Выбрать главу

Qualche attimo più tardi mi sono costretto a riprendere il cammino. Raggiunta la cima della salita, ho visto in lontananza l’hoteclass="underline" doveva essere almeno a un paio di chilometri, o più probabilmente tre. Con un ruggito di sgomento, mi sono avviato giù per la discesa, fra uno scivolone e l’altro. Giunto in fondo, ho attraversato la spiaggia sino al confine con l’acqua, dove la sabbia era bagnata ma più dura e compatta, e mi sono messo a trotterellare. Ho tentato di cancellare dalla mente ogni dolore e apprensione fissando il tetto dell’hotel. “Elise non è partita” è stato l’unico pensiero che mi sono permesso.

Quando ho raggiunto il sentiero ad assi di legno, ansimavo tanto e avevo le gambe così pesanti che ho dovuto fermarmi, volente o nolente. Di tanto in tanto, a guizzi, il senso di disorientamento andava e veniva quasi con lo stesso ritmo del mio respiro. Ho cercato di analizzarlo, nella speranza di poterne bloccare le continue intrusioni. La colpa doveva essere dello shock di tutto ciò che mi era successo. Ritrovata Elise, sarebbe passato. Il suo amore sarebbe stato la mia ancora per quell’anno.

Prima che la mia mente potesse ribattere con l’idea che forse lei non era più all’hotel, mi sono lanciato al trotto sulle assi, a labbra strette, lo sguardo fisso sull’hotel. “È ancora lì”, ho pensato. “Non può essere partita. La sua carrozza ferroviaria sarà ancora qui. Avrà ordinato di fermarla fino a…”

Mi sono bloccato, investito da un’ondata di stordimento. “Non è vero”. Però i miei occhi vedevano benissimo che era vero. Il binario morto era vuoto.

— No. — Ho scosso la testa. D’accordo, il vagone non c’era più. Ma Elise si era fermata, fosse o non fosse logico. Lo avevo letto, no? Aveva mandato la compagnia teatrale a precederla a Denver. Però lei era ancora lì.

Senza accorgermene, avevo ripreso a correre. Le luci dell’hotel erano minime; quasi tutte le finestre erano buie. Potevano essere le tre o le quattro del mattino. “Non importa”, mi sono detto. “Lei è nella sua stanza, sveglia. Mi aspetta”. Non avrei ammesso nessun’altra possibilità. Non potevo ammetterla. Dentro di me vibrava una paura così immane che avrebbe potuto distruggermi, se solo non l’avessi frenata. “Elise è qui”, ho pensato. Mi sono concentrato su quell’idea, alzando una barriera contro la paura. “È qui. È qui”.

Correndo sulla strada d’accesso all’hotel, mi sono guardato e ho scoperto di essere lurido, arruffato. Se fossi passato per l’atrio in quello stato, forse mi avrebbero fermato, e dovevo raggiungere Elise subito. Ho svoltato a sinistra, sono sceso al Paseo del Mar e ho girato attorno all’angolo dell’hotel. L’imponente facciata bianca era alla mia destra; i miei passi risuonavano forti. Ogni respiro era una pugnalata ardente. “Non fermarti”, ripeteva una voce nella mia mente. “Lei è qui. Tieni duro. Sei quasi arrivato. Corri”. Boccheggiante, ho rallentato. Raggiunta la scala sud, ho preso a salire i gradini, aggrappandomi alla ringhiera. Mi pareva fosse trascorso un secolo da quando eravamo saliti assieme; un milione di anni da quando l’avevo incontrata sulla spiaggia. “Lei è qui”, insisteva la voce. “Corri. È qui”.

La porta della veranda. L’ho spalancata con un gemito di spossatezza, sono entrato, mi sono diretto al corridoio laterale. “Elise è qui. Ti aspetta nella sua stanza. Come hai letto”. I miei passi risuonavano sul parquet. Tutto cominciava a diventare nebbioso, confuso. — Novembre 1896 — ho borbottato disperatamente. — È il novembre 1896. — Ho svoltato nel cortile aperto, sono corso lungo il sentiero. “Elise è qui”. Quando una lacrima mi è scesa giù per la guancia, ho capito che la mia vista era appannata dal pianto. — È qui — ho detto. — “Qui”. — Sono entrato nel salotto comune, ho barcollato fino alla sua porta, e prima di bussare vi sono crollato contro. — Elise!

