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Nonostante la velocità d’elaborazione del mio nuovo cervello, mi occorsero alcuni secondi per mettere insieme una risposta.

«Funziona solo per certe cose», dissi. «La mia mente è, come dire... privata. Però non impedisce a Jasper di influenzare il mio umore o ad Alice di vedere il mio futuro».

«Una difesa prettamente psichica». Eleazar annuì fra sé. «Limitata, ma efficace».

«Aro non riusciva a sentirla», intervenne Edward. «Sebbene fosse umana, quando si sono conosciuti».

Eleazar sgranò gli occhi.

«Jane ha cercato di colpirmi, ma non c’è riuscita», aggiunsi. «Secondo Edward, Demetri non può trovarmi, e nemmeno Alec può farmi alcunché. È un bene?».

Eleazar, ancora a bocca aperta, annuì. «Direi!».

«Uno scudo!», esclamò Edward, trasudando soddisfazione. «Non avevo mai considerato la cosa sotto questo punto di vista. L’unica che avevo conosciuto prima era Renata, ma lei era così diversa».

Eleazar intanto si era ripreso. «Appunto. Nessun talento si manifesta esattamente allo stesso modo, perché nessuno pensa mai esattamente allo stesso modo».

«Chi è Renata? Cosa fa?», chiesi. Anche Renesmee, interessata, si era scostata da Carmen per guardare oltre Kate.

«Renata è la guardia del corpo di Aro», spiegò Eleazar. «Uno scudo molto pratico e anche molto forte».

Ricordavo vagamente un manipolo di vampiri, maschi e femmine, che non perdevano mai di vista Aro nella sua macabra torre, ma non riuscivo a far riemergere alcun viso femminile dall’inquietante nebbia della memoria. Fra loro, comunque, doveva esserci Renata.

«Chissà...», esordì Eleazar come se stesse riflettendo ad alta voce. «Renata è uno scudo potente contro gli attacchi fisici. Chiunque si avvicini a lei o ad Aro — ed è la stessa cosa, dato che lei è sempre al suo fianco nelle situazioni critiche — si trova improvvisamente... deviato. Il campo di forza che l’avvolge è quasi impercettibile: ci si accorge di colpo di muoversi in un’altra direzione, con la vaga consapevolezza che non è quella giusta, ma senza ricordarsi bene perché. Renata può proiettare lo scudo a diversi metri di distanza da sé: infatti, in caso di necessità, protegge anche Caius e Marcus. Però la sua priorità è Aro. Tuttavia, ciò che fa non è prettamente fisico. Come per la stragrande maggioranza dei doni, avviene tutto nella mente. Se cercasse di deviare te, per esempio, mi chiedo chi avrebbe la meglio...». Scosse la testa. «Non ho mai sentito di qualcuno che riuscisse a mettere fuori gioco Aro o Jane».

«Mamma, tu sei speciale», mi disse Renesmee, per nulla sorpresa, come se stesse commentando il colore del mio vestito.

Ero disorientata. Non conoscevo forse già il mio dono, il super-autocontrollo che mi aveva permesso di saltare a piè pari l’orribile primo anno da vampira? E i vampiri possedevano non più di una qualità extra, no?

A meno che Edward non avesse ragione sin dall’inizio: quando Carlisle aveva avanzato l’ipotesi che il mio autocontrollo potesse avere del soprannaturale, Edward aveva suggerito che la mia capacità di contenermi era solo frutto di una buona preparazione — carattere e concentrazione, aveva detto.

Chi dei due aveva ragione? Potevo fare di più? C’erano una definizione e una categoria per indicare ciò che ero?

«Puoi proiettarlo?», chiese Kate interessata.

«Cioè?», chiesi.

«Estenderlo da te a qualcun altro».

«Non lo so. Non ho mai provato. Non immaginavo di averne bisogno».

«Oh, forse non ne sei capace», tagliò corto Kate. «Io ci provo da secoli e tutto quello che sono riuscita a ottenere è una specie di corrente a fior di pelle».

La fissai, sconcertata.

«Kate possiede un’abilità offensiva», spiegò Edward. «Un po’ come Jane».

Distolsi automaticamente lo sguardo da Kate, battendo le palpebre, e lei rise.

«Però non sono così sadica», mi rassicurò. «È solo una cosa che torna utile in battaglia».

