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La vedemmo piegarsi sulle ginocchia per un istante e poi spiccare un balzo di quattro metri buoni per aria. Chiuse la manina attorno a un fiocco e tornò a posarsi dolcemente a terra.

Si voltò a guardarci con quel suo sorriso sconvolgente — non era proprio possibile farci l’abitudine — e aprì la mano per mostrarci la stella di ghiaccio a otto punte, minuscola e perfetta, prima che si sciogliesse.

«Carino», apprezzò Jacob, «ma ho come l’impressione che ti si sia ingolfato il motore, Nessie».

Renesmee lo raggiunse con un balzo; Jacob tese le braccia nel momento esatto in cui lei gli si tuffava sopra, con una manovra perfettamente sincronizzata. Renesmee faceva così quando aveva qualcosa da dire, perché parlare a voce alta continuava a non andarle a genio.

Gli toccò la faccia, corrucciando deliziosamente il visino mentre tendevamo tutti e tre l’orecchio al rumore di un piccolo branco di alci che s’inoltravano nel bosco.

«Nooo che non hai sete, Nessie, come no», rispose Jacob in tono vagamente sarcastico ma pieno di indulgenza. «Hai solo paura che il più grosso me lo becchi ancora io!».

Renesmee si catapultò via dalle sue braccia, toccò elegantemente terra e alzò gli occhi al cielo — somigliava moltissimo a Edward quando faceva così. Poi si lanciò fra gli alberi.

«Ci penso io», disse Jacob quando mi vide inclinare il busto come per inseguirla. Si strappò di dosso la maglietta e, già tremante, guizzò anche lui nella foresta. «Non vale barare», gridò.

Scuotendo la testa, sorrisi al turbine di foglie che avevano sollevato. A volte, dei due il vero bambino era Jacob.

Concessi ai miei compagni di caccia qualche minuto di vantaggio. Sarebbe stato più che facile seguirne le tracce, e Renesmee voleva di certo sorprendermi con le dimensioni della sua preda. Sorrisi di nuovo.

Il prato era tranquillo e molto vuoto. I fiocchi di neve si stavano diradando e svanendo. Alice aveva visto giusto, la vera nevicata sarebbe giunta di lì a qualche settimana.

Di solito Edward si univa alla nostra caccia, ma quel giorno era con Carlisle, a programmare il viaggio a Rio all’insaputa di Jacob... Mi accigliai. Mi sarei schierata dalla parte di Jacob, doveva venire con noi. La posta in gioco era grossa per lui quanto per noi: c’era di mezzo la sua vita, né più né meno della mia.

Mentre il mio pensiero si perdeva nel futuro prossimo, perlustrai in automatico il fianco della montagna in cerca di prede e di pericoli. Non era una decisione cosciente, quanto un riflesso innato.

O forse avevo una ragione per scandagliare i dintorni, un minuscolo qualcosa che i miei sensi affilati come lame avevano registrato prima ancora che il cervello elaborasse il pensiero.

Mentre i miei occhi saettavano lungo il crinale di uno strapiombo lontano, che si stagliava netto, con il suo grigio azzurrino, sul verde scuro della foresta, una scintilla argentata — o dorata? — attirò la mia attenzione.

Misi a fuoco quel colore fuori posto, così remoto nella foschia che nemmeno un’aquila l’avrebbe notato. Aguzzai lo sguardo.

Lei mi fissò di rimando.

Che fosse una vampira era fuor di dubbio. Aveva la pelle color bianco marmo, la sua consistenza un milione di volte più liscia e compatta di quella umana, e splendeva nonostante il cielo coperto. Se non fosse stato per la pelle, sarebbe stata l’immobilità a tradirla. Soltanto una statua o un vampiro potevano restare così perfettamente immobili.

Aveva i capelli biondi, chiarissimi, quasi platino. Ecco cos’era il riverbero che mi aveva catturato l’occhio. Le scendevano dritti come un regolo, divisi da una riga in mezzo, fino all’altezza del mento.

Per me era una perfetta sconosciuta. Ero più che sicura di non averla mai vista prima, nemmeno quand’ero umana. Nessuna delle facce che fluttuavano nella mia memoria melmosa corrispondeva alla sua. Eppure la riconobbi immediatamente dagli occhi color oro cupo.

