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«Devi essere dentro a qualcosa di grosso. E di pericoloso», disse fra sé.

«Non proprio».

«Dicono tutti così. Ma a chi servono i documenti, se no? Chi può permettersi di pagare i prezzi a cui li vende J.? Forse questa è la domanda giusta, ma comunque non sono affari miei», disse, poi borbottò di nuovo: «Sposata».

Mi diede un ulteriore indirizzo, del tutto nuovo, con indicazioni sommarie, poi, con uno sguardo sospettoso e amareggiato, mi osservò mentre mi allontanavo.

A quel punto ero pronta ad aspettarmi qualsiasi cosa: già immaginavo un covo ad alta tecnologia come quello dei cattivi di James Bond. E quindi pensai che Max doveva avermi dato l’indirizzo sbagliato per mettermi alla prova. O forse il covo era sotterraneo, sotto un banalissimo centro commerciale, annidato sul fianco della collina boscosa in un bel quartiere residenziale.

Parcheggiai nella prima piazzola libera e alzai lo sguardo verso un cartello molto elegante con la scritta «JASON SCOTT, PROCURATORE LEGALE».

All’interno l’ufficio era beige con tonalità verde sedano, inoffensivo e irrilevante. Non si sentiva odore di vampiro e questo mi aiutò a rilassarmi. Solo aromi di umani sconosciuti. Nel muro era installato un acquario e dietro alla scrivania sedeva una segretaria bionda, bella quanto insipida.

«Salve», mi salutò. «Cosa posso fare per lei?».

«Devo vedere il signor Scott».

«Ha un appuntamento?».

«Non proprio».

Sfoderò un sorrisetto affettato. «Allora potrebbe volerci un bel po’. Perché non si siede, intanto che...».

April!, strillò perentoria una voce maschile dal telefono sulla sua scrivania. Fra poco deve arrivare una certa signora Cullen.

Sorrisi e indicai la mia persona.

La faccia entrare subito da me. Ha capito? Non importa se m’interrompe.

Nella sua voce sentivo altre sfumature oltre all’impazienza. Stress. Nervosismo.

«È proprio qui», disse April, appena lui la lasciò parlare.

Come? La faccia entrare! Cosa sta aspettando?

«Subito, signor Scott!». Si alzò in piedi, agitando le mani mentre mi faceva strada lungo un breve corridoio e mi offriva caffè, tè o qualsiasi altra cosa desiderassi.

«Prego», disse, e mi fece entrare in un ufficio da dirigente, con tanto di scrivania in legno massiccio e diplomi alle pareti.

«Si chiuda la porta alle spalle», ordinò la stridula voce tenorile.

Studiai l’uomo dietro la scrivania, mentre April si ritirava in fretta. Era basso e stempiato, sui cinquantacinque anni e panciuto. Portava una cravatta di seta rossa con una camicia a righe bianche e azzurre, e il blazer blu era appeso allo schienale della poltrona. E poi tremava, era così pallido da aver assunto un malsano colorito giallastro, con la fronte imperlata di sudore: m’immaginai la sua ulcera che ribolliva sotto il salvagente di lardo.

J. si ricompose e si alzò malfermo dalla sedia. Mi porse la mano sopra la scrivania.

«Signora Cullen. È davvero un piacere».

Gli andai incontro e gli strinsi la mano rapidamente, una volta sola. Rabbrividì leggermente al contatto della mia pelle fredda, ma non parve particolarmente sorpreso.

«Signor Jenks. O preferisce che la chiami Scott?».

Fece un’altra smorfia. «Come desidera, naturalmente».

«Che ne dice se lei mi chiama Bella e io la chiamo J.?».

«Come vecchi amici», accettò lui, tamponandosi la fronte con un fazzoletto di seta. Mi fece cenno di sedermi e fece altrettanto. «Devo proprio chiederglielo: sto facendo conoscenza, finalmente, con l’adorabile moglie del signor Jasper?».

Soppesai l’informazione per un secondo. E così quell’uomo conosceva Jasper, non Alice. Lo conosceva, e aveva anche l’aria di temerlo. «Con la cognata, a dire il vero».

Increspò le labbra, come se cercasse disperatamente un senso a tutta la faccenda, proprio come lo cercavo io.

«Il signor Jasper sta bene, immagino?», chiese, cauto.

