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«Avevo notato la stessa cosa sulla Terra» disse Jerome agli altri terrestri quando Glevdane fu fuori portata. «Più si cerca di aiutare qualcuno, meno gratitudine si ottiene.»

8

Il giorno iniziato con l’incidente quasi mortale era stato lungo e faticoso, ma ciononostante, quando finalmente andò a letto, Jerome non riuscì ad addormentarsi.

Forse ci sarebbe riuscito se avesse potuto stare al buio, ma dalla seconda stanza di cui disponeva filtrava un po’ di luce, e non si potevano spegnere le lampade su Dorrin. Sulle prime Jerome era rimasto sorpreso pensando che questo comportava un notevole spreco di energia, ma poi aveva scoperto che a Cuthranel non esistevano centrali elettriche come sulla Terra. I globi emanavano luce senza interruzione perché l’ingegneria psichica ne aveva modificato la struttura cellulare.

Con la stessa tecnica si sarebbe potuto far sì che si spegnessero automaticamente di “notte”, ma i dorriniani avevano la fobia del buio come del vuoto. Le strade-tunnel della capitale, molte erano vecchie quanto le piramidi, e tutti gli edifici erano costantemente immersi in una luce bianca che deprimeva lo spirito di Jerome.

Forse si sarebbe addormentato lo stesso se non ci fossero stati anche i rumori, ma non c’erano porte che fungessero da barriere contro i suoni. Gli abitanti di Cuthranel detestavano di sentirsi rinchiusi più di quanto lo esigeva l’ambiente naturale, e la loro unica concessione all’intimità, anche per i gabinetti e le camere da letto, erano ingressi schermati.

Sdraiato sulla branda, Jerome sentiva pulsare intorno a sé la vita del Recinto, un ininterrotto mormorio di voci punteggiato a tratti da risate o grida lontane. A intervalli si sentivano suoni non identificabili a bassa frequenza, borbottii e strani gemiti meccanici che emanavano dal cuore della città e si espandevano lungo la rete di pozzi e gallerie.

I primi tempi, Jerome si era recato spesso nel settore centrale di Cuthranel, spinto dalla curiosità e dal desiderio di evadere dagli angusti limiti dei tunnel del Recinto. Poiché era libero di andare ovunque, nei giorni di riposo poteva vagabondare nelle enormi caverne che corrispondevano alle piazze o che contenevano gli impianti per la produzione dell’aria, dell’acqua e delle proteine. Se le circostanze fossero state diverse, se al vecchio Rayner Jerome fosse stata offerta miracolosamente una vacanza su Mercurio, avrebbe trovato un affascinante campo di studio nella città sotterranea e in tutti gli accorgimenti tecnici che la mantenevano in vita. Ma erano successe troppe cose. La sua personalità era stata sconvolta da eventi mostruosi, e si sentiva avvilito e depresso alla vista di migliaia di esseri umani ridotti allo stato di termiti in un ambiente arido e senza sole. Ben presto aveva finito col ritirarsi nel Recinto dove almeno aveva la consolazione di sentir parlare la sua lingua.

La sezione dormitorio del Recinto consisteva in un corridoio centrale chiamato semplicemente Strada, con otto diramazioni numerate dette Vie. In passato la zona aveva ospitato terrestri di tutte le nazionalità, ma adesso per la maggior parte erano nordamericani, inglesi e abitanti dell’Europa Occidentale. Questo era dovuto al fatto che, avvicinandosi il grande momento, i dorriniani concentravano la loro attenzione sul programma spaziale USA e sull’organizzazione CryoCare. Jerome si era congratulato, in ritardo, con se stesso per aver notato la preponderanza degli occidentali nella storia recente della combustione umana spontanea, durante il suo primo ossessionante studio dell’argomento. In retrospettiva si rendeva conto che aveva avuto troppa fretta nel trascurare lo squilibrio nelle statistiche, ma a che serviva rimproverarsi? Sebbene ora la cosa gli fosse chiara, nessuno avrebbe potuto intuire la verità fantastica che si nascondeva dietro quei dati.

