Da quel momento cercai di tenerli alla larga da Renesmee.
«Quanto possiamo restare da Charlie?», chiese Jacob, interrompendo il flusso dei miei pensieri. Era evidente che si stava rilassando mano a mano che ci allontanavamo dalla casa e da tutti i suoi nuovi inquilini. Mi rendeva felice capire che per lui non ero davvero una vampira. Continuavo a essere Bella e basta.
«Per un bel po’, a dire la verità».
Il tono della mia voce attirò la sua attenzione.
«Devi combinare qualcos’altro oltre alla visita a tuo padre?».
«Jake, hai presente quanto sei bravo a controllare i pensieri in presenza di Edward?».
Alzò un folto sopracciglio scuro: «Ah sì?».
Annuii, spostando lo sguardo verso Renesmee. Guardava fuori del finestrino e non capivo se le interessasse la nostra conversazione, ma decisi di non arrischiarmi a proseguire.
Jacob aspettò che aggiungessi qualcos’altro, e poi sporse il labbro inferiore mentre rifletteva sul poco che gli avevo detto.
Mentre guidavo in silenzio, strizzavo gli occhi per le fastidiose lenti a contatto, per vedere meglio nella pioggia gelida, anche se non faceva ancora abbastanza freddo perché nevicasse. I miei occhi non erano più mostruosi come all’inizio: erano sicuramente più simili a un arancio rossastro sbiadito che a un cremisi vivace. Presto avrebbero assunto un colore ambrato sufficiente per smettere le lenti a contatto. Speravo che il cambiamento non turbasse troppo Charlie.
Quando arrivammo, Jacob ruminava ancora sulla nostra conversazione interrotta. Procedemmo in silenzio, a velocità da umani, sotto la pioggia.
Mio padre ci aspettava: aveva aperto la porta ancor prima che potessi bussare.
«Ciao, ragazzi! È una vita che non ci vediamo! Ehi, guarda, Nessie! Vieni dal nonno! Mi sa che sei cresciuta più di dieci centimetri. E sei magra, Ness». Mi lanciò un’occhiataccia. «Non ti danno da mangiare lì dentro?».
«È solo la crescita», borbottai. «Ciao, Sue», gridai rivolta verso la cucina, da cui usciva odore di pollo, pomodori, aglio e formaggio; probabilmente per tutti gli altri aveva un profumo ottimo. Percepivo anche tracce di pino fresco e di polvere di imballaggi.
Renesmee fece un sorrisone e apparvero le sue fossette. Non parlava mai davanti a Charlie.
«Cosa ci fate là fuori al freddo, ragazzi? Entrate! Dov’è mio genero?».
«È a casa a ricevere i suoi amici», disse Jacob, poi sbuffò. «Sei troppo fortunato a essere fuori dal giro, Charlie. E non dico altro».
Diedi un pugno a Jacob, piano, sulle reni, mentre Charlie fremeva di disgusto.
«Ahi!», si lamentò Jacob sottovoce; be’, se non altro ero convinta di averglielo dato piano, il pugno.
«A dire la verità, Charlie, devo fare alcune commissioni».
Jacob mi scoccò un’occhiataccia, ma non disse nulla.
«Sei indietro con i regali di Natale, Bells? Mancano solo pochi giorni, lo sai».
«Eh già, i regali di Natale», dissi poco convinta. Ecco perché c’era odore di polvere: Charlie doveva aver tirato fuori le vecchie decorazioni.
«Non preoccuparti, Nessie», le sussurrò in un orecchio. «Ci penso io a te, se non ci riesce tua madre».
Lo guardai alzando gli occhi al cielo, ma a dire il vero non avevo pensato per nulla alle festività imminenti.
«È pronto in tavola», chiamò Sue dalla cucina. «Su, venite».
«A dopo, papà», dissi, con una rapida occhiata in direzione di Jacob. Se per caso non fosse riuscito a fare a meno di pensarci quando era vicino a Edward, perlomeno non avrebbe avuto molte informazioni da condividere: non aveva la minima idea di dove mi stessi dirigendo.
Ovviamente, riflettei mentre salivo in macchina, non è che io ne sapessi più di lui.
