«Ehi, signora», mi chiamò il tizio che fischiettava.
Abbassai il finestrino dal lato del passeggero, come se non l’avessi sentito.
Il tizio mise da parte il giornale e restai sorpresa, ora che vedevo i suoi abiti. Sotto lo spolverino lungo e stracciato, era vestito un po’ troppo bene. Non c’era vento che mi portasse l’odore ma, a giudicare dalla lucentezza, la camicia rosso scuro sembrava di seta. I capelli neri e ricci erano arruffati e in disordine, ma la pelle scura era liscia e perfetta, e i denti bianchi e dritti. Una contraddizione.
«Mi sa che non è il massimo lasciare lì la macchina, signora», disse. «Potrebbe non ritrovarla quando torna».
«Grazie dell’informazione», risposi.
Spensi il motore e scesi dall’auto. Forse il mio amico che fischiettava poteva darmi le risposte di cui avevo bisogno in modo molto più pratico che non scassinando quella casa. Aprii il mio grande ombrello grigio, anche se non m’importava più di tanto di proteggere il vestito di cachemire. Feci quello che avrebbe fatto un essere umano.
Il tipo socchiuse gli occhi per vedermi in faccia dietro la pioggia, poi li sgranò. Deglutì, e sentii il battito del suo cuore accelerare mentre mi avvicinavo.
«Sto cercando una persona», cominciai.
«Io sono una persona», disse sorridendo. «Cosa posso fare per te, bellezza?».
«Per caso sei J. Jenks?», chiesi.
«Oh», disse e la sua espressione passò dall’attesa alla comprensione. Si alzò in piedi e mi studiò con gli occhi socchiusi. «Perché cerchi J.?».
«Questi sono affari miei». E poi non ne avevo la minima idea. «Ma sei tu J.?».
«No».
Restammo così a lungo, mentre lui percorreva con lo sguardo vivace l’abito aderente color grigio perla che indossavo. Finalmente arrivò con gli occhi all’altezza del mio viso. «Non sembri una dei suoi soliti clienti».
«Sì, probabilmente sono insolita», confessai, «ma devo davvero vederlo al più presto».
«Non so cosa posso fare», ammise lui a sua volta.
«Perché non mi dici come ti chiami?».
Sorrise, sarcastico. «Max».
«Piacere, Max. E adesso perché non mi spieghi cosa intendi con quel soliti?».
Il sorriso si trasformò in una smorfia. «Be’, i clienti soliti di J. non ti assomigliano per niente. La gente come te non viene nell’ufficio qui in centro. Normalmente andate dritti nel suo ufficio di lusso nel grattacielo».
Ripetei l’altro indirizzo che avevo, recitando l’elenco di numeri in tono interrogativo.
«Sì, è lì», rispose, di nuovo sospettoso. «Perché non ci sei andata direttamente?».
«Mi hanno dato questo indirizzo. Era una fonte molto affidabile».
«Se tu non stessi combinando qualche guaio, non saresti qui».
Increspai le labbra. Non ero mai stata troppo brava a bluffare, ma Alice non mi aveva lasciato molte alternative. «Forse sto combinando qualche guaio».
Max fece un’espressione contrita. «Senti, signora...».
«Bella».
«Va bene, Bella. Senti, questo lavoro mi serve. J. mi paga piuttosto bene per starmene qua a fare poco o niente tutto il giorno. Voglio aiutarti, davvero, però... E naturalmente parlo da un punto di vista del tutto ipotetico, giusto? O in via ufficiosa, o come preferisci, ma se lo metto in contatto con qualcuno che può farlo finire nei pasticci, io ho chiuso. Capisci il mio problema, vero?».
Ci riflettei per un attimo, mordendomi il labbro. «Mai visto qualcuno che mi somiglia, da queste parti? Be’, che m’assomiglia solo un pochino. Mia sorella è molto più bassa di me, e ha i capelli neri arruffati».
«J. conosce tua sorella?».
«Credo di sì».
Max rimuginò su quell’informazione per un attimo. Gli sorrisi e rimase senza fiato. «Senti un po’ cosa ho pensato di fare: adesso chiamo J. e gli faccio la tua descrizione. E poi decide lui».
Ma cosa sapeva J. Jenks? La mia descrizione gli avrebbe fatto venire in mente qualcosa? Era un pensiero inquietante.
