— Certo che no — sospirò Piasek, spazientito. — Milady, il Dr. Vaagen non è un medico. In effetti è un biochimico.
— Ma lei è un ostetrico, un chirurgo — replicò Cordelia. — Così abbiamo l’intera squadra: il Dr. Henry e il, uh, capitano Vaagen per Piotr Miles, e lei per il trasferimento di placenta.
Piasek aveva le labbra strette, e nei suoi occhi c’era uno sguardo strano. A lei occorse qualche momento per riconoscerlo come paura. — Non posso fare il trasferimento, milady — disse. — Non conosco la tecnica. Nessuno, su Barrayar, l’ha ancora mai fatto.
— Lei consiglia di non provarci, dunque.
— È una cosa da escludere. La possibilità di danni alle ovaie… va considerato che lei è una donna giovane, e che potrebbe avere un’altra gravidanza fra pochi mesi. Se non ci sono stati danni al tessuto dei… uh testicoli, lei e suo marito potrete provarci. Io sono il suo ostetrico, comunque, e questa è la mia opinione.
— Sì, se qualcuno non getta ad Aral un’altra bomba, nel frattempo. Ciò che io considero è che qui siamo su Barrayar, dove un amico che lei invita a pranzo oggi può invitarla al suo funerale domani. Lei se la sente di tentare l’operazione?
Piasek raddrizzò dignitosamente le spalle. — No, milady. E questo è definitivo.
— Va bene. — Cordelia alzò un dito nella sua direzione. — Lei è fuori. — Indicò Vaagen. — Subentra lei. Il mio caso è ora affidato alla sua responsabilità. Mi aspetto che lei trovi un chirurgo, o uno studente di medicina, o un veterinario, o chiunque voglia tentare. E poi potrà procedere con tutti gli esperimenti che vuole.
Vaagen appariva decisamente soddisfatto. Il Dr. Piasek gli lanciò un’occhiata furiosa. — Sarà meglio ascoltare l’opinione del Lord Reggente, prima che lei ipnotizzi sua moglie con questo ottimismo così gravido di conseguenze pericolose.
L’espressione di Vaagen si fece più cauta.
— Pensate di sottoporgli un problema di questo genere così sui due piedi? — domandò Cordelia.
— Mi spiace, milady — disse il medico della Residenza Imperiale, — ma è necessario che la situazione sia chiarita fin d’ora. Lei non conosce la reputazione del capitano Vaagen. Scusa se sono rude, Vaagen, ma tu hai sempre mirato troppo in alto. E stavolta hai fatto il passo più lungo della gamba.
— Lei ha l’ambizione di avere un suo reparto di ricerche, capitano Vaagen? — domandò Cordelia.
Lui scrollò le spalle, più imbarazzato che offeso, e lei seppe che l’accusa del Dr. Krisopulos era vera almeno a metà. Cercò lo sguardo di Vaagen e desiderò possederne la mente, le capacità e tutta la dedizione professionale che fosse riuscita ad avere. C’era un solo modo in cui poteva ottenere quell’uomo al suo servizio.
— Lei potrà avere un intero istituto, se saprà portare avanti questo caso. Voi due, signori, potete riferire a mio marito, — continuò, accennando col capo verso la stanza di fronte, — che io ho detto così.
Frustrati e delusi i due medici lasciarono la camera, seguiti da Vaagen. Cordelia si rilassò sui cuscini e chiuse gli occhi, cantilenando un dolce mormorio, mentre con le punte delle dita riprendeva ad accarezzarsi leggermente l’addome. La gravità aveva cessato di esistere.
CAPITOLO NONO
Si addormentò nelle ultime ore del mattino, per svegliarsi confusa e disorientata. Dalla finestra della camera d’ospedale entrava una grigia luce pomeridiana; fuori aveva smesso di piovere. Si toccò l’addome, con un sospiro triste, per averne conforto, e nel girarsi scoprì che accanto al letto sedeva il Conte Piotr.
L’uomo era vestito nel suo stile di campagna: i pantaloni di una vecchia uniforme, camicia chiusa al collo da un fazzoletto di seta e una giacca che portava soltanto a Vorkosigan Surleau. Doveva esser venuto direttamente all’OMI. La scrutò con un sorriso ansioso. I suoi occhi erano stanchi e preoccupati.
— Mia cara ragazza. Non volevo svegliarti. Scusami.
