Выбрать главу

Rosalie aveva rinunciato al suo aderente abito di seta a favore di un robusto paio di jeans, scarpe da corsa e una camicia pesante da boscaiolo. Esme era vestita più o meno allo stesso modo. Sul tavolino del divano era posato un mappamondo, ma avevano già finito di studiarlo. Aspettavano solo noi.

L’atmosfera era più positiva di prima; l’idea di entrare in azione li faceva sentire meglio. Tutte le speranze erano riposte nelle istruzioni di Alice.

Guardai il mappamondo e mi chiesi quale fosse la nostra prima meta.

«Noi dobbiamo restare?», domandò Edward a Carlisle. Non ne sembrava contento.

«Alice ha detto che avremmo dovuto mostrare Renesmee agli altri, e con cautela», disse Carlisle. «Vi manderemo tutti quelli che riusciremo a trovare. Edward, è un campo minato che solo tu puoi attraversare incolume».

Edward annuì secco, ancora scontento. «Sarà un campo sterminato».

«Noi ci divideremo», intervenne Emmett. «Io e Rose scoveremo i nomadi».

«Qui non starete con le mani in mano», precisò Carlisle. «La famiglia di Tanya sarà qui in mattinata e non hanno la più pallida idea del motivo. Quindi, primo: dovrete convincerli a non reagire come Irina. Secondo: dovrete scoprire cosa intendeva Alice a proposito di Eleazar. A quel punto si vedrà se saranno disposti a testimoniare a nostro favore. Per ciascuno che si presenta, dovrete ricominciare tutto da capo, ammesso e non concesso che si lascino convincere a venire». Carlisle sospirò. «Temo che il vostro sia il compito più difficile. Torneremo a sostenervi appena possibile».

Carlisle posò per un istante la mano sulla spalla di Edward e mi baciò sulla fronte. Esme ci abbracciò ed Emmett diede a entrambi una pacca sul braccio. Rosalie si sforzò di sorriderci, mandò un bacio in punta di dita a Renesmee e salutò Jacob con una smorfia.

«Buona fortuna», augurò Edward.

«Anche a voi», disse Carlisle. «Ne avremo tutti bisogno».

Li guardai allontanarsi, desiderando di riuscire a provare la speranza che li animava... e di poter restare sola con il computer per qualche secondo. Dovevo scoprire chi fosse il tale "J. Jenks" e perché Alice fosse arrivata a tanto pur di impedire che chiunque altro, al di fuori di me, ne scoprisse il nome.

Renesmee si contorse fra le braccia di Jacob per toccargli la guancia.

«Non so se gli amici di Carlisle verranno. Lo spero. Per il momento mi pare che siamo decisamente inferiori numericamente», mormorò Jacob a Renesmee.

Quindi sapeva. Renesmee aveva capito sin troppo bene cosa stava succedendo. Il meccanismo per cui un licantropo che ha ricevuto l’imprinting è pronto a concedere qualunque cosa all’oggetto della propria dedizione iniziava a seccarmi. Non avrebbe dovuto essere più importante proteggere Renesmee, piuttosto che rispondere alle sue domande?

Studiai l’espressione della piccola. Non sembrava spaventata, solo ansiosa e molto seria mentre intratteneva la sua conversazione silenziosa con Jacob.

«No, non possiamo fare niente. Noi dobbiamo restare qui», proseguì Jacob. «C’è gente che viene per vedere te, altro che il paesaggio».

Renesmee lo fissò aggrottando la fronte.

«No, non devo andare da nessuna parte», le disse. Poi guardò Edward, sul volto la sorpresa di chi si rende improvvisamente conto che forse si sta sbagliando. «O sì?».

Edward esitò.

«Sputa», lo esortò Jacob, la voce roca per la tensione. Era al punto di rottura, come tutti noi d’altronde.

«I vampiri che stanno venendo qui per aiutarci non sono come noi», disse Edward. «La famiglia di Tanya è l’unica, oltre alla nostra, a rispettare la vita umana, ma nemmeno loro hanno un’alta opinione dei licantropi. Quindi sarebbe più sicuro per...».

«So badare a me stesso», lo interruppe Jacob.

«Sarebbe più sicuro per Renesmee», riprese Edward, «se la loro scelta di credere o no a quello che racconteremo su di lei non fosse influenzata dall’associazione con un licantropo».

