Sbadigliai e lui sorrise.
«Sei stanca. Dormi, amore». Iniziò a mormorare la ninna nanna che aveva composto per me quando ci eravamo conosciuti.
«Chissà perché sono così stanca», brontolai sarcastica. «Impossibile che faccia parte del tuo piano, o quel che è».
Rispose con una risatina e riprese a canticchiare.
«Perché pensi che più sarò stanca e meglio dormirò».
La canzone s’interruppe. «Mentre dormi sembri morta, Bella. Da quando siamo qui, non hai mai parlato nel sonno. Per fortuna russi, perché potrei scambiarlo per coma profondo».
Ignorai il suo sarcasmo: io non russavo. «Non mi sono mai agitata? Strano. Di solito quando ho gli incubi mi muovo per tutto il letto. E urlo».
«Hai avuto incubi?».
«Molto vividi. Mi stancano parecchio». Sbadigliai. «Non posso credere di non aver blaterato tutte le notti».
«Ma cosa sogni?».
«Varie cose, però si assomigliano tutti per via dei colori».
«Colori?».
«Sono luminosi, realistici. Di solito sono cosciente che sto sognando. Questi invece m’ingannano. E mi spaventano ancora di più».
Qualcosa sembrava averlo inquietato. «Cosa ti spaventa?».
Ebbi un fremito. «Più che altro...». M’interruppi.
«Più che altro?».
Non sapevo perché, ma non volevo raccontargli del bambino che vedevo nel mio incubo ricorrente; c’era qualcosa di intimo in quel dettaglio orribile. Perciò, anziché la descrizione completa, gli fornii soltanto un elemento. Di sicuro bastava a spaventare me, o chiunque altro.
«I Volturi», sussurrai.
Mi abbracciò più forte. «Non saranno più un problema per noi. Presto sarai immortale e non avranno scusanti».
Lasciai che mi cullasse, mentre mi sentivo in colpa per averlo depistato. I miei incubi non erano esattamente così. Non avevo paura per me, ma per il bambino.
Non era quello del primo sogno, il vampiro bambino con gli occhi rossi seduto sulla pila di cadaveri delle persone a me care. Il piccolo che avevo sognato quattro volte in una settimana era senza dubbio umano: aveva le gote rosse e occhioni verde chiaro. Ma, come l’altro, tremava di paura e disperazione mentre venivamo circondati dai Volturi.
In questo sogno, che benché nuovo aveva elementi del vecchio, dovevo proteggere il bambino sconosciuto. Non c’erano alternative. Allo stesso tempo, sapevo che non ce l’avrei fatta.
Edward vide la mia espressione desolata. «Come posso aiutarti?».
Mi scrollai l’angoscia di dosso. «È solo un sogno, Edward».
«Vuoi che ti canti qualcosa? Canterò per tutta la notte, se serve a tenere alla larga gli incubi».
«Non tutti sono incubi. Faccio anche