«Ecco».
J. studiò la foto per un attimo. «Sua figlia le somiglia molto».
M’irrigidii. «Somiglia di più a suo padre».
«Che non è quest’uomo». Toccò il viso di Jacob.
Strinsi gli occhi e sulla fronte di J. spuntarono nuove perle di sudore.
«No. È un carissimo amico di famiglia».
«Scusi», borbottò e ricominciò a scrivere. «Quando le servono i documenti?».
«Ce la fa in una settimana?».
«È un ordine urgente. Costerà il doppio... anzi no, scusi. Mi sono dimenticato che stavo parlando con lei».
Conosceva Jasper, ovviamente.
«Mi dica la cifra».
Sembrava avere qualche esitazione a pronunciarla a voce alta e tuttavia ero sicura che, avendo già avuto a che fare con Jasper, sapesse che il prezzo non era un problema. Senza neanche considerare i conti strapieni di soldi intestati in vario modo ai Cullen in tutto il mondo, in casa c’era abbastanza denaro da mantenere a galla una piccola nazione per dieci anni: era un po’ come Charlie, che in fondo a ogni cassetto teneva centinaia di ami da pesca. Secondo me, nessuno si sarebbe accorto delle mazzette che avevo prelevato quel giorno per sbrigare la commissione.
J. scrisse il prezzo in fondo al bloc notes.
Annuii, calmissima. Avevo portato con me ben più di quanto servisse. Aprii di nuovo la borsetta e contai il denaro; lo avevo diviso in mazzette da cinquemila dollari con alcuni fermagli, quindi ci impiegai poco.
«Ecco».
«Ah, Bella, non occorre che mi dia subito tutta la somma. Di solito il cliente ne conserva la metà per garantirsi la consegna».
Sorrisi languidamente a quell’uomo nervoso. «Ma io mi fido di lei, J. E poi, le darò un bonus: la stessa cifra appena ricevo i documenti».
«Le assicuro che non è necessario».
«Non si preoccupi». Non potevo tenere tutti quei soldi con me. «Ci vediamo qui la settimana prossima alla stessa ora?».
Mi guardò con aria sofferente. «A dire il vero, preferisco svolgere certe transazioni in luoghi che non abbiano a che fare con il mio impiego abituale».
«Capisco. So già che non mi sto comportando come lei si aspettava».
«Sono abituato a non avere aspettative quando si tratta della famiglia Cullen». Fece una smorfia e si ricompose rapidamente. «Vediamoci alle otto fra una settimana al Pacifico, va bene? Si trova sul lago Union e si mangia divinamente».
«Perfetto». Ma non avrei certo cenato con lui. Non credo avrebbe gradito molto se l’avessi fatto.
Mi alzai e gli strinsi di nuovo la mano. Stavolta non batté ciglio. Ma sembrava avere una nuova preoccupazione in testa. Aveva la bocca serrata e la schiena tesa.
«Avrà grossi problemi a rispettare la scadenza?», gli chiesi.
«Come?». Alzò lo sguardo, preso alla sprovvista dalla mia domanda. «La scadenza? Oh, no. Non si preoccupi. Le farò avere i documenti in tempo, di sicuro».
Sarebbe stato bello che ci fosse Edward, per conoscere le vere preoccupazioni di J. Sospirai. Era già abbastanza brutto dover tenere segreto qualcosa a Edward, ma stargli lontana era quasi insopportabile.
«Ci vediamo fra una settimana, allora».
34
Dichiarazioni
Mi accorsi della musica prima di uscire dall’auto. Edward non toccava il pianoforte dalla sera della partenza di Alice. Mentre chiudevo la portiera, sentii la canzone passare a un inciso e trasformarsi nella mia ninna nanna. Edward mi stava dando il bentornato.
Lentamente presi Renesmee, che dormiva come un sasso dopo che eravamo stati via tutto il giorno, per portarla fuori dell’auto. Avevamo lasciato Jacob da Charlie: diceva che si sarebbe fatto dare un passaggio da Sue. Mi chiedevo se stesse cercando di riempirsi la testa di pettegolezzi sufficienti a scacciare l’immagine dell’espressione che avevo sul viso entrando in casa di Charlie.
Mentre avanzavo piano verso casa Cullen, capii che la speranza e l’incoraggiamento morale che formavano un’aura quasi tangibile intorno alla grande villa bianca quella mattina erano appartenute anche a me, eppure adesso me ne sentivo estraniata.