«Begli amici. Ti volterebbero le spalle solo per la gente che frequenti?».

«Credo che in circostanze normali sarebbero parecchio tolleranti, ma, cerca di capire, accettare Nessie non sarà facile per nessuno di loro. Perché rendere tutto ancora più complicato di quello che già è?».

La notte precedente Carlisle aveva parlato a Jacob delle leggi sui bambini immortali. «Erano davvero così tremendi, questi bambini?», domandò.

«Non hai idea della ferita che hanno inferto alla psiche collettiva dei vampiri».

«Edward...». Mi pareva ancora strano udire Jacob pronunciare quel nome senza astio.

«Lo so, Jake. So quanto è difficile starle lontano. Andremo a istinto, a seconda della loro reazione quando la vedranno. In ogni caso, nelle prossime settimane, Nessie dovrà tenere, come dire, un basso profilo a fasi alterne. Fra una presentazione e l’altra resterà al sicuro nella nostra casetta. Quindi, fintanto che ti tieni a distanza di sicurezza da questa casa...».

«Ce la posso fare. Domattina arriva gente, eh?».

«Sì. La nostra amica più cara. Nel suo caso particolare, è probabilmente meglio mettere le carte in tavola al più presto. Puoi restare qui, tanto Tanya sa di te. Ha persino conosciuto Seth».

«Vero».

«È meglio che tu avverta Sam di cosa sta succedendo. Nei boschi potrebbero comparire presto degli stranieri».

«Giusto. Anche se gli devo un po’ di silenzio dopo la scorsa notte».

«Di solito, dare retta ad Alice è la cosa migliore».

Jacob serrò i denti e capii che la pensava come Edward, riguardo alla scelta di Alice e Jasper.

Mentre parlavano mi diressi verso la vetrata, cercando senza troppa fatica di assumere un’aria ansiosa e inquieta, e appoggiai la testa contro la parete che s’incurvava dal soggiorno alla sala da pranzo, proprio vicino a uno dei computer. Fissando la foresta feci scorrere le dita sulla tastiera, come soprappensiero. Chissà se i vampiri agivano soprappensiero, qualche volta? Non pensavo che qualcuno mi prestasse particolare attenzione, ma non mi voltai per sincerarmene. Il monitor s’illuminò. Feci scivolare nuovamente le dita sui tasti. Poi le tamburellai silenziosamente sul piano di legno della scrivania, sempre fingendo un gesto casuale. Poi ripassai sui tasti.

Lessi sullo schermo con la coda dell’occhio.

Nessun J. Jenks, però c’era un Jason Jenks. Avvocato. Sfiorai la tastiera cercando di tenere un ritmo, come accarezzassi assorta un gatto che mi ero quasi dimenticata di avere in braccio. Il sito dello studio di Jason Jenks era ben fatto, ma l’indirizzo sulla homepage era sbagliato. A Seattle, sì, ma con un codice postale diverso da quanto mi risultava. Presi nota del numero di telefono e ricominciai a battere il tempo con le dita sulla tastiera. Cercai a cosa corrispondesse l’indirizzo, ma non trovai nulla, come se non esistesse. Avrei voluto guardare su una mappa, ma decisi che sarebbe stato troppo rischioso. Un’ultima passata sui tasti, a cancellare tutto...

Continuai a guardare fuori della finestra e sfiorai il legno un paio di volte. Udii avvicinarsi passi leggeri e mi voltai con quella che speravo fosse la stessa espressione di prima.

Renesmee mi tese le braccia e io allargai le mie. Ci si tuffò dentro, emanando un odore intenso di licantropo, e mi appoggiò la testa alla base del collo.

Non ero sicura di riuscire a sopportare. Il timore per la mia vita, per quella di Edward e del resto della mia famiglia non era niente paragonato al terrore che mi chiudeva lo stomaco al pensiero che accadesse qualcosa a mia figlia.

Doveva esserci un modo per salvarla, fosse l’unica cosa che potessi fare.

D’un tratto mi resi conto che era tutto quello che volevo. Se proprio avessi dovuto, avrei sopportato tutto il resto, ma non che lei perdesse la vita. Quello no.

Era l’unica cosa che dovevo salvare.

Alice aveva visto ciò che provavo?

La mano di Renesmee mi toccò piano la guancia.