Le strade erano viscide e buie, ma ormai guidare non mi faceva più paura. I miei riflessi si occupavano piuttosto bene di quel compito e prestavo sì e no attenzione alla strada. Il problema era evitare che la mia velocità attirasse l’attenzione quando c’era gente. Volevo portare a termine la missione, risolvere il mistero in modo da potermi di nuovo dedicare al compito cruciale di apprendere. Apprendere a proteggerne alcuni e a ucciderne altri.
Stavo perfezionando sempre di più lo scudo. Kate non sentiva più il bisogno di motivarmi: non mi era difficile trovare motivi per arrabbiarmi, ora che conoscevo il trucco, perciò mi esercitavo soprattutto con Zafrina. Era contenta della mia estensione: riuscivo a coprire una zona di quasi tre metri per più di un minuto, anche se farlo mi sfiancava. Quella mattina aveva cercato di scoprire se riuscivo a separare lo scudo dalla mia mente. Non capivo l’utilità di quella prova, ma Zafrina pensava che mi avrebbe resa più forte, un po’ come allenare anche i muscoli della pancia e della schiena invece delle sole braccia. Alla fine si è capaci di sollevare pesi maggiori quando tutti i muscoli sono più forti.
Non ero bravissima. Avevo visto solo di sfuggita il fiume amazzonico che stava cercando di mostrarmi.
Ma c’erano altri modi di prepararsi a ciò che sarebbe accaduto e con due sole settimane davanti mi preoccupai di aver trascurato il più importante. Quel giorno, però, avrei corretto la svista.
Avevo memorizzato le mappe giuste e non ebbi alcuna difficoltà a localizzare l’indirizzo che in rete non esisteva, quello di J. Jenks. Il passo successivo sarebbe stato cercare Jason Jenks all’altro indirizzo, quello che non mi aveva dato Alice.
Dire che non era un bel quartiere sarebbe stato un eufemismo. L’automobile più anonima fra tutte quelle possedute dai Cullen dava comunque nell’occhio in quella via. Ci sarebbe stato bene il mio vecchio Chevy. Fossi stata ancora umana, avrei chiuso le sicure e sarei fuggita sgommando il più veloce possibile. Adesso, invece, ne ero un po’ affascinata. Cercai di immaginarmi Alice in quel posto, per un qualche motivo, ma non ci riuscii.
I palazzi — tutti di tre piani, tutti stretti, tutti leggermente inclinati come se la pioggia battente li avesse piegati — erano soprattutto vecchie case divise in appartamenti multipli. Difficile stabilire di quale colore fosse in origine la vernice scrostata. Tutto si era sbiadito in sfumature di grigio. Alcuni edifici erano occupati da negozi al piano terra: un bar lercio con le vetrine dipinte di nero, un negozio di forniture per sensitivi con mani fosforescenti e carte dei tarocchi che brillavano intermittenti sulla porta, un tatuatore e un asilo con la vetrina tenuta insieme dal nastro isolante. Nei locali non c’erano lampadine, anche se fuori il tempo era brutto a sufficienza da far sì che gli umani avessero bisogno di luce. Sentivo borbottare piano qualche voce distante: sembrava un televisore.
In giro c’era un po’ di gente, due persone che arrancavano sotto la pioggia in direzioni opposte e un’altra seduta sulla bassa veranda di uno studio legale da due soldi, tutto sbarrato con assi: leggeva un giornale bagnato e fischiettava. Quel suono era troppo allegro per l’ambiente.
Ero talmente sconcertata dal tizio che fischiava spensierato, da non accorgermi sulle prime che l’edificio abbandonato era il punto preciso in cui avrebbe dovuto trovarsi l’indirizzo che stavo cercando. Sul palazzo in rovina non c’erano numeri civici, ma il tatuatore lì di fianco era a soli due numeri di differenza.
Mi accostai al marciapiede e rimasi lì col motore al minimo per un po’. Sarei entrata in quel buco in un modo o nell’altro, ma come ci potevo riuscire senza farmi notare dal tipo che fischiettava? Magari parcheggiando nella strada parallela ed entrando dal retro... Ma forse da quel lato avrei trovato ancora più testimoni. Forse dai tetti? Era abbastanza buio per fare una cosa del genere?