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«Arretra un attimo, Kate».

Kate fece una smorfia, ma prese l’avvertimento di Edward molto più sul serio del mio.

Renesmee mi teneva la mano sul collo: stava ricordando l’attacco di Kate, mostrandomi che non aveva intenzione di farmi alcun male e che papà ne era al corrente...

Questo non bastò a placarmi. Continuavo a vedere uno spettro di luce macchiato di rosso cremisi. Ma avevo quasi riacquistato il controllo di me stessa e capivo la saggezza delle parole di Kate. La rabbia mi stava aiutando. Avrei imparato molto più in fretta sotto pressione.

Ciò non significava che mi piacesse.

«Kate», ruggii. Posai una mano sul fianco di Edward. Sentivo ancora il mio scudo come un telo forte e flessibile che avvolgeva me e Renesmee. Lo spinsi oltre, costringendolo intorno a Edward. Il tessuto elastico non mostrava difetti né rischi di cedimento. Ansimavo per lo sforzo e le parole mi uscivano deboli anziché rabbiose. «Rifacciamolo», dissi a Kate. «Però tocca solo Edward».

Lei alzò gli occhi al cielo, ma avanzò rapida e premette il palmo della mano sulla spalla di Edward.

«Non sento niente», disse lui. Nella voce gli udivo la sfumatura di un sorriso.

«E ora?», chiese Kate.

«Ancora niente».

«E ora?». Stavolta nella voce di Kate si avvertiva una forte tensione.

«Ancora niente».

Kate grugnì e si allontanò.

«Vedi questo?», chiese Zafrina con la sua voce profonda e selvaggia, fissandoci intensamente tutti e tre. Parlava inglese con uno strano accento, le parole salivano di tono in punti insoliti.

«Non vedo niente di strano», disse Edward.

«E tu, Renesmee?», chiese Zafrina.

Renesmee le sorrise e scosse il capo.

La mia rabbia si era quasi dissolta e serravo i denti, ansimando più forte mentre spingevo lo scudo verso l’esterno: più a lungo lo reggevo, più mi sembrava pesante. Si ritirò, trascinandosi verso l’interno.

«Niente paura», disse Zafrina avvertendo il gruppetto che mi guardava. «Voglio capire quanto riesce a estenderlo».

Tutti emisero un’esclamazione terrorizzata: Eleazar, Carmen, Tanya, Garrett, Benjamin, Tia, Siobhan, Maggie; tutti tranne Senna, che sembrava preparata all’azione successiva di Zafrina, quale che fosse. Gli altri avevano lo sguardo vacuo e l’espressione ansiosa.

«Alzate la mano quando vi ritorna la vista», li istruì Zafrina. «Ora, Bella, vedi un po’ quante persone riesci a riparare con lo scudo».

Il fiato mi uscì con uno sbuffo. A parte Edward e Renesmee, Kate era la persona più vicina, però si trovava ad almeno tre metri di distanza. Serrai la mascella e spinsi, cercando di estendere quella difesa resistente ed elastica. Centimetro per centimetro la spinsi verso Kate, lottando contro la reazione che scattava a ogni minimo avanzamento. Mentre ero all’opera cercai di guardare solo l’espressione ansiosa di Kate ed emisi un lieve suono di sollievo quando batté le palpebre e mise a fuoco lo sguardo. Alzò la mano.

«Affascinante!», sussurrò Edward. «Come uno specchio unidirezionale. Posso leggere tutto quello che pensano, ma qui dietro sono irraggiungibile. E sento Renesmee, mentre da fuori non ci riuscivo. Immagino che Kate potrebbe mandarmi una scarica elettrica adesso, perché anche lei è sotto l’ombrello. Però continuo a non sentire te... mmm. Come funziona? Chissà se...».

Continuò a borbottare fra sé, ma non ce la facevo a prestare attenzione alle parole. Digrignai i denti cercando di estendere lo scudo fino a Garrett, che era il più vicino a Kate. Lui alzò la mano.

«Ottimo», si congratulò Zafrina. «Ora...».

Aveva parlato troppo presto: un secco rantolo e sentii il mio scudo schizzare all’indietro come un elastico troppo tirato, che torna di scatto alla sua forma originale. Renesmee, che sperimentò per la prima volta la cecità che Zafrina aveva scagliato sugli altri, tremava sulla mia schiena. Lottai stancamente contro la forza elastica, spingendo lo scudo in modo che tornasse ad avvolgerla.

