L’uomo annuì e corse via nella direzione in cui era scomparso Esterhazy.
— Sergente, tu ubbidirai alla voce di Lady Vorkosigan come se fosse la mia — disse Aral a Bothari.
— Sempre, mio Lord.
— Voglio questo aereo — disse Piotr, indicando il velivolo con cui era giunto Negri. Non fumava più, ma Cordelia vide che era troppo danneggiato per reggere in volo. Comunque, non sembrava in grado di sfuggire all’inseguimento di una semplice auto antigravità. — E il corpo di Negri — aggiunse il Conte.
— Sì. Lui lo apprezzerebbe — disse Aral.
— Ne sono certo. — Piotr annuì seccamente e si avvicinò ai due ancora chini sul cadavere. — Lasciate stare, ragazzi. È inutile. — Poi li diresse mentre caricavano il cadavere nella carlinga.
Infine Aral si rivolse a Cordelia. — Mia cara capitana… — La sua espressione era la stessa, immutata, da quando Negri era caduto fuori dal velivolo.
— Aral, io sono la sola a esser stata colta di sorpresa da tutto questo. È così?
— Sei ancora convalescente. Non volevo che ti preoccupassi. — Lui strinse le labbra. — Abbiamo scoperto che Vordarian stava imbastendo una cospirazione al Quartier Generale e altrove. Illyan lo teneva d’occhio da tempo; non so come, tuttavia aveva intuito qualcosa. Ma per accusare di tradimento un uomo così influente ci servivano prove inoppugnabili. Il Consiglio dei Conti è intollerante per quanto riguarda l’interferenza imperiale nelle attività private dei suoi membri. Non potevamo portare solo voci e sospetti davanti a loro.
«Poi, ieri sera, Negri mi ha chiamato. Aveva finalmente qualcosa di concreto, che ci avrebbe consentito di fare i nostri passi. Per arrestare il Conte di un Distretto occorreva un mio ordine ufficiale, come Reggente. Stasera avrei dovuto recarmi a Vorbarr Sultana per sovrintendere all’operazione. Evidentemente Vordarian è stato avvertito. Il suo piano originale non avrebbe dovuto scattare prima di un mese, preferibilmente dopo la mia morte.
— Ma…
— Vai, ora. — La spinse verso il piccolo aereo. — È questione di minuti prima che le truppe di Vordarian arrivino qui. Tu dovrai essere già lontana. Poco importa cos’ha in mano finora; non potrà ritenersi al sicuro finché Gregor sarà libero.
— Aral… — La voce di lei era stupidamente acuta. Deglutì quello che le parve un gelido groppo di veleno. Avrebbe voluto fare mille domande, dire mille cose. — Abbi cura di te.
— Anche tu. — Aral andò a prendere Gregor dalle braccia di Drou e le mormorò qualcosa sottovoce. Un po’ riluttante lei gli consegnò il bambino. Il gruppetto si strinse nella carlinga, con Bothari ai comandi, Piotr alla sua destra, e Cordelia sul retro con Gregor sulle ginocchia e il corpo di Negri legato alla meglio sullo stesso sedile. Il bambino non aveva aperto bocca, però tremava; i suoi occhi sbarrati dallo spavento si alzarono in quelli di lei. Cordelia lo strinse a sé automaticamente. Lui non rispose all’abbraccio, ma le appoggiò la testa sul petto. Negli occhi morti di Negri, ancora aperti, sembrava esserci uno strano sguardo assente, tranquillo, e per un attimo Cordelia quasi lo invidiò.
— Gregor — chiese al bambino, — hai visto la tua mamma? Sta bene? Dov’è?
— I soldati l’hanno presa — rispose lui con voce appena udibile.
Il piccolo velivolo riuscì a sollevarsi nell’aria e Bothari lo diresse su lungo il pendio, oscillando a pochi metri dal suolo. Il motore antigravità sembrava funzionare a scatti, e dal propulsore uscivano gemiti allarmanti. Anche Cordelia gemeva, dentro di sé. Si girò a guardare fuori dalla carlinga semisfondata e i suoi occhi cercarono Aral, che stava correndo verso la strada. I suoi uomini stavano saltando a bordo di una dozzina di veicoli d’ogni forma, privati e governativi. Perché non abbiamo preso uno di quelli?
— Dopo aver superato la seconda cresta… se ci riesci, Bothari, volta a sinistra — disse Piotr. — Segui il torrente.