«Di cognome faccio Cullen», dissi a Max, e mi chiesi se per caso non gli stessi dando troppe informazioni. Cominciavo ad arrabbiarmi con Alice. Dovevo proprio andare così alla cieca? Avrebbe potuto dirmi qualcosa in più...
«Cullen, ho capito».
Lo osservai mentre componeva il numero, che riuscii a leggere facilmente. Almeno, se non funzionava così, potevo telefonare direttamente io a J. Jenks.
«Ehi J., sono Max. So che devo chiamarti a questo numero solo in caso di emergenza...».
C’è un’emergenza?, sentii pronunciare debolmente all’altro capo della cornetta.
«Be’, non proprio. C’è una ragazza che vuole vederti...».
Non capisco che emergenza c’è. Perché non hai seguito la procedura normale?
«Non l’ho seguita perché lei non mi sembra affatto normale...».
Non sarà mica uno sbirro?!
«No...».
Non si sa mai. Sembra uno degli uomini di Kubarev...?
«No... fammi parlare, va bene? Dice che conosci sua sorella, o qualcosa del genere».
Improbabile. Lei com’è?
«È...». Mi squadrò dalla testa ai piedi con uno sguardo elogiativo. «Be’, sembra una top model, che cavolo, ecco com’è». Sorrisi e lui mi fece l’occhiolino, poi proseguì. «Corpo da urlo, pallida come un lenzuolo, capelli castano scuro lunghi fino alla vita, ha l’aria di aver bisogno di una bella dormita... ti ricorda qualcuno?».
Niente affatto. Non mi fa piacere che, a causa del tuo debole per le belle donne, tu abbia interrotto...
«Sì, va bene, mi piacciono le ragazze carine, e allora? Che male c’è? Mi spiace di averti disturbato, bello. Lasciamo perdere».
«Il nome», bisbigliai.
«Ah, giusto. Aspetta», disse Max. «Dice che si chiama Bella Cullen. Ti ricorda qualcosa?».
Per un attimo calò un silenzio tombale, poi la voce all’altro capo della cornetta di botto si mise a gridare, usando una serie di vocaboli degni di un’area di servizio per camionisti. Max cambiò completamente espressione: l’aria scherzosa sparì del tutto e le labbra impallidirono.
«Non te l’ho detto perché non me l’hai chiesto!», gli rispose Max urlando, in preda al panico.
Ci fu un’altra pausa, durante la quale J. si ricompose.
Carina e pallida?, chiese J., ora un po’ più calmo.
«Te l’avevo detto, no?».
Carina e pallida? Che ne sapeva quell’uomo dei vampiri? Era uno dei nostri? Non ero pronta a un confronto di quel tipo. In quale guaio mi aveva cacciata Alice?
Max aspettò un minuto mentre subiva un’altra scarica di insulti e istruzioni gridati a gran voce, poi mi guardò con un’espressione quasi spaventata. «Ma il giovedì incontri solo i clienti del centro... Va bene, va bene! Mi ci metto subito». Chiuse il cellulare.
«Vuole vedermi?», chiesi allegra.
Max mi guardò in cagnesco. «Potevi dirmi che eri una cliente con la precedenza».
«Non sapevo di esserlo».
«Credevo fossi uno sbirro», mi confessò. «Cioè, non è che lo sembri. Ma ti comporti in modo strano, seducente».
Feci spallucce.
«Sei del cartello dei narcos?», tirò a indovinare.
«Chi, io?», chiesi.
«Sì. O il tuo ragazzo, o chi ti pare».
«No, mi dispiace. La droga non esalta me e nemmeno mio marito. Se la conosci la eviti, eccetera eccetera, hai presente?».
Max imprecò sottovoce. «Sposata. Mi sa che non ho proprio nessuna chance».
Sorrisi.
«Sei della mafia?».
«Nooo!».
«Traffico di diamanti?».
«Smettila! È questa la gente con cui hai a che fare di solito, Max? Forse è il caso che ti trovi un altro lavoro».
Dovevo ammettere che un po’ mi stavo divertendo. Non avevo ancora interagito con molti umani, a parte Charlie e Sue. Era divertente vederlo in difficoltà. Ero anche soddisfatta di quanto mi riuscisse facile non ucciderlo.