«Mi date un minuto di pausa?», chiesi ansante. Da quando ero diventata una vampira, non mi era mai capitato che avessi bisogno di riposare. Era snervante sentirsi al tempo stesso così svuotata e così forte.

«Certo», disse Zafrina e gli spettatori si rilassarono appena restituì loro la vista.

«Kate», gridò Garrett mentre gli altri si allontanavano un poco mormorando, infastiditi da quel momento di cecità: i vampiri non erano abituati a sentirsi vulnerabili. Garrett, alto e con i capelli biondo rossicci, era l’unico immortale privo di doni che sembrava attratto dalle mie sedute di allenamento. Mi chiedevo cosa potesse affascinare quell’avventuriero.

«Fossi in te non lo farei, Garrett», lo ammonì Edward.

Garrett proseguì in direzione di Kate nonostante l’avvertimento, con le labbra corrucciate dai pensieri. «Dicono che sei in grado di stendere un vampiro».

«Sì», confermò lei. Poi, con un sorrisino astuto, gli fece un cenno scherzoso con le dita. «Sei curioso?».

Garrett alzò le spalle. «È una cosa che non ho mai visto. Mi sembra un po’ un’esagerazione...».

«Forse», rispose Kate, facendosi improvvisamente seria. «Forse funziona solo con i deboli o i giovani. Non sono sicura. Però tu mi sembri forte. Forse riusciresti a resistere al mio potere». Stese la mano aperta verso di lui a palmo in su: un chiaro invito. Ebbe un fremito delle labbra, e fui abbastanza sicura che la sua gestualità solenne fosse un tentativo di fregarlo.

Garrett rispose alla sfida con un sorriso. Molto fiducioso, le toccò il palmo con l’indice.

Poi, con un rantolo sonoro, le ginocchia gli cedettero e stramazzò all’indietro. Con la testa colpì un pezzo di granito e si sentì un crepitio secco. Era uno spettacolo sconvolgente. I miei istinti inorridivano all’idea di vedere un immortale ridotto in quel modo: era una cosa profondamente incoerente.

«Te l’avevo detto», borbottò Edward fra i denti.

A Garrett tremarono le palpebre per qualche secondo, poi spalancò gli occhi. Alzò lo sguardo verso Kate, che sogghignava compiaciuta, e un sorriso di stupore gli illuminò il volto.

«Perbacco!», esclamò.

«Ti è piaciuto?», chiese lei scettica.

«No, non sono mica pazzo», rispose ridendo, e scosse il capo mentre si rialzava piano fino a mettersi in ginocchio. «Ma di sicuro era qualcosa di speciale!».

«Così si dice in giro».

Edward alzò gli occhi al cielo.

Poi dal giardino anteriore arrivò del trambusto. Sentii Carlisle parlare sopra un brusio di voci sorprese.

«Vi ha mandati Alice?», chiese lui a qualcuno, con voce malferma, vagamente turbato.

Un altro ospite inatteso?

Edward si precipitò in casa e la maggior parte degli altri lo imitò. Io lo seguii più lentamente, con Renesmee ancora appollaiata sulla schiena. Dovevo lasciare a Carlisle il tempo di accogliere il nuovo ospite e preparare anche lui, lei o loro all’idea di ciò che li attendeva.

Presi Renesmee fra le braccia mentre giravo cauta intorno alla casa per entrare dalla porta della cucina, ascoltando ciò che non potevo vedere.

«Non ci ha mandati nessuno», rispose in un sussurro una voce profonda. Mi ricordai subito delle voci antiche di Aro e di Caius e mi bloccai nel bel mezzo della cucina.

Sapevo che il soggiorno era affollato: quasi tutti erano rientrati per vedere i nuovi ospiti, eppure non si sentiva alcun rumore. Solo respiri leggeri, nient’altro.

Carlisle rispose con voce guardinga: «Allora cosa vi porta qui proprio adesso?».

«La gente mormora», rispose una voce diversa, impalpabile quanto la prima. «Abbiamo sentito dire che i Volturi stavano per attaccarvi. Girano voci segretissime sul fatto che non siete soli. Ovviamente le voci sono vere. Avete radunato una brigata notevole».

«Non stiamo sfidando i Volturi», rispose Carlisle con voce tesa. «C’è stato un equivoco, tutto qui. Un equivoco molto grave, certo, ma speriamo di riuscire a chiarirlo. Quelli che vedete sono testimoni. Vogliamo solo che i Volturi ci ascoltino. Non abbiamo...».