«Gode di ottima salute. Al momento si è preso una lunga vacanza».

L’affermazione sembrò chiarire un po’ la confusione di J., che annuì fra sé e giunse le mani. «Per l’appunto. Avrebbe dovuto venire nel mio ufficio principale. Le segretarie l’avrebbero condotta direttamente da me, facendole evitare canali meno ospitali».

Annuii e basta. Chissà perché Alice mi aveva dato quell’indirizzo nel ghetto.

«Be’, comunque, ora è qui. Cosa posso fare per lei?».

«Documenti», dissi, cercando di avere la voce di una che sapeva il fatto suo.

«Ma certo», accettò subito J. «Parliamo di certificati di nascita, di morte, patenti, passaporti, tessere sanitarie...?».

Inspirai profondamente e sorrisi. Avevo un grosso debito con Max.

Poi il sorriso svanì. Alice mi aveva mandata qui per un motivo ed ero sicura che fosse per proteggere Renesmee. L’ultimo dono che mi faceva. L’unica cosa di cui era certa che avrei avuto bisogno.

La sola eventualità per cui Renesmee poteva avere bisogno di un falsario era quella di una fuga. E l’unica eventualità che l’avrebbe costretta alla fuga era la nostra sconfitta.

Se insieme a lei fossimo fuggiti anche io ed Edward, i documenti non le sarebbero occorsi subito. Ero certa che Edward sapesse come procurarsi una carta di identità, o che addirittura fosse capace di fabbricarla, ed ero certa che conoscesse qualche modo per fuggire anche senza. Potevamo scappare con lei per migliaia di chilometri. Potevamo attraversare l’oceano a nuoto con lei.

A patto di essere nei paraggi per salvarla.

E la segretezza serviva a tenere la cosa al di fuori della memoria di Edward, perché c’erano buone possibilità che Aro venisse a conoscenza di ciò che lui sapeva. Se avessimo perso, prima di distruggere Edward, avrebbe sicuramente ottenuto le informazioni che tanto bramava.

Proprio come avevo sospettato. Non avremmo mai potuto vincere. Ma dovevamo tentare con ogni mezzo di uccidere Demetri prima di perdere, lasciando a Renesmee la possibilità di fuggire.

Mi sentivo il cuore immobile e pesante come una pietra nel petto: un peso che mi annientava. Tutte le mie speranze erano svanite come nebbia al sole. Gli occhi mi bruciavano.

A chi avrei potuto accollare una situazione del genere? A Charlie? Troppo umano e indifeso. E come avrei fatto a portargli Renesmee? Non si sarebbe certo trovato nelle vicinanze dello scontro. Restava solo una persona. In realtà era sempre stata l’unica.

Avevo fatto quelle riflessioni così in fretta che J. non si era accorto della mia pausa.

«Due certificati di nascita, due passaporti, una patente», dissi con voce bassa e nervosa.

Se si era accorto che avevo cambiato espressione, non lo diede a vedere.

«A nome di chi?».

«Jacob... Wolfe. E... Vanessa Wolfe». Nessie sembrava un soprannome accettabile per una che si chiamava Vanessa. E Jacob si sarebbe divertito un sacco con la storia di Wolfe.

Scrisse rapido su un bloc notes giallo. «E i secondi nomi?».

«Si inventi lei qualcosa di generico».

«Come preferisce. Le età?».

«L’uomo ha ventisette anni, la bambina cinque». Jacob poteva benissimo passare per un venticinquenne: era un bestione. E, a giudicare dalla velocità con cui cresceva Renesmee, era meglio fare una stima per eccesso. Avrebbero potuto scambiare Jacob per il suo patrigno...

«Se preferisce dei documenti completi, mi servono le foto», disse J., interrompendo le mie riflessioni. «Di solito il signor Jasper li finiva personalmente».

Ecco perché J. non sapeva che faccia avesse Alice.

«Aspetti un attimo», dissi.

Era un colpo di fortuna. Nel portafoglio tenevo varie foto di famiglia, e quella perfetta — Jacob che abbracciava Renesmee sotto il portico davanti a casa — aveva solo un mese. Alice me l’aveva data appena qualche giorno prima... O forse, dopotutto, non era questione di fortuna. Alice sapeva che avevo quella foto. Forse aveva anche ricevuto qualche vaga premonizione del fatto che ne avrei avuto bisogno, prima di darmela.