti dei mammut delle pianure siberiane, e i funghi pungh dalle sette macchie risultarono introvabili e Nunyunnini non parlò più agli uomini della sua tribù.

Poi, al tempo dei nipoti di Dalani e Kalanu, un manipolo di guerrieri di una ricca e numerosa tribù che tornavano a casa da una spedizione a settentrione a caccia di schiavi, capitarono nella vallata dove si era stabilito il popolo originario: uccisero quasi tutti gli uomini e fecero prigionieri donne e bambini.

Nella speranza di ottenere clemenza uno dei bambini li portò in una caverna nella montagna dove trovarono il cranio di un mammut, ciò che restava della sua pelle, una tazza di legno e il teschio di Atsula l’oracolo.

Alcuni guerrieri avrebbero voluto prendere gli oggetti sacri, rubando gli dèi del Popolo Originario e assorbendone il potere, ma altri si opposero, dicendo che ciò avrebbe portato soltanto sfortuna, scatenando le ire dei loro dèi (perché questi erano i membri della tribù dei corvi, e i corvi sono divinità gelose).

Così gettarono tutto in un profondo dirupo e portarono con sé i sopravvissuti del Popolo Originario nel loro lungo viaggio verso sud. Le tribù dei corvi e le tribù delle volpi diventarono ancora più potenti in quella terra e ben presto Nunyunnini fu completamente dimenticato.

Parte terza

La tempesta

14

La gente è al buio, non sa cosa fare

Avevo una lanterna, oh ma si è spenta anche quella.

Tendo una mano. Spero che la tenderai anche tu.

Come vorrei stare al buio con te.

GREG BROWN, In the Dark With You

Alle cinque del mattino, nel parcheggio dell’aeroporto di Minneapolis, cambiarono vettura. Salirono fino all’ultimo piano, dove c’è un parcheggio a cielo aperto.

Shadow si liberò di manette, ceppi e uniforme arancione e infilò tutto nel sacchetto di carta marrone che aveva temporaneamente contenuto i suoi effetti personali, lo richiuse e lo gettò in un cestino dell’immondizia. Aspettavano da una decina di minuti quando un giovanotto con il tronco a botte sbucò da un’uscita dell’aeroporto e li raggiunse. Stava mangiando un sacchetto di patatine di Burger King. Shadow lo riconobbe immediatamente: aveva preso posto sul sedile posteriore della sua auto, quando erano usciti dalla House on the Rock per andare al ristorante, e il suono che aveva prodotto canticchiando era stato così profondo da far vibrare la macchina. Adesso sfoggiava una lunga barba bianca che lo faceva sembrare più vecchio.

Il giovanotto si ripulì le mani sui jeans e poi ne tese una a Shadow. «Ho saputo della morte del Padre» disse. «Pagheranno per questo, pagheranno caro.»

«Wednesday tuo padre?» domandò Shadow.

«Il Padre Universale» rispose l’altro. Aveva una voce profonda, gutturale. «Diglielo, dillo a tutti che nel momento del bisogno la mia gente ci sarà.»

Chernobog si liberò di un filo di tabacco che gli si era infilato tra i denti e lo sputò sul fango ghiacciato. «E quanti sareste in tutto? Dieci? Venti?»

La barba dell’uomo a botte scintillò. «Dieci di noi non valgono forse come cento dei loro? Chi può tenere testa alla mia gente, in battaglia? Comunque ai margini delle città viviamo numerosi. Qualcuno vive sulle montagne. Ce ne sono altri nelle Catskills, qualcuno anche nei parchi dei divertimenti in Florida. Tengono le loro asce affilate. Accorreranno a un mio richiamo.»

«Allora chiamali, Elvis» disse il signor Nancy. O perlomeno a Shadow sembrò che dicesse Elvis. Nancy si era cambiato e al posto dell’uniforme da sceriffo indossava un cardigan pesante, marrone, pantaloni di velluto a coste e mocassini di cuoio. «Chiamali. È quello che avrebbe desiderato il vecchio bastardo.»

«L’hanno tradito. L’hanno ammazzato. Ho riso dei suoi discorsi, invece mi sbagliavo. Nessuno di noi è al sicuro» disse l’uomo con un nome simile a Elvis. «Potete contare su di noi.» Diede a Shadow una pacca gentile sulla spalla che lo mandò quasi a gambe all’aria. Era come essere sfiorati delicatamente da una di quelle enormi sfere che vengono usate per le demolizioni.

Chernobog si stava guardando intorno. «Scusate la domanda, quale sarebbe il nostro nuovo mezzo di trasporto?»

L’uomo a botte indicò un pulmino. «Eccolo lì» disse.

Chernobog sbuffò incredulo. «Quello?»

Era un pulmino Volkswagen degli anni Settanta. Sul lunotto posteriore c’era la decalcomania di un arcobaleno.

«È un ottimo mezzo. Ed è l’ultima cosa che si aspettano di vedervi guidare.»

Chernobog fece il giro del pulmino. Poi cominciò a tossire, una tosse cavernosa da vecchio, da fumatore alle cinque del mattino. Si raschiò la gola, sputò, si massaggiò il petto per alleviare il dolore. «Sì. L’ultimo dei mezzi di trasporto sospettabili. Che cosa succede quando ci ferma la polizia in cerca di hippy e marijuana? Eh? Non siamo qui per un viaggio psichedelico, dobbiamo essere il più anonimi possibile.»

L’uomo con la barba aprì una portiera del pulmino. «Se vi fermano, danno un’occhiata, vedono che non siete hippy e vi lasciano andare. È un travestimento perfetto. Ed è l’unica vettura che sono riuscito a trovare con così poco preavviso.»