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Mi mostrò il mio viso e quelli di Edward, Jacob, Rosalie, Esme, Carlisle, Alice e Jasper, in successione sempre più rapida. Seth e Leah. Charlie, Sue e Billy. E poi di nuovo, da capo. Preoccupata, come tutti noi. Ma solo preoccupata. A quanto capivo, Jake le aveva risparmiato il peggio: che non avevamo speranza e che di lì a un mese saremmo morti.

Renesmee si fermò sul volto di Alice, piena di desiderio e confusione. Dov’era Alice?

«Non lo so», sussurrai. «Ma è Alice. Sta facendo la cosa giusta, come sempre». La più giusta per lei, tuttavia. Mi detestavo a dare un simile giudizio su Alice, ma in quale altro modo avrei dovuto interpretare la situazione?

Renesmee sospirò e la nostalgia crebbe.

«Manca anche a me».

Sentivo la mia faccia che si sforzava di trovare l’espressione adeguata al dolore che m’invadeva. Mi sentivo gli occhi strani e asciutti e battevo le palpebre per eliminare quel fastidio. Mi morsi il labbro. Al respiro successivo l’aria mi rimase impigliata in gola, come se stessi soffocando.

Renesmee si tirò indietro per guardarmi e vidi il mio volto specchiato nei suoi pensieri e dentro i suoi occhi. Avevo la faccia di Esme quella mattina.

Quindi era questo ciò che si provava a piangere.

Gli occhi di Renesmee si accesero di un luccichio umido mentre mi osservava. Mi passò la mano sul viso senza farmi vedere niente, soltanto per consolarmi.

Non avrei mai pensato di vedere il rapporto fra me e mia figlia ribaltarsi, come era sempre stato tra Renée e me. Ma non avevo mai avuto una visione chiara del futuro.

Sull’orlo dell’occhio di Renesmee si raccolse una lacrima. L’asciugai con un bacio. Lei si toccò stupita e poi guardò l’umido sui polpastrelli.

«Non piangere», le dissi. «Andrà tutto bene. Non ti succederà niente. Troverò il modo perché tu ne esca sana e salva».

Se per me non c’erano più alternative, dovevo salvare almeno la mia piccola Renesmee. Ero più che certa che grazie ad Alice ci sarei riuscita. Lei sapeva. E mi avrebbe mostrato come fare.

30

Irresistibile

C’erano così tante cose a cui pensare.

Dove avrei trovato il tempo per mettermi, da sola, sulle tracce di J. Jenks, e perché Alice me ne aveva parlato?

Se, invece, la dritta non aveva niente a che vedere con Renesmee, come potevo salvare mia figlia?

In quale modo, l’indomani, avremmo spiegato le cose alla famiglia di Tanya? E se avessero reagito come Irina? Se la situazione fosse sfociata in uno scontro?

Io non sapevo combattere. Potevo imparare in un mese? C’era la possibilità che m’insegnassero in così poco tempo a trasformarmi in un pericolo per uno qualsiasi dei Volturi? O ero condannata alla totale inutilità? Come una normalissima neonata da togliere di mezzo senza sforzo?

Tante domande mi frullavano in testa, ma sembrava che non avessi alcuna opportunità di trovare una risposta.

Spinta dal desiderio di conservare un minimo di normalità per Renesmee, avevo insistito per portarla a dormire a casa nostra. Jacob si sentiva meglio in forma di lupo, al momento; controllava più facilmente la tensione quando era pronto a lottare. Mi sarebbe piaciuto provare la medesima sensazione, sentirmi pronta. Jacob corse nei boschi, di nuovo sul chi va là.

Quando fui certa che si fosse profondamente addormentata, deposi Renesmee nel suo letto e raggiunsi Edward in soggiorno per fargli qualche domanda, perlomeno quelle che mi era consentito fare. Uno dei problemi maggiori era cercare di tenergli nascosto qualcosa, nonostante il vantaggio del silenzio dei miei pensieri.

Mi dava le spalle e guardava il fuoco nel camino.

«Edward, io...».

Si voltò e attraversò la stanza in quello che parve un istante immaginario. Ebbi solo il tempo di registrare la sua espressione feroce prima che le sue labbra s’infrangessero contro le mie e le sue braccia mi stritolassero in una morsa d’acciaio.

Per il resto della notte smisi di pensare. Non mi ci volle molto a comprendere la ragione del suo umore, e ancora meno a condividerlo in pieno.

