«Noi però non siamo criminali».
Jacob espresse il proprio consenso sbuffando.
«Questo non lo sanno».
«Pensi che riusciremo a fermarli per farci ascoltare?».
Edward esitò per un istante e si strinse nelle spalle. «Se troviamo abbastanza amici pronti a schierarsi al nostro fianco, sì. Forse».
Forse. D’un tratto percepii l’urgenza del compito che ci aspettava quel giorno. Edward e io accelerammo il passo e cominciammo a correre. Jacob ci raggiunse poco dopo.
«Tanya non dovrebbe tardare ancora molto», disse Edward. «Dobbiamo essere pronti».
Sì, ma cosa voleva dire "pronti"? Organizzavamo e riorganizzavamo, pensavamo e ripensavamo. Meglio lasciare Renesmee bene in vista, o aspettare? Meglio Jacob nella stanza, oppure fuori? Aveva detto al branco di mantenersi vicino, ma invisibile. Forse era meglio se si eclissava anche lui?
Alla fine stabilimmo che io, Renesmee e Jacob in forma umana avremmo atteso seduti al grande tavolo lucido della sala da pranzo, dietro l’angolo rispetto all’entrata. Jacob mi lasciò tenere Renesmee perché voleva essere libero nei movimenti, nel caso si rendesse necessaria una trasformazione subitanea.
Nonostante mi colmasse di gioia, tenere mia figlia fra le braccia mi faceva sentire inutile. Mi ricordava che, in uno scontro con vampiri maturi, non sarei stata altro che un facile bersaglio, quindi non serviva che avessi le mani libere.
Cercai di riportare alla memoria i volti di Tanya, Kate, Carmen ed Eleazar dalle immagini del matrimonio, ma li distinguevo appena dentro la nebbia scura dei miei ricordi fumosi. Sapevo solo che erano belli: due bruni, le altre due bionde. E non riuscivo a ricordare se avessero uno sguardo gentile.
Edward si appoggiò immobile contro la vetrata sul retro, lo sguardo fisso sulla porta d’ingresso. Non sembrava vedere la stanza che aveva davanti.
Ascoltammo le auto che sfrecciavano sulla superstrada. Nessuna rallentava.
Renesmee era rannicchiata contro il mio collo, una mano sulla mia guancia, ma non irradiava alcuna immagine. Ancora non ne aveva per descrivere ciò che stava provando.
«E se non gli piaccio?», sussurrò a un tratto, e tutti i nostri occhi si fissarono di colpo su di lei.
«Figurati se non...», aveva cominciato a dire Jacob, ma lo zittii con un’occhiata.
«Non ti capiscono, Renesmee, perché non hanno mai conosciuto nessuna come te», dissi, evitando promesse che non ero certa di poter mantenere. «Il problema consiste proprio nel fare in modo che capiscano».
Renesmee fece un sospiro e nella mia mente vidi passare, come in una folata di vento, le immagini di tutti noi. Vampiro, umano, licantropo. Lei non rientrava in nessuna categoria.
«Sei speciale, non è una brutta cosa».
Scosse la testa in disaccordo. Pensò ai nostri volti tesi e disse: «È colpa mia».
«No», esclamammo io, Edward e Jacob all’unisono ma, prima che potessimo aggiungere qualcosa, udimmo il rumore tanto atteso di un motore che scendeva di giri e di pneumatici che imboccavano lo sterrato.
Edward sfrecciò verso la porta, dove rimase in piedi, in attesa. Renesmee si nascose fra i miei capelli. Jacob e io ci scambiammo uno sguardo disperato da un capo all’altro del tavolo.
L’auto procedeva rapida attraverso il bosco, più veloce di come avrebbero guidato Charlie o Sue. La udimmo attraversare il prato e fermarsi davanti al porticato. Quattro portiere si aprirono e si richiusero. I nuovi arrivati si avvicinavano alla porta senza parlare. Edward aprì prima che avessero il tempo di bussare.
«Edward!», gridò entusiasta una voce femminile.
«Ciao, Tanya. Kate, Eleazar, Carmen».
Seguirono tre «Ehi, ciao» appena mormorati.
«Carlisle ha detto che doveva parlarci con urgenza», disse la prima voce: Tanya. Sentivo che erano ancora tutti fuori. Immaginai Edward sulla porta, a bloccare loro l’ingresso. «Che problema c’è? Problemi con i licantropi?».
Jacob alzò gli occhi al cielo.
«No», disse Edward. «La nostra tregua con i licantropi funziona alla grande».
