Sopprimendo un lieve senso di vergognarsi permise di prendere in considerazione l’idea di scappare in campagna per qualche giorno. Sarebbe stato un gesto puerile e sconsiderato, che forse gli avrebbe fatto perdere l’impiego, ma il lago gli avrebbe garantito quella tranquillità di cui aveva un disperato bisogno. Nessuno in ufficio sapeva dell’esistenza dello chalet così non sarebbe stato disturbato, niente avrebbe interrotto i suoi tentativi di ricostruire un modello razionale dell’universo dentro la sua testa. L’immagine dello chalet gli si ripresentò ancora una volta così chiara che quasi sentiva l’aroma della pineta retrostante, e prima ancora di ammettere che aveva deciso, era già andato in camera da letto a fare i bagagli.
Ci impiegò pochi minuti, durante i quali fu perseguitato dal pensiero di Anne Kruger. Gli pareva di vederla ritta davanti al terminale di un computer nell’ufficio del giornale, sempre più impaziente nell’attesa di veder comparire sullo schermo i primi paragrafi del suo articolo. Ma in quel momento la cosa che più di tutte gli stava a cuore era di scappare di casa prima che suonasse ancora il telefono. Afferrò la sacca pronta, andò alla porta d’ingresso fermandosi solo per attivare l’allarme antifurto, e uscì nel meriggio assolato. Il viale, coi suoi lucidi prati e i tetti di assicelle color vino, forniva un’immagine di tranquilla normalità… salvo il fatto che — pensò Jerome — uno qualsiasi dei suoi abitanti avrebbe potuto prendere spontaneamente fuoco da un momento all’altro. Chiunque avesse fatto un’esperienza come la sua aveva diritto a tutto il riposo che gli sembrava necessario. Salì in macchina, posando la sacca sul sedile accanto, e si diresse verso l’autostrada che portava a ovest.
Un quarto d’ora dopo aver lasciato la città si accorse che il serbatoio era pieno solo per un quarto, e quando l’ago sul quadrante indicava quella misura lui si fermava sempre a far benzina. Il senso di urgenza non si era attenuato, ma la vecchia abitudine ebbe la meglio. Si fermò a un distributore automatico presso cui si era servito parecchie altre volte e che era frequentato per lo più dagli agricoltori delle fattorie circostanti. C’era la solita accozzaglia di auto polverose e furgoncini parcheggiata davanti alla trattoria adiacente, e un meccanico stava lavorando sotto una macchina nell’officina. Qui nessuno era preoccupato al pensiero di prendere improvvisamente fuoco eruttando fiamme dalla bocca.
Jerome scese, infilò una carta di credito nella pompa e cominciò a riempire il serbatoio. Dopo qualche istante provò la sgradevole sensazione che qualcuno lo stesse fissando. Si voltò e vide a una decina di passi un tizio sulla trentina vestito da cacciatore. Quell’abbigliamento contrastava col colorito pallido da cittadino, ma l’uomo era alto e robusto. Lo sconosciuto continuò a fissarlo con un’espressione di blando disprezzo.
Irritato e perplesso, Jerome aprì la bocca per chiedergli perché lo guardasse a quel modo, ma ci ripensò e tacque. Detestava le liti, e l’altro era molto più robusto di lui. Cercando di far finta di nulla, distolse gli occhi, ma non senza prima aver notato che l’altro socchiudeva la bocca in un sorrisetto ironico. Jerome si concentrò sui numeri rossi del quadrante e sospirò di sollievo quando sentì un rumore di passi che si allontanavano in direzione dell’officina. Probabilmente la macchina in riparazione era quella dello sconosciuto, il quale forse era roso dall’impazienza ed era disposto a sfogarsi sul primo venuto.
E se questo era un duello psicologico, io le ho prese pensò Jerome sempre più ansioso di arrivare al lago. Quella località non era mai diventata un’attrazione turistica a causa — e grazie — della spiaggia paludosa, e le poche case in riva al lago erano quasi certamente vuote a metà settimana. Ansioso di rimettersi in viaggio, Jerome finì di riempire il serbatoio, ritirò la carta di credito e salì in macchina. Un’occhiata all’officina gli rivelò che lo sconcertante sconosciuto stava guardando il meccanico che lavorava alla sua auto. Jerome si immise sull’autostrada, con la sensazione di essere sfuggito di stretta misura a una situazione spiacevole, e si accinse a percorrere i restanti sessanta chilometri del tragitto.
