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E adesso questo che significa? si chiese Cordelia, esasperata. — Ebbene?

— È rimasta bianca.

— Allora non sei incinta.

— Suppongo di no.

— Non riesco a capire se tu ne sia contenta o addolorata. Credimi, se vuoi fare un figlio ti conviene aspettare un paio d’anni, finché qui arriverà un po’ di tecnologia medica almeno decente. — Anche se il metodo organico era stato affascinante, per qualche giorno.

— Io non voglio… io vorrei… io non so… Kou non mi ha quasi rivolto la parola, da quella notte. Io non voglio essere incinta. Questo mi darebbe soltanto dei guai. Però penso che lui vorrebbe essere… di nuovo felice come quella sera, quando eravamo soli, e fare ancora… oh, Dio, le cose stavano andando così bene per un momento, e adesso tutto è rovinato, finito! — Drou aveva i pugni stretti e il volto contratto, pallido.

Piangi, ragazza. Lasciami tirare il fiato, almeno. Ma Droushnakovi ritrovò l’autocontrollo. — Mi scusi, milady. Non volevo far pesare tutta la mia stupidità su di lei.

Stupidità, sì, ma non stupidità unilaterale. Perché certe cose accadessero e andassero avanti occorreva un piccolo comitato di stupidi. — Sentiamo, cosa c’è che non va con Kou? Io credevo che fosse giù di morale solo perché ora soffre di colpa-da-soltossina, come tutti quanti in quella fortezza. — Da Aral e da me in giù.

— Io non lo so, milady.

— Hai cercato di capirlo col sistema radicale, cioè facendogli una domanda precisa?

— Lui si chiude, quando mi vede arrivare.

Cordelia sospirò. La sua attenzione si volse a quello che avrebbe indossato. Vestiti veri, quel giorno, non vestiti da degente. Nell’armadio di Aral c’erano anche delle cose sue, come l’uniforme della Sorveglianza Astronomica Betana, ben piegata. Incuriosita lei la tirò fuori e indossò i pantaloni. Stranamente, le andavano ancora alla perfezione; anzi erano un po’ larghi. Era stata malata. Con una smorfia aggressiva decise di tenerli addosso. S’infilò gli stivali d’ordinanza; poi scelse una camicia di lana che s’intonasse. Molto comodo. Si guardò allo specchio, controllò il suo profilo e sorrise nel vedersi snella.

— Ah, cara capitana — disse Aral, entrando in quel momento. — Ti sei alzata. Bene. — Guardò Droushnakovi. — Vedo che ci sei anche tu. Meglio ancora. Cordelia, credo di aver bisogno un momento del tuo aiuto; anzi ne sono certo. — Negli occhi di lui c’era un’espressione stranissima. Stupore, divertimento, preoccupazione? Comunque, stava cercando di apparire impassibile. Vestiva la sua solita tenuta di quand’era a Vorkosigan Surleau: i pantaloni di una vecchia uniforme e una blusa di velluto. Entrando in camera fu seguito da un Koudelka dall’aria tesa e fosca. Il giovanotto indossava una tuta nera da fatica con i gradi di tenente sul colletto e si appoggiava al suo bastone-spada. Drou indietreggiò contro il muro e incrociò le braccia sul petto.

— Il tenente Koudelka, a quanto mi riferisce lui stesso, ritiene suo dovere confessare un’infrazione commessa tempo fa. Presumo che speri di essere assolto — disse Aral.

— Questo non lo merito, signore — borbottò Koudelka. — Ma non posso più vivere con me stesso, se taccio ancora su ciò che ho fatto. — Tenne gli occhi bassi, evitando il loro sguardo. Droushnakovi lo fissava senza respirare. Aral andò a sedersi sul bordo del letto, vicino a Cordelia.

— Aggrappati bene al berretto — le mormorò con un angolo della bocca. — Questo ha colto di sorpresa anche me.

— Ahimè, io sospetto d’essere un passo più avanti di te.

— Non sarebbe la prima volta. — Vorkosigan alzò la voce. — Tenente, può procedere. Sorvoli pure sui preliminari, prego.

— Sì. — Koudelka si girò verso la ragazza bionda. — Drou… cioè, signorina Droushnakovi, è necessario che io le faccia le mie scuse. No, non proprio. Questo può sembrare volgare quanto idiota, e io non voglio sembrare volgare. Lei si aspetta giustamente qualcosa di più che semplici scuse. Merito una punizione, tutto ciò che vuole. Io ho osato sottoporla ad atti indegni.