Mi venne di nuovo voglia di piangere ascoltando Edward che suonava per me. Ma cercai di tirarmi su. Non volevo insospettirlo. Non volevo lasciare alcuna traccia per Aro nella sua mente, se possibile.
Quando entrai Edward si girò e sorrise, senza smettere di suonare.
«Bentornata a casa», disse, come se si trattasse di una giornata qualsiasi e nella stanza non si trovasse un’altra decina di vampiri impegnati in varie attività, oltre a un’altra decina sparpagliata in giro. «Ti sei divertita oggi con Charlie?».
«Si. Scusa se sono stata via così tanto. Sono uscita a comprare un po’ di regali di Natale per Renesmee. So che non festeggeremo in grande stile, però...». Mi strinsi nelle spalle.
Edward curvò le labbra verso il basso. Smise di suonare e si girò sullo sgabello, in modo che si trovasse con tutto il corpo di fronte a me. Mi posò una mano sulla vita e mi attirò a sé. «Non ci avevo pensato granché. Se vuoi proprio festeggiarlo in grande stile...».
«No», lo interruppi. Trasalii dentro di me all’idea di dover fingere più entusiasmo dello stretto necessario. «Semplicemente, non volevo lasciarlo passare senza farle un regalino».
«Posso vedere?».
«Se vuoi. È una sciocchezza».
Renesmee era profondamente addormentata e sentivo il suo respiro lieve sul mio collo. La invidiavo. Sarebbe stato bello sfuggire alla realtà, anche solo per poche ore.
Pescai attentamente il sacchettino di velluto del gioielliere dalla mia pochette, solo socchiudendola, perché Edward non vedesse i soldi che mi erano rimasti.
«L’ho visto nella vetrina di un antiquario passandoci davanti in macchina».
Gli scrollai il piccolo medaglione d’oro nel palmo della mano. Era rotondo, con incisa una bordura sottile di piante rampicanti.
Edward apri quel meccanismo minuscolo e vi guardò dentro. C’era lo spazio per una piccola foto e, dalla parte opposta, un’iscrizione in francese.
«Sai cosa vuol dire?», mi chiese con un tono diverso, più pacato di prima.
«Il negoziante mi ha detto che significa qualcosa del tipo: "più della mia stessa vita". È così?».
«Sì, è vero».
Alzò verso di me uno sguardo indagatore con gli occhi color topazio. Lo incrociai per un attimo, poi finsi di lasciarmi distrarre dalla televisione.
«Spero che le piaccia», mormorai.
«Certo che le piacerà», disse leggero, con naturalezza, e in quel secondo fui sicura che sapesse che gli stavo nascondendo qualcosa. Ero sicura anche che non avesse la minima idea di che cosa si trattasse.
«Portiamola a casa», suggerì, alzandosi e circondandomi le spalle con un braccio.
Esitai.
«Che c’è?», chiese.
«Volevo allenarmi un po’ con Emmett...». Avevo perso tutta la giornata per quella commissione importantissima e mi sentivo in arretrato.
Emmett, che era sul divano con Rose e come sempre teneva il telecomando, alzò lo sguardo e sorrise pregustando quel momento. «Fantastico. Il bosco ha bisogno di una spuntatina».
Edward lanciò un’occhiataccia prima a Emmett, poi a me.
«Avete tutto il tempo di farlo domani», disse.
«Non essere ridicolo», mi lamentai. «Lo sai benissimo che non esiste più il concetto di "tutto il tempo". Non esiste più. Ho molte cose da imparare e...».
M’interruppe. «Domani».
Aveva un’espressione tale che nemmeno Emmett osò discutere.
Mi sorpresi di quanto fosse difficile tornare a una routine che, dopotutto, era nuova di zecca. Ma la perdita dell’ultimo briciolo di speranza che avevo nutrito faceva sembrare tutto impossibile.
Cercai di concentrarmi sugli aspetti positivi. C’erano buone probabilità che mia figlia sopravvivesse a ciò che stava per succedere, e anche Jacob. La certezza che loro due avessero un futuro era già una specie di vittoria, no? Il nostro gruppetto doveva tenere duro, se volevamo dare a Jacob e Renesmee la possibilità di fuggire. Sì, la strategia di Alice aveva senso solo se avessimo tenuto molto impegnato il nemico nello scontro. Anche quella sarebbe stata una piccola vittoria, se si pensava al fatto che da millenni i Volturi non venivano sfidati sul serio.