— Non importa. — Cordelia sbatté le palpebre e si sfregò gli occhi, sentendosi più vecchia di lui. — C’è qualcosa da bere?
Lui le versò premurosamente un bicchier d’acqua dalla bottiglia posta sul comodino e la osservò mentre lo vuotava fino all’ultima goccia. — Ne vuoi ancora?
— No, grazie. Ha già visto Aral?
Lui le batté un colpetto su una mano. — Ho parlato con Aral fino a poco fa. Ora sta riposando. Mi dispiace molto, Cordelia.
— Potrebbe non esser così terribile come abbiamo temuto. C’è sempre una possibilità, una speranza. Aral le ha parlato del simulatore uterino?
— Ha accennato alla cosa. Ma il danno è già stato fatto, non c’è dubbio, purtroppo. Un danno irreparabile.
— Un danno, sì. Quanto sia irreparabile, è una cosa che nessuno sa. Neppure il capitano Vaagen.
— Sì, ho incontrato questo Vaagen qualche ora fa. — Piotr si accigliò. — Un professionista un po’ spregiudicato. Un tecnico della nuova generazione.
— Barrayar ha bisogno della sua nuova generazione. Uomini e donne. È la generazione più istruita.
— Oh, sì. Abbiamo combattuto e conquistato per ottenere queste cose. L’istruzione tecnica dei giovani. Ci sono necessari, e anche loro lo sanno. Alcuni, almeno. — Nell’ultima osservazione ci fu un filo di ironia. — Ma questo intervento che tu hai proposto, questo trasferimento di placenta… non mi sembra molto sicuro.
— Su Colonia Beta sono cose di tutti i giorni. — Cordelia scosse le spalle. Ovviamente, qui non siamo su Colonia Beta.
— Ma un’operazione d’altro genere, più conosciuta, più facile… tu saresti pronta a tentare di nuovo molto prima. Alla lunga potresti perdere meno tempo.
— Tempo… non è la perdita di tempo che mi preoccupa — disse, sorpresa. Un concetto insignificante, ora che ci pensava. Ciascuno di loro perdeva 26,7 ore standard ogni giorno di Barrayar. — Comunque, non intendo ripassare attraverso… quelle esperienze. Io non ho bisogno d’imparare due volte la stessa lezione, signore.
Un’espressione allarmata attraversò il volto del Conte. — Quando starai meglio cambierai di nuovo idea, vedrai. Quello che importa, adesso… ho parlato col capitano Vaagen. Sembra che anche lui non abbia dubbi sui rischi di una cosa tanto incerta.
— Sì, certo. L’incognita sta nell’efficacia degli interventi che si potranno fare sul bambino.
— Mia cara ragazza! — Il sorriso di lui si fece più teso. — Si tratta di un maschio. Voglio dire, se almeno il feto fosse una femmina… o anche un figlio secondogenito… faremmo di tutto per assecondare le tue comprensibili, perfino lodevoli, emozioni materne. Ma questa… creatura, se vivesse, diventerebbe il Conte Vorkosigan, un giorno o l’altro. Noi non possiamo rischiare che questo titolo sia portato da… un essere deforme. — Si appoggiò alla spalliera, annuendo come se avesse messo in chiaro il punto fondamentale della questione.
Cordelia aggrottò le sopracciglia. — Noi chi?
— Noi Vorkosigan. Siamo una delle casate più antiche e prestigiose di Barrayar. Non certo la più ricca, difficilmente la più forte, ma queste sono cose insignificanti rispetto all’onore. Nove generazioni di soldati e di Vor. Sarebbe una fine ben misera questa, dopo nove generazioni. Non sembra anche a te?
— La casata dei Vorkosigan, in questo periodo, è formata da due individui, lei e Aral — disse Cordelia, fra divertita e seccata. — E i Conti Vorkosigan hanno fatto una fine ben triste nel corso della storia: fatti a pezzi sotto le bombe, colpiti da armi da fuoco e da spade, affogati, bruciati vivi, decapitati, e perfino uccisi dalla fame e dagli stenti. L’unica cosa che non vi è mai successa è di morire nel vostro letto. Qualunque primogenito penserebbe che gli lasciate un’eredità piuttosto orribile. Lui le restituì un sorrisetto penoso. — Sì, ma fra i Vorkosigan non ci sono mai stati dei mutanti.