Ho aspettato, cercando di captare i suoni, col cuore che mi martellava alle orecchie. Ho bussato di nuovo. — “Elise?” — Nessun rumore dall’interno. Ho appoggiato l’orecchio destro alla porta. Lei “doveva” esserci. Stava dormendo. Fra un attimo si sarebbe svegliata e sarebbe corsa ad aprire la porta. Ho bussato un’altra volta, un’altra. Avrebbe aperto, sarebbe stata fra le mie braccia. La mia Elise. Non poteva essere partita. Non dopo quella lettera. “Adesso sta correndo alla porta. Adesso. Adesso. Adesso”.

— Dio! — La verità mi è caduta addosso in un istante. “Era partita”. Robinson l’aveva convinta. Era in viaggio per Denver. Non l’avrei più rivista.

Ogni forza mi ha abbandonato in quell’attimo. Sono crollato lungo la porta, poi sono scivolato lentamente sul tappeto, fissando le macchie confuse che i miei occhi vedevano. Ho alzato le mani al volto e mi sono messo a piangere. Come avevo pianto, una vita prima, nella stanza calda e soffocante del seminterrato. Però allora piangevo di felicità, di sollievo e di gioia, sapendo che avrei raggiunto Elise. Adesso piangevo di dolore, di disperazione, sapendo che non l’avrei mai più ritrovata. Che adesso il tempo facesse pure ciò che preferiva. Non mi importava nulla di morire in un anno o nell’altro. Niente importava più. Avevo perso Elise.

— “Richard!”

Ho alzato la testa, stupefatto. Non potevo letteralmente credere ai miei occhi: lei stava correndo nel salotto. — Elise. — Ho tentato di alzarmi, ma braccia e gambe erano allo sfinimento. Ho urlato: — Elise!

Poi lei mi ha raggiunto, si è inginocchiata davanti a me, e ci siamo stretti l’uno all’altra con forza, con disperazione. — Amore mio, amore mio — sussurrava lei. — Oh, “amore”. — Ho affondato il viso nei suoi capelli, nel suo calore serico, fragrante. “Non era partita”. Mi aveva aspettato. Le ho baciato i capelli, il collo. — Dio, Elise, credevo di averti persa.

— Richard. “Amore”. — Lei ha scostato la testa e ci siamo baciati. Le sue labbra morbide erano sotto le mie. Poi si è staccata, ansimante, e un’ansia improvvisa si è dipinta sul suo viso mentre mi carezzava le guance. — Ti hanno fatto del male — ha detto.

— Sto bene, sto bene. — Le ho sorriso, ho portato le sue mani alle labbra, le ho baciate.

— Ma cosa ti è successo? — Il suo volto adorabile era ancora teso per la preoccupazione.

— Lascia solo che ti abbracci.

Si è stretta a me e siamo rimasti aggrappati come naufraghi. Le sue dita mi carezzavano i capelli. — Richard, il mio Richard — ha mormorato lei. Ho sussultato quando la sua mano mi ha sfiorato il bernoccolo sulla nuca. Lei ha trattenuto il respiro e si è staccata da me, scioccata. — Buon Dio, cosa ti è successo? — ha chiesto.

— Mi hanno… preso.

— Preso?

— Rapito. — La parola mi ha spinto a sorridere. — È tutto a posto, tutto a posto — ho aggiunto, carezzandole la guancia. — Sto bene. Non preoccuparti.

— Ma io “sono” preoccupata, Richard. Ti hanno picchiato. Hai le guance ferite, e pallidissime.

— Sono orribile? — le ho domandato.

— Oh, amore mio. — Lei mi ha messo le mani sulle guance, mi ha baciato dolcemente sulle labbra. — Per me, sei lo spettacolo più dolce di questa terra.

— Elise. — Non avevo quasi voce. Ci siamo tenuti stretti. Le ho baciato le guance e il collo, i capelli.

La mia risata è stata improvvisa, e singhiozzante. — Scommetto che sono orribile.

— No, no. Sono solo preoccupata per te. — Elise mi ha restituito il sorriso e io le ho passato un dito sulla guancia, ad asciugare le sue lacrime calde. — Vieni dentro. Voglio pulirti le ferite.

— Sto bene — ho ripetuto. Nessun dolore al mondo, ormai, poteva darmi fastidio.