La bocca di Droushnakovi restò aperta per almeno cinque secondi prima che la voce ne uscisse, secca e sbalordita. — Cosa?

Koudelka ebbe un fremito, ma non alzò lo sguardo. — Mi dispiace… mi scuso di… — balbettò.

— Tu! Tu, cosa? Come… come — ansimò Droushnakovi, inorridita e offesa. — Tu pensi che potresti… oh! — Era rigida, adesso, i pugni stretti, il respiro accelerato. — Tu, razza di sempliciotto! Tu, idiota! Deficiente! Tu… tu… tu… — La lingua le si bloccò. Tutto il suo corpo stava tremando. Cordelia la guardava come affascinata. Aral si passò una mano sulle labbra, pensosamente.

Droushnakovi fece tre lunghi passi verso Koudelka e con un calcio gli fece sfuggire dalle dita il bastone-spada. Lui quasi cadde, con un’esclamazione sbalordita, e mentre perdeva l’appoggio allungò vanamente una mano verso l’oggetto, che rotolò sul pavimento.

Drou lo spinse contro il muro con una spallata, torcendogli un braccio dietro la schiena e comprimendogli i nervi in un’esperta presa di lotta da professionista. Lui grugnì di dolore.

— Tu, scimunito! Atti indegni? Credi davvero che potresti mettermi le mani addosso senza il mio permesso? Oh! Se fosse così… se fosse così… se io… — Le sue parole si spezzarono in un grido oltraggiato che echeggiò dietro l’orecchio sinistro di Koudelka. Lui si contorse, con una smorfia.

— Per favore, non rompere il gomito al mio segretario, Drou. Le articolazioni nuove costano — disse Aral con calma.

— Oh! — La ragazza girò su se stessa, lasciando Koudelka. Lui vacillò e cadde in ginocchio. Con una mano sulla faccia, mordendosi le dita, la ragazza corse alla porta e uscì, sbattendola dietro di sé. Soltanto mentre si allontanava in corridoio lasciò che quel singhiozzo, aspro e doloroso, le uscisse di bocca. Cordelia sentì sbattere un’altra porta. Poi il silenzio.

— Scusa se te lo faccio notare, Kou — disse Aral dopo quella lunga pausa, — ma non credo che la tua auto-accusa reggerebbe, in tribunale.

— Non capisco. — Koudelka scosse il capo, chinandosi a raccogliere il bastone-spada; poi si tirò lentamente in piedi.

— Suppongo che il fatto di cui stiamo parlando sia quello accaduto fra voi la notte dell’attentato. È così? — domandò Cordelia.

— Sì, milady. Io ero andato in biblioteca. Non riuscivo a dormire. Ho acceso uno schermo per controllare alcune cifre. Lei è entrata. Ci siamo seduti, abbiamo parlato… e d’un tratto mi sono accorto che… be’… era la prima volta che mi succedeva, da quando ero stato colpito dal distruttore neuronico, e avevo pensato che non mi sarebbe successo per qualche anno… o mai più. E ho avuto paura. Voglio dire, paura che se non l’avessi fatto finché potevo… — Arrossì. — Così… l’ho presa, là sul divano. Senza chiederlo, senza dire una parola. E poi c’è stato quel rumore da fuori, e siamo corsi in giardino. Il giorno dopo… Drou non mi ha denunciato. Io mi aspettavo che facesse rapporto. Ma lei taceva.

— Ma se non l’hai violentata, perché si è arrabbiata a questo modo soltanto adesso? — domandò Aral.

— Era arrabbiata anche prima — disse Koudelka. — Il modo in cui mi guardava, in queste ultime tre settimane…

— Ciò che vedevi sul suo volto era paura, Kou — disse Cordelia.

— Sì. È quello che ho pensato anch’io.

— Paura d’essere incinta, non paura di te — specificò lei.

— Ah! — disse Koudelka, con voce debole.

— Non lo è, comunque. — Cordelia inarcò un sopracciglio nel sentire un altro «ah!», stavolta di sollievo. — Però è arrabbiata con te, ora. E non posso darle torto.

— Ma se non crede che io la abbia… allora perché?

— Non lo capisci? — Lei guardò Aral, accigliata. — Neppure tu riesci a capirlo?