Stavo cominciando a digerire le parole di Kate, a creare collegamenti. Fare scudo a qualcun altro oltre a te. Come se esistesse un modo per portare un’altra persona al riparo della bizzarra barriera mentale che rendeva muti i miei pensieri.

Rividi Edward accasciarsi sulle pietre antiche della torre dei Volturi. Era un ricordo umano, ma più vivido e intenso degli altri, come fosse impresso a fuoco nel tessuto cerebrale.

E se fossi stata in grado di impedire che accadesse di nuovo? Se avessi potuto proteggere Edward? E Renesmee? Ci fosse stata anche solo una vaghissima possibilità...

«Devi insegnarmi come fare!», esclamai, afferrando il braccio di Kate senza rendermene conto. «Devi farmi vedere!».

Kate trasalì. «Forse, se eviti di maciullarmi il radio...».

«Oh, scusami!», esclamai.

«Lo scudo è attivo, a quanto vedo», disse Kate. «La mia reazione avrebbe dovuto farti saltar via il braccio, ma non hai sentito niente, vero?».

«Non ce n’era bisogno, Kate. Non voleva farti male», mormorò Edward, ma noi due non gli prestavamo attenzione.

«No, niente. Hai scatenato la tua... corrente elettrica?».

«Sì. Mmm. Non ho mai incontrato nessuno che non la percepisse, mortale o immortale».

«Hai detto che la proietti? Sulla pelle?».

Kate annuì. «Prima l’avevo solo nel palmo delle mani. Come Aro».

«O Renesmee», puntualizzò Edward.

«Adesso, dopo una lunga pratica, riesco a irradiarla in tutto il corpo. È una buona difesa. Chiunque tenti di toccarmi cade a terra fulminato. Solo per pochi secondi, ma sono più che sufficienti».

L’ascoltavo solo con un orecchio, la mia mente stava già lavorando all’idea che, forse, se solo avessi imparato abbastanza alla svelta, sarei stata in grado di proteggere la mia piccola famiglia. Dentro di me speravo ardentemente di essere in grado di proiettare il mio scudo con la stessa abilità con cui riuscivo, per qualche misterioso motivo, a cavarmela alla grande come vampira. La mia vita da umana non mi aveva abituata a doti spontanee particolari e mi era difficile credere che questa mia abilità durasse.

Mi sembrava di non aver mai desiderato niente con tanta intensità, prima di allora: proteggere ciò che amavo.

Ero così immersa nei miei pensieri che mi accorsi della silenziosa comunicazione fra Edward ed Eleazar solo quando divenne aperta conversazione.

«Ricordi almeno un’eccezione?», chiese Edward.

Lo guardai per cercare di contestualizzare la sua domanda e mi resi conto che tutti gli altri li stavano già fissando. Chini l’uno sull’altro, erano concentratissimi, il volto di Edward un grumo di sospetto, quello di Eleazar una maschera d’infelicità e riluttanza.

«Non mi va di considerarle tali», disse Eleazar fra i denti. L’improvviso cambiamento d’atmosfera mi stupì.

«Se hai ragione...», riprese Eleazar.

Edward lo interruppe. «Era un pensiero tuo, non mio».

«Se ho ragione... non riesco nemmeno a concepirne la portata. Cambierebbe completamente il mondo che abbiamo creato. Il significato della mia vita. Ciò di cui finora ho fatto parte».

«Hai sempre agito con le migliori intenzioni, Eleazar».

«Avrebbe una qualche importanza ciò che ho fatto? Tutte le vite che...».

Tanya gli posò una mano sulla spalla in un gesto di conforto. «Cosa ci siamo persi, amico mio? Voglio saperlo per partecipare alla discussione. Non hai mai fatto nulla per cui tu debba punirti a questo modo».

«Davvero?», mormorò Eleazar. Poi sfilò la spalla da sotto la mano di Tanya e riprese a camminare avanti e indietro, ancora più furioso di prima.

Dopo averlo osservato per mezzo secondo, Tanya si rivolse a Edward. «Spiegaci».

Edward annuì, lo sguardo teso e fisso su Eleazar. «Cercava di capire perché i Volturi dovrebbero venire a punirci così numerosi. Non è nel loro stile. Certo, il nostro è il clan maturo più nutrito con cui abbiano avuto a che fare, ma in passato già altre congreghe si sono coalizzate a scopo difensivo e nonostante il numero non hanno mai rappresentato un problema. Noi siamo più uniti, questo sì, ma non tanto numerosi.