Alcuni rami frusciarono contro il carrello dell’aereo quando il sergente planò dietro il versante della collina, fitto di cespugli e di rocce. Seguirono il corso d’acqua per altri duecento metri.
— Atterra in quella piccola radura laggiù e spegni il motore — ordinò Piotr. — Tutti voi, liberatevi degli oggetti a batteria che avete addosso. — Tolse di tasca una microricevente e il grosso cronografo d’oro. Cordelia si sfilò l’orologio dal polso.
Mentre faceva abbassare l’aereo accanto al torrente, fra alberi importati dalla Terra già mezzo spogli del loro fogliame, Bothari domandò: — Questo include le armi, mio Lord?
— Specialmente le armi, sergente. La batteria di uno storditore è visibile sullo schermo degli scanner. La pila di un fucile a plasma brilla come una stella a chilometri di distanza.
Bothari si liberò di un paio di pistole e altri oggetti, un metal detector, una trasmittente, il cronometro e una scatoletta che a Cordelia parve un rilevatore diagnostico. — Anche il mio coltello, signore?
— È una vibrolama?
— No, solo acciaio.
— Quello tienilo. — Piotr controllò il pannello dei comandi e cominciò a riprogrammare il pilota automatico. — Tutti fuori. Sergente, cerca di allargare di più lo squarcio della carlinga.
Mentre Bothari martellava sulla lega d’alluminio con un sasso, un fruscio fra la vegetazione li fece voltare di scatto.
— Sono io — disse la voce ansante di Esterhazy. L’armiere, che coi suoi quarant’anni era uno dei più giovani fra gli uomini di Piotr, si teneva in buona forma fisica, ma per arrivare fin lì aveva corso. E non era solo. — Li ho con me tutti e quattro, signore — disse, sbucando dai cespugli.
I «quattro» in questione erano, scoprì Cordelia, cavalli di Piotr. Se li tirava dietro con una corda; ciascuno di essi aveva la sella, i finimenti di cuoio che servivano per manovrarli e in bocca la sbarretta metallica che i barrayarani chiamavano «morso». Cordelia non capiva come fosse possibile tenerli sotto controllo con un oggetto così piccolo. I poderosi quadrupedi calpestavano gli sterpi rumorosamente, scrollavano la testa e sbuffavano dalle narici in un modo che a lei parve abbastanza minaccioso. Sperò che avessero già mangiato e si tenne prudentemente alla larga dai loro denti.
Piotr aveva finito di programmare il pilota automatico. — Bothari, dammi una mano — disse. — Insieme, i due sistemarono il corpo di Negri davanti ai comandi e gli allacciarono la cintura. Poi il sergente accese il motore e saltò fuori. Il velivolo si sollevò verticalmente con un ronzio sbandando a destra e a sinistra; evitò i rami di un albero per un capello e prese quota, salendo lungo il versante dell’altura. Seguendolo con lo sguardo Piotr mormorò fra i denti: — Salutalo da parte mia, Negri.
— Dove lo sta mandando? — chiese Cordelia. — Nel Valhalla?
— In fondo al lago — la informò il vecchio con aria soddisfatta. — Questo li confonderà.
— Quelli che ci inseguono, chiunque siano, non lo rintracceranno? Non cercheranno di recuperarlo?
— Alla fine, sì. Ma il lago è profondo duecento metri in quella zona. Ci vorrà del tempo. E non sapranno esattamente quando è precipitato o quanti corpi conteneva. Dovrebbero rastrellare tutto il fondo del lago per esser certi che non c’era anche Gregor. E una prova basata su fatti presunti non è una prova. Neppure allora sapranno qualcosa, no? In sella, truppa. Mettiamoci in marcia. — E si avviò con decisione verso uno degli animali.
Cordelia lo seguì, piena di dubbi. Cavalli. Come si potevano definire creature simili? Schiavi, simbionti, animali da compagnia? Quello verso cui Esterhazy la condusse era alto quasi un metro e ottanta. L’uomo le mise la briglia fra le mani e la lasciò lì, davanti a una sella che le arrivava al mento. E adesso come supponevano che lei ci salisse sopra? Levitando? Così da vicino i cavalli erano molto più grossi e meno decorativi di quanto le era parso nel vederli al pascolo, in distanza. All’improvviso la pelliccia a pelo raso dell’animale fu percorsa da un fremito, su una spalla. Oh, Dio. Mi hanno dato una bestia malata. Sta per avere le convulsioni. A quel pensiero le sfuggì un gemito.