Si fermò una sola volta ancora a far la spesa e arrivò al lago nel primo pomeriggio. L’acqua era una distesa azzurra cosparsa di riflessi che parevano diamanti e, come aveva sperato, il silenzio e la tranquillità gli dissero che non c’era nessuno nei paraggi. Si fermò nel piccolo spiazzo accanto a al suo chalet, e scese aspirando l’aria a pieni polmoni.
La sua barca a remi, coperta da un telo impermeabile, era al suo posto sulla riva, in attesa di una mano di vernice. Era un lavoro che l’avrebbe tenuto materialmente occupato mentre rimetteva in ordine i pensieri. La casa, parzialmente nascosta da ciuffi di oleandri, lo accolse con un silenzioso benvenuto e ancora una volta lui fu ben felice di non averla venduta. La lunga malattia di Carla aveva dato quasi fondo ai suoi risparmi, e dopo la sua morte era stato tentato di venderla, ma adesso era più che mai contento di non averlo fatto. Se Anne Kruger lo avesse licenziato, piuttosto avrebbe venduto la casa di Whiteford, per tirare avanti, e si sarebbe ritirato in campagna.
Sentendosi già un po’ rinfrancato e a suo agio, prese il cartone delle provviste dal bagagliaio e lo portò nella veranda schermata. Aprì la porta con la chiave, entrò in anticamera e si avviò verso la cucina situata sul retro. Il soggiorno era a destra. Vi dette un’occhiata attraverso la porta aperta passando, e stava per proseguire quando si fermò di colpo perché aveva notato qualcosa che non andava: mancava uno dei fucili che teneva appesi sopra al camino.
Senza deporre le provviste, arretrò ed entrò nel soggiorno. I sostegni erano al loro posto, quindi il fucile non era caduto finendo nascosto dietro una sedia. L’unica altra spiegazione che gli venne in mente fu che era entrato un ladro… ma perché non aveva preso anche l’altro fucile?
«No, non siete stato derubato» disse una voce maschile dall’angolo più scuro della stanza.
Lo scatolone scivolò dalle mani di Jerome, mentre si voltava e vedeva un uomo anziano vestito di scuro, con le guance rubizze e il fucile mancante in mano. Jerome ebbe l’impressione che il tempo si fermasse. Vide lo scatolone cadere lentamente per terra spargendo intorno il contenuto che sembrava privo di peso. Una sola occhiata gli era stata sufficiente per fotografare l’intruso: folti capelli argentei, catena d’oro attraverso il panciotto, grandi mani quadrate. Sentì il tonfo del cartone sul pavimento e poi il martellìo del cuore. Gli faceva male. Aveva un rombo nelle orecchie e l’impressione che il cuore stesse per fermarsi.
«Non fate lo stupido» ordinò il vecchio fissandolo con occhi penetranti come laser. «Calma, ho detto! Respirate regolarmente.»
Jerome risucchiò l’aria, e si stupì nel constatare che fluiva dentro di lui una sensazione di pace come se gli avessero iniettato una dose di potente tranquillante. Arretrò. Aveva superato lo shock, ma in un certo senso era più spaventato di prima.
«Siete Pitman» disse, avendolo riconosciuto dalle fotografie appese nello studio del dottore. «Come avete fatto a venire qui?»
Pitman gli rivolse un sorriso paterno. «È facile, quando si sa come. Ma piuttosto, giovanotto, da quanto tempo non vi sottoponete a un check-up?»
«Cinque o sei anni. Non ricordo bene. È una cosa che non mi va…»
«Perché?»
«Perché cercano di scoprire solo cose brutte. Preferisco non…»
Jerome s’interruppe di colpo, conscio dell’assurdità della situazione. «Ma cosa succede? Cosa diavolo è questo? Cosa state facendo in casa mia?»