Riandando agli avvenimenti della giornata mentre aspettava di addormentarsi, Jerome giunse alla conclusione che non era una buona politica farsi nemico il supervisore della manutenzione. Glevdane aveva prolungato il turno di lavoro insistendo per sistemare la porta del Settore 16 e controllare poi tutte le prese d’aria e le valvole fino all’estremità del tunnel. Forse si era trattato di una reazione naturale all’incidente di Birkett, ma Jerome aveva il sospetto che Glevdane avesse voluto punirlo perché aveva criticato alcuni aspetti della tecnica dorriniana.

I difetti e i guasti nel tunnel, aveva fatto notare Jerome, dipendevano da altrettanti difetti e lacune nel progetto. Se il tunnel fosse stato costruito a dovere, non sarebbero stati necessari lavori di manutenzione, né operai in tuta a tenuta stagna, non era mancato un appunto anche alle deficienze delle tute e, soprattutto non sarebbe stato necessario in primo luogo pressurizzare il tunnel.

Le sue argomentazioni erano state ogni volta controbattute dalla semplice dichiarazione che il sistema era stato progettato dai Guardiani.

Jerome rimuginò sull’aspetto che ormai considerava tipico della mentalità dorriniana. Aveva già notato la loro inconsapevole mancanza di scrupoli nei riguardi di qualsiasi cosa connessa al supremo scopo di trasportare il Thrabben sulla Terra, e gli pareva che il comportamento di Glevdane riflettesse gli stessi princìpi totalitaristi. Una tecnica scadente diventava eccelsa se così avevano detto i Guardiani. Filosofia, questa, non dissimile da quella dei regimi terrestri in cui la politica prevaleva sulla verità scientifica. Che cosa aveva detto Pirt Conforden durante il colloquio?

Una palese presenza dorriniana sulla Terra avrà un enorme potenziale benefico.

Allora, quando la sua mente era ancora confusa e sconvolta dai recenti avvenimenti, si era sentito incline ad approvare quella asserzione. Adesso, invece… Cercò di guardare nel futuro, di visualizzare uno stato dorriniano sulla Terra. Dove l’avrebbero installato? E Conforden credeva davvero che le faziose nazioni del terzo pianeta avrebbero accettato la presenza degli alieni? Esistevano uomini, donne, bambini, sulla Terra che non avrebbero provato repulsione, paura, e odio alla vista di quattromila cadaveri redivivi che uscivano dalla loro prigione di ghiaccio pretendendo di condividere le sempre più scarse risorse del pianeta?

Tornando dal lavoro, Jerome aveva consumato un pasto leggero in uno dei refettori comuni e poi era andato direttamente nel suo alloggio di Via Cinque. Art Starzynski, che adesso era un quarantenne con una gran testa di capelli e gli occhi da cerbiatta, lo aveva invitato a giocare a scacchi, ma lui aveva rifiutato con la scusa che era molto stanco.

Starzynski aveva accettato con grande stoicismo la sua nuova incarnazione, asserendo che qualche decennio di vita in più su Mercurio compensava largamente la perdita delle poche settimane che gli sarebbero rimaste sulla Terra, ma condivideva la nostalgia di Birkett, e le partite a scacchi erano un’occasione per ricordarsi di Whiteford. Quasi tutti i terrestri, per vincere la nostalgia o illudersi di vivere ancora sul pianeta natale, dedicavano il tempo libero ai passatempi che avevano coltivato un tempo. Un gruppo di persone che conoscevano bene lo stesso posto della Terra stava eseguendo una pittura piena di particolari, discutendo sulla forma di un palo della luce, o sull’esatta dicitura dell’insegna di un negozio.

Era questa un’attività che Jerome si preoccupava di evitare. Trovava l’esistenza nei grigi tunnel di Cuthranel già abbastanza insopportabile senza quelle illusorie visite alla Terra coi successivi inevitabili ritorni alla realtà di Mercurio. Allo stesso modo si asteneva dal partecipare alle attività di gruppo organizzate sotto la guida di Mel Zednik, Joe Thwaite e dei loro comitati.

Sarei pronto a unirmi a voi aveva detto una volta se organizzaste un comitato di fuga.