Avevo messo in conto di trascorrere anni ad apprendere il controllo del desiderio fisico travolgente che provavo per lui, e poi avrei avuto secoli per goderne. Invece ci restava soltanto un mese... Non riuscivo a sopportare l’idea che finisse. Per il momento a prevalere era l’egoismo. Non volevo altro che amarlo il più possibile nel poco tempo che ci rimaneva.

Fu dura staccarmi da lui al sorgere del sole, ma ci attendeva un compito importante, forse più complicato di qualunque ricerca in cui era impegnato nel frattempo il resto della famiglia. Non appena mi concessi di pensare a ciò che stava per accadere, la tensione m’inondò nuovamente. Sembrava che i miei nervi fossero tirati su un cavalletto da tortura e avevo la sensazione che diventassero più tesi e sottili a ogni istante che passava.

«Vorrei ci fosse un modo per ottenere da Eleazar le informazioni che ci servono prima di parlargli di Nessie», mormorò Edward mentre ci vestivamo in fretta nella cabina armadio che mi ricordava Alice più di quanto in quel momento desiderassi. «Tanto per andare sul sicuro».

«Già, ma non capirebbe la domanda», ribadii. «Pensi che ci lasceranno spiegare?».

«Non lo so».

Sollevai Renesmee, ancora addormentata, dal letto e la strinsi forte, i suoi riccioli contro la mia faccia. Il suo profumo dolce, così vicino, sovrastava ogni altro odore.

Era una giornata in cui non potevo perdere un solo secondo. Mi servivano risposte e non sapevo bene quanto ancora Edward e io saremmo rimasti da soli. Se tutto andava bene con la famiglia di Tanya, avremmo avuto compagnia per parecchio tempo.

«Edward, m’insegneresti a combattere?», gli chiesi tesa per paura della sua reazione, mentre mi teneva aperta la porta.

Reagì come mi aspettavo. Si raggelò e mi percorse con uno sguardo carico di significato, come se mi vedesse per la prima o l’ultima volta. Poi rimase a fissare nostra figlia che dormiva fra le mie braccia.

«Se si arriva a uno scontro, nessuno di noi potrà fare granché», tergiversò.

Cercai di mantenere un tono di voce regolare. «Non vorrai lasciarmi completamente inerme».

Edward deglutì irrequieto e la porta vibrò, i cardini cigolavano mentre la sua mano aumentava la presa. Poi annuì. «Se la metti così... Allora conviene che ci mettiamo al lavoro al più presto».

Annuii anch’io e ci avviammo verso la grande casa, stavolta senza fretta.

Mi chiedevo in che maniera potessi fare la differenza. A modo mio ero un po’ speciale, ammesso di considerare speciale o soprannaturale un cranio insondabile. Poteva tornare utile in qualche modo?

«Qual è il loro maggior vantaggio, secondo te? Ce l’hanno qualche punto debole?».

Non ebbe bisogno di chiedermi se stessi parlando dei Volturi.

«Sono Alec e Jane la loro arma principale», rispose impassibile, come se stessimo parlando di una squadra di pallacanestro. «I difensori non vedono palla quasi mai».

«Perché Jane ti può incenerire sui due piedi, almeno a livello mentale. E Alec cosa fa? Una volta, se non sbaglio, mi hai detto che è persino più pericoloso di lei».

«Sì. In un certo senso è l’antidoto a Jane. Lei ti infligge il dolore più terribile che si possa immaginare, Alec non ti fa sentire nulla. Assolutamente niente. A volte, quando sono in buona, i Volturi lo usano per anestetizzare qualcuno prima di giustiziarlo. Se si è arreso o li ha compiaciuti in altro modo».

«Anestetico? E allora come fa a essere più pericoloso di Jane?».

«Perché ti annulla i sensi. Non provi dolore, ma resti senza vista, udito e olfatto. Completa deprivazione sensoriale. Ti ritrovi completamente smarrito nell’oscurità. Non senti nulla nemmeno mentre ardi».

Rabbrividii. Era quello il meglio che potessimo augurarci? Morire senza vedere né provare nulla?

«Il che lo rende pericoloso quanto Jane», proseguì Edward con lo stesso tono distaccato, «perché entrambi ti mettono fuori gioco, ti trasformano in un bersaglio inerme. La differenza fra loro è come quella fra Aro e me: lui riesce ad ascoltare i pensieri di una sola persona per volta, così come Jane può ferire solo il bersaglio che sta puntando. Io riesco a udire tutti contemporaneamente».