«Non ci ha mai messo così tanto», disse Edward. Un nuovo timore scheggiò la maschera del suo viso. I suoi lineamenti ripresero vita, gli occhi improvvisamente sbarrati su una nuova paura, una nuova ondata di panico. «Carlisle, secondo te può essere... una misura preventiva? Ha forse visto in tempo qualcuno che la stava venendo a prendere?».
Il viso di Aro, con la sua pelle trasparente, mi riempi la testa. Aro, che aveva letto in tutti i recessi della mente di Alice, sapeva perfettamente ciò che lei era in grado di fare.
Emmett imprecò a voce così alta che Jacob balzò sulle zampe con un ringhio. Il branco gli fece eco dal cortile. La mia famiglia era già una macchia indistinta di attività.
«Rimani con Renesmee!», gridai con voce stridula a Jacob mentre mi lanciavo fuori di casa.
Ero ancora la più forte di tutti e ne approfittai per passare in testa. In pochi balzi superai Esme e con un altro paio di falcate Rosalie. Poi schizzai nel fitto della foresta fino ad arrivare alle spalle di Edward e Carlisle.
«Potrebbero averla colta di sorpresa?», chiese Carlisle, il respiro calmo come se fosse immobile invece che lanciato a folle corsa.
«Non vedo come», rispose Edward. «Però Aro la conosce meglio di chiunque altro. Meglio di me».
«È una trappola?», gridò Emmett alle nostre spalle.
«Forse», disse Edward. «Le uniche tracce olfattive sono quelle di Alice e Jasper. Dove stavano andando?».
Le scie si aprivano in un ampio ventaglio: dalla casa puntavano a est, poi a nord dall’altra parte del fiume e infine, dopo qualche chilometro, viravano in direzione ovest. Riattraversammo il fiume, balzando tutti e sei a distanza di un secondo l’uno dall’altro. Conduceva Edward, nella concentrazione più totale.
«Lo sentite questo odore?», ci gridò Esme alle spalle qualche istante dopo che avevamo attraversato il fiume per la seconda volta. Era l’ultima e chiudeva il gruppo all’estrema sinistra. Indicava il sud-est.
«Seguite la pista principale, siamo quasi al confine con il territorio Quileute», ordinò Edward secco. «Restate uniti. Vediamo se hanno puntato a nord o a sud».
Non conoscevo i confini del trattato bene quanto gli altri, ma sentivo odore di lupo nella brezza che spirava da est. Edward e Carlisle rallentarono appena, per abitudine; vedevo le loro teste descrivere ampi archi fra destra e sinistra, in attesa di una svolta nella scia.
D’un tratto l’odore di lupo divenne più intenso ed Edward alzò di scatto la testa, arrestandosi di colpo. Il resto di noi lo imitò.
«Sam?», chiese Edward con voce incolore. «Cos’è successo?».
Sam uscì dagli alberi a qualche centinaio di metri di distanza, nella sua forma umana, e puntò rapidamente su di noi affiancato da due grossi lupi, Paul e Jared. Gli ci volle un po’ per raggiungerci; il suo passo umano mi rendeva impaziente. Non volevo avere tempo per pensare a ciò che stava accadendo. Volevo muovermi, fare qualcosa. Volevo abbracciare Alice, avere la certezza che stesse bene.
Vidi Edward sbiancare nel leggere i pensieri di Sam. Sam lo ignorò: lo sguardo fisso su Carlisle, si fermò e cominciò a raccontare.
«Appena dopo la mezzanotte, Alice e Jasper sono venuti qui e hanno chiesto il permesso di attraversare le nostre terre fino all’oceano. Gliel’ho concesso e li ho scortati io stesso fino alla costa. Si sono tuffati subito in acqua e non sono più tornati. Lungo la strada Alice mi ha raccomandato di non dire a Jacob che l’avevo vista prima di aver parlato con voi, ha detto che era una cosa della massima importanza. Avrei dovuto attendervi qui, quando sareste venuti a cercarla, per darvi questo biglietto. Ha detto che ne va della vita di tutti noi».
Scuro in volto, estrasse un foglio di carta ripiegato, stampato fitto a piccoli caratteri neri. Era la pagina di un libro; i miei occhi acutissimi lessero il testo mentre Carlisle lo apriva per guardare il retro. Il lato del foglio rivolto verso di me riportava il copyright dell’edizione del Mercante di Venezia. Quando Carlisle scosse il foglio per distenderlo, un lieve sentore di me stessa mi giunse alle narici. Capii che la pagina era stata strappata da uno dei miei libri. Avevo portato con me nella foresta qualche oggetto prelevato da casa di Charlie: vecchi vestiti, le lettere di mia madre e i miei libri preferiti. Il mattino precedente, la mia sbrindellata raccolta delle opere di Shakespeare in edizione tascabile si trovava sullo scaffale del nostro piccolo soggiorno.