Alla fine Irina si era decisa a venire.

Rimasi a fissarla per un momento e lei ricambiò il mio sguardo. Chissà se anche lei aveva capito subito chi ero. Alzai un braccio a metà, per accennare un saluto, ma le sue labbra si contrassero impercettibilmente e le diedero un’espressione di colpo ostile.

Dalla foresta giunsero il grido di vittoria di Renesmee e l’ululato rimbombante di Jacob, e vidi Irina corrugare il viso pensosa quando, qualche istante dopo, il suono echeggiò fino a lei. Il suo sguardo virò leggermente a destra e sapevo cosa avrebbe visto: un enorme licantropo fulvo, forse proprio quello che aveva ucciso il suo Laurent. Da quanto ci stava osservando? Abbastanza a lungo da aver assistito al nostro scambio di effusioni, ne ero certa.

La sua espressione si piegò in una smorfia di dolore.

D’istinto allargai le braccia in un gesto di scuse. Lei tornò a fissarmi e arricciò il labbro superiore scoprendo i denti. Un ringhio le fece scattare la mascella.

Quando la sua debole eco giunse fino a me, Irina era già scomparsa nella foresta.

«Merda!», mugolai.

Mi lanciai fra gli alberi nella direzione presa da Renesmee e Jacob, perché non mi andava di non averli sott’occhio. Non sapevo da che parte si fosse diretta Irina, né fino a che punto fosse furiosa. La vendetta era una vera fissa per i vampiri, un impulso difficile da eliminare.

Correndo a tutta velocità mi bastarono due secondi per raggiungerli.

«Il mio è più grosso», stava insistendo Renesmee quando irruppi dai fitti rovi nella piccola radura in cui si trovavano lei e Jacob.

Nel notare la mia espressione Jacob appiattì le orecchie; si acquattò, teso in avanti, scoprendo i denti, il muso striato del sangue della preda. Con gli occhi scrutava la foresta. Potevo udire il brontolio che gli stava montando dalla gola.

Renesmee era all’erta quanto lui. Lasciato cadere un cervo morto, balzò fra le mie braccia tese, premendomi sul viso le manine indagatrici.

«Forse è stata una reazione esagerata», rassicurai entrambi. «Credo che vada tutto bene. Aspettate».

Tirai fuori il cellulare e premetti un tasto di chiamata rapida. Edward rispose al primo squillo. Jacob e Renesmee ascoltavano attenti mentre lo aggiornavo.

«Vieni qui e porta anche Carlisle», trillai così rapidamente da dubitare che Edward riuscisse a seguirmi. «Ho visto Irina, e lei mi ha visto, ma poi ha notato Jacob, si è arrabbiata e se ne è andata, credo. Qui non si è vista — non ancora, perlomeno — ma mi è sembrata parecchio sconvolta, per cui magari si avvicinerà. In caso contrario, tu e Carlisle dovrete inseguirla e parlare con lei. Non sono tranquilla».

Jacob borbottò.

«Trenta secondi e siamo lì», mi assicurò Edward e riuscivo a udire il fruscio del vento prodotto dal suo slancio.

Ci fiondammo di nuovo verso la radura e aspettammo in silenzio, io e Jacob con le orecchie tese nello sforzo di percepire l’eventuale arrivo della sconosciuta.

Il suono che udimmo, però, era più che familiare. Un istante dopo Edward era al mio fianco, seguito a breve distanza da Carlisle. Fui sorpresa di sentire un tonfo pesante di grossi artigli alle spalle di Carlisle, ma immagino che non avrei dovuto stupirmi. Con Renesmee in pericolo, era ovvio che Jacob chiamasse rinforzi.

«Era su quel crinale», dissi tutto d’un fiato, indicando il punto. Se Irina stava scappando, aveva già un bel vantaggio. Avrebbe dato ascolto a Carlisle? Ripensando alla sua espressione, ne dubitavo. «Forse dovreste portarvi dietro anche Emmett e Jasper. Aveva un’aria molto... sconvolta. Mi ha ringhiato contro».

«Cosa?», disse Edward irritato.

Carlisle gli posò una mano sul braccio. «È in lutto. Vado io».