Una donna ridacchiò.
«Non ci inviti a entrare?», chiese Tanya. Poi, senza attendere risposta, aggiunse: «Dov’è Carlisle?».
«È dovuto andar via». E ne seguì un breve silenzio.
«Che succede, Edward?», chiese Tanya.
«Vi chiedo di concedermi il beneficio del dubbio per pochi minuti», rispose Edward. «Devo spiegarvi una cosa piuttosto complicata e ho bisogno che mi ascoltiate fino in fondo senza preconcetti».
«Ma Carlisle sta bene?», s’informò una voce maschile in tono ansioso. Eleazar.
«Nessuno di noi sta bene, Eleazar», rispose Edward, che posò una mano sulla spalla di qualcuno, forse proprio di Eleazar. «Cioè, fisicamente sì, sta bene».
«Fisicamente?», chiese Tanya brusca. «Che intendi dire?».
«Che la mia famiglia corre un grave pericolo. Prima di spiegare, però, vi chiedo una promessa: di ascoltare tutto il racconto. Vi prego solo di starmi a sentire fino alla fine».
Un silenzio più lungo seguì le sue parole. Jacob e io ci guardammo muti attraverso il silenzio teso. Le sue labbra color ruggine impallidirono.
«Ti ascoltiamo», disse infine Tanya. «Ti ascolteremo fino in fondo prima di giudicare».
«Grazie, Tanya», disse Edward con fervore. «Non vi avremmo coinvolti se avessimo avuto un’alternativa».
Edward si mosse. Udimmo quattro paia di piedi varcare la soglia.
Qualcuno annusò l’aria. «Lo sapevo che c’erano di mezzo i licantropi», borbottò Tanya.
«Sì, e sono dalla nostra parte. Ancora una volta».
Nessuno replicò al commento.
«Dov’è la tua Bella?», chiese un’altra voce femminile. «Come sta?».
«Ci raggiungerà fra poco. Sta bene, grazie. Ha varcato le soglie dell’immortalità con singolare eleganza».
«Dicci di questo pericolo, Edward», lo esortò Tanya dolcemente. «Ascolteremo e ci schiereremo al tuo fianco, dov’è giusto che stiamo».
Edward respirò a fondo. «Prima vi chiedo di vedere con i vostri occhi. Ascoltate, nella stanza accanto. Cosa sentite?».
All’inizio era tutto tranquillo, poi si udì del movimento.
«Prima ascoltate, per favore», insistette Edward.
«Un licantropo, presumo. Sento il suo cuore che batte», disse Tanya.
«Cos’altro?», chiese Edward.
Ci fu una pausa.
«Cos’è quella pulsazione?», chiese Kate, o forse era Carmen. «Un... uccello, forse?».
«No, ma tenete a mente il suono. E che odore sentite, a parte quello di licantropo?».
«C’è un umano?», bisbigliò Eleazar.
«No», lo contraddisse Tanya. «Non è umano, anche se... vi si avvicina molto. Più di qualunque altro odore presente qui dentro. Che cos’è, Edward? Non credo di averne mai sentito uno simile, prima d’ora».
«Sicuramente no, Tanya. Per favore, vi prego, tenete presente che per voi è una cosa del tutto nuova. Mettete da parte qualunque preconcetto».
«Ti ho promesso di ascoltare, Edward».
«D’accordo. Bella, porta qui Renesmee, per favore».
Mi sentivo le gambe stranamente addormentate, ma sapevo che era solo una questione mentale. Mi costrinsi a non esitare, a non strascicare i piedi mentre mi alzavo e percorrevo i pochi passi fino all’angolo. Mi sentivo alle spalle il ventaglio di calore emanato dal corpo di Jacob, che mi seguiva come un’ombra.
Feci un passo nel salone e restai impietrita, incapace di proseguire oltre. Renesmee respirò a fondo e spuntò da sotto i miei capelli, le piccole spalle rigide, quasi si aspettasse già di essere respinta.
Pensavo di essere pronta a qualunque reazione. Accuse, urla, l’immobilità raggelata della sorpresa.
Tanya arretrò di quattro passi, con un fremito dei riccioli biondo ramato, come un umano che si trova all’improvviso davanti a un serpente velenoso. Kate balzò all’indietro fino alla porta e si schiacciò contro la parete, emettendo un sibilo sconvolto fra i denti. Eleazar si rannicchiò protettivo davanti a Carmen.
«Ma per favore...», sentii Jacob borbottare fra sé.