«Alice ha deciso di lasciarci», sussurrò Carlisle.
«Cosa?», esclamò Rosalie.
Carlisle girò il foglio in modo che tutti potessimo leggere.
Non cercateci. Non c’è tempo da perdere. Ricordate: Tanya, Siobhan, Amun, Alistair, tutti i nomadi che riuscite a trovare. Peter e Charlotte li cercheremo noi lungo la strada. Siamo desolati di dovervi lasciare così, senza nemmeno un saluto o una spiegazione, ma era l’unico modo. Con affetto infinito.
Restammo nuovamente pietrificati, il silenzio assoluto rotto solamente dal battito cardiaco dei lupi e dal loro respiro. Anche i loro pensieri dovevano essere rumorosi. Edward fu il primo a riprendere vita e rispose a ciò che aveva udito nella mente di Sam.
«Sì, è una situazione pericolosa».
«Al punto da abbandonare una famiglia?», chiese Sam a voce alta con tono di riprovazione. Era chiaro che non aveva letto il biglietto prima di consegnarlo a Carlisle. Appariva profondamente turbato, come se fosse pentito di aver prestato ascolto alle richieste di Alice.
Edward aveva un’espressione dura che Sam doveva aver scambiato per rabbia o arroganza, ma io riconoscevo la forma del dolore nei tratti irrigiditi del suo viso.
«Non sappiamo cos’ha visto», disse Edward. «Alice non è insensibile, o vigliacca. Dispone solo di più informazioni rispetto a noi».
«Noi non...», cominciò a dire Sam.
«I vostri legami sono diversi dai nostri», tagliò corto Edward. «Ognuno di noi è libero di agire secondo la propria volontà».
Sam sollevò di scatto il mento e i suoi occhi divennero improvvisamente nero opaco.
«Però dovresti dar retta all’avvertimento», riprese Edward. «Credimi, non è cosa in cui lasciarsi coinvolgere. Siete ancora in tempo a evitare ciò che Alice ha visto».
Sam fece un sorriso risoluto. «Noi non scappiamo». Alle sue spalle Paul soffiò sprezzante.
«Non lasciar massacrare la tua famiglia per orgoglio», s’intromise tranquillo Carlisle.
Sam lo guardò rabbonito. «Come faceva notare Edward, noi non abbiamo lo stesso grado di libertà che avete voi. Ormai Renesmee fa parte della nostra famiglia quanto della vostra. Jacob non può abbandonarla e noi non possiamo abbandonare lui». Il suo sguardo saettò sul biglietto di Alice e le sue labbra si tesero in una linea sottile.
«Non la conosci», disse Edward.
«E tu?», replicò Sam secco.
Carlisle posò una mano sulla spalla di Edward. «Abbiamo molto da fare, figliolo. Qualunque cosa Alice abbia deciso, saremmo pazzi a non darle retta. Torniamo a casa e mettiamoci al lavoro».
Edward annuì, il viso ancora irrigidito dal dolore. Alle mie spalle udivo i singhiozzi sommessi di Esme.
Non ero capace di piangere, nel mio nuovo corpo; non potevo far altro che restarmene lì, con lo sguardo fisso. Non c’erano ancora sensazioni. Mi sembrava tutto irreale, come se dopo mesi avessi ricominciato a sognare. Ad avere degli incubi.
«Grazie, Sam», disse Carlisle.
«Mi dispiace», gli rispose. «Non avremmo dovuto lasciarla passare».
«Hai fatto la cosa giusta», disse Carlisle. «Alice è libera di fare ciò che vuole. Non le negherei mai questa libertà».
Avevo sempre pensato ai Cullen come a un tutt’uno, un’entità unica e indivisibile. A un tratto ricordai che non era sempre stato così. Carlisle aveva creato Edward, Esme, Rosalie ed Emmett; Edward aveva creato me. Eravamo fisicamente uniti da un legame di sangue e veleno. Non avevo mai pensato ad Alice e Jasper come a qualcosa di separato, il risultato di un’adozione, ma, in effetti, era stata Alice ad adottare i Cullen. Si era presentata con il suo passato senza legami, insieme a Jasper, e si era ritagliata un posto in una famiglia già costituita. Sia lei che Jasper avevano conosciuto una vita al di fuori dei Cullen. Aveva davvero scelto una nuova vita perché aveva visto che quella con la sua vecchia famiglia si era conclusa?