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«Idiota!» gridò Jerome correndo verso di lui, impacciato dalla tuta.

Birkett stava afflosciandosi sulle ginocchia. «Mi dispiace, signor Jerome.» Birkett parlava a singulti brevi e appena percettibili. «Credo… credo che…»

«Venite qui immediatamente, Glevdane!» gridò Jerome, ricordandosi solo dopo che il contatto radio era interrotto. Cercò allora di visualizzare un triangolo rosso, il simbolo dorriniano per emergenza, ma vi rinunciò. Un uomo che stava per morire asfissiato come Birkett doveva essere di per sé telepaticamente distinguibile. Avvicinandosi, Jerome vide che si stringeva il braccio sinistro, e, a giudicare dalla fila di puntini rossi, la tuta aveva ceduto dal polso fin oltre il gomito. Birkett alzò la testa verso Jerome e la luce di un globo appeso al soffitto ne rivelò la faccia contorta. Le labbra si muovevano, ma restava talmente poca aria nella tuta che non riusciva ad emettere suoni, e un attimo dopo perse conoscenza. Jerome si chinò a sostenerlo e lo posò a terra.

«Dove siete, Glevdane?» gridò in preda al panico. «Abbiamo bisogno di aria, qui!»

Sfibbiò la cintura degli utensili e, lavorando con difficoltà per via dei guantoni, la legò sul braccio sinistro di Birkett nel tentativo di impedire all’ossigeno, che la bombola continuava a erogare, di sfuggire attraverso la scucitura. Ma la cintura era fatta di una plastica scivolosa difficile da annodare. Si guardò intorno disperato finché non notò un pezzo di mastice grosso come un pugno ancora attaccato alla scheggia. Continuando a imprecare, l’afferrò e spalmò il mastice sulla scucitura premendolo con ambo le mani. Era ormai quasi certo che la tuta di Birkett era di nuovo a tenuta stagna e che non sussistevano dubbi su una rapida reintegrazione dell’ossigeno, ma aveva il sinistro sospetto che il pericolo consistesse adesso nella totale mancanza di pressione atmosferica. Cosa succede al corpo umano quando non esiste pressione esterna?

La paura di Jerome e la convinzione di essere impotente in quei frangenti erano aggravate perché sapeva di essere ignorante in materia. Le cellule del corpo di Birkett stavano già spaccandosi? Il sangue cominciava a bollire?

Dio mio, pregò atterrito, non far sì che debba assistere per la seconda volta alla morte di quest’uomo!

Tenne lo sguardo fisso sul portello del Compartimento 17, quasi a imporgli di aprirsi, o almeno nella speranza che qualche indizio mostrasse che stava tornando l’aria in quella sezione del tunnel. I dorriniani avevano una paura patologica del vuoto e lui temeva che avrebbero reagito con lentezza a una situazione che richiedeva l’apertura dei portelli stagni, ma stavano dimostrandosi ancora più lenti di quanto pensasse. Passavano i minuti e non arrivavano soccorsi.

Forse non verrà nessuno! Era una supposizione assurda, perché prima o poi gli altri dovevano tornare, ma in quel momento Jerome era in uno stato d’animo tale per cui guardò con ansia quanto ossigeno gli restava ancora. Ce n’era per circa trenta mirds, più o meno un’ora terrestre, quindi non aveva motivo di temere per la propria vita. Tuttavia non riusciva a tranquillizzarsi.

A Whiteford, una mattina ormai lontana, aveva preso una decisione che sembrava poco importante — visitare la casa di Starzinsky — e invece quella si era rivelata l’azione più disgraziata della sua vita. Sarebbe stato un logico corollario degli eventi che si erano succeduti da quel giorno se adesso fosse morto in seguito a uno stupido incidente proprio nel tunnel da cui dipendeva la speranza di tornare sulla Terra. Il fatto che la Quicksilver doveva atterrare fra solo ventidue giorni e a poche centinaia di metri dal punto dove lui si trovava adesso, sembrava l’ultimo e più appropriato tocco…

Una grinza sul braccio della sua tuta gli rivelò che finalmente stavano pompando aria in quella sezione del tunnel.

La stava fissando da alcuni secondi, trattenendo un sospiro di sollievo, quando gli venne in mente che la sua improvvisata riparazione alla tuta privava adesso Birkett dell’aria. Lasciò la presa, e, con le dita impiastricciate di mastice, aprì il visore del casco di Birkett mentre l’aria entrava adesso con un rombo dalle valvole del Compartimento n. La tuta di Birkett si gonfiò in pochi attimi, e poco dopo lui cominciò a muovere braccia e gambe. Aprì gli occhi e guardò Jerome con lo sguardo limpido e innocente di un bambino.

«Sammy» balbettò Jerome. «Stai bene?»

«Credevo che il dottor Bob fosse mio amico» bisbigliò Birkett. «Non doveva ingannarmi… non avrebbe dovuto farmi questo… non doveva…»

«Invece sono convinto che ti era amico» disse Jerome, più preoccupato di rassicurarlo che non di difendere Pitman. «Sono sicuro che ti voleva aiutare.»

«Ma io sono un giardiniere. Signor Jerome, siete davvero sicuro che siamo da qualche parte su in cielo? Su Marte o un posto del genere?»

«Temo proprio che ci troviamo su Mercurio» rispose Jerome, e intuendo quanto fosse confuso quel poveretto, provò una gran compassione. Aveva tanto sofferto per quanto gli era successo, ma almeno lui aveva avuto la consolazione di essere in grado di capire, di sapere esattamente dove si trovava. Non gli era mai passato per la mente che Sammy Birkett, con la sua intelligenza limitata, si trovava pressappoco nelle condizioni di un contadino del Medioevo, che avrebbe considerato il trasferimento su Mercurio alla stregua di un lungo viaggio all’inferno.

«Odio questo posto» dichiarò Birkett fissando il soffitto.

«Anch’io, Sammy. Ma sono sicuro che un giorno torneremo a Whiteford» disse per fargli coraggio.

«Davvero, signor Jerome?»

Jerome annuì con vigore. «Perché non decidiamo fin d’ora di trovarci una volta alla settimana da Cordner a bere qualcosa insieme?»

«Oh, sarebbe magnifico!» Birkett si levò faticosamente a sedere, e un rivoletto di sangue gli colò dal naso. «Noi due seduti al banco da Cordner a parlare dei vecchi tempi.»

«Allora siamo d’accordo. Ma adesso cerca di riposare finché…» S’interruppe alzandosi di scatto in piedi perché il portello 17 si era aperto. Glevdane, riconoscibile dal casco blu di supervisore fu il primo a varcarlo, seguito dagli altri componenti della squadra. Guardò Birkett, poi la scheggia di roccia e infine Jerome.

«Si è trattato di un incidente molto grave» disse duramente. «Spero che abbiate una giustificazione valida.»

«Ho avuto tutto il tempo per escogitarne una» ribatté brusco Jerome. «Ma dove diavolo eravate?»

«Siamo tornati il più presto possibile.»

«La porta del 16 si era incastrata» spiegò uno dei Terrestri del gruppo, Urban Pedersen. «Abbiamo faticato per aprirla, e il rifornimento d’aria di tutte le sezioni è controllato da quella attigua. Se volete sapere la mia opinione, tutto il sistema è…»

«Nessuno ve l’ha chiesta, Pedersen» lo interruppe Glevdane, e tornando a Jerome. «Avanti, qual è la scusa del celebre ingegnere per aver quasi fatto morire questo povero scemo?»

«A chi dài dello scemo?» Birkett si alzò, e sarebbe caduto se due operai non l’avessero sorretto.

«Sammy non è uno scemo» rispose Jerome senza alterarsi. «Il suo unico errore è stato di fidarsi troppo delle vostre tute.»

«Le hanno progettate i Guardiani!»

«Questo dimostra…» Jerome non finì la frase perché intuiva che era pericoloso esprimere critiche nei confronti dei custodi del Thrabben. Cambiando argomento, disse: «Non sarebbe meglio portare Sammy da un medico?»

«Ne abbiamo già chiamato uno» rispose Glevdane. «Naturalmente è un dorriniano, ma voi sarete tanto gentile da dirgli cosa deve fare.» Detto questo si allontanò, esternando la sua ira pestando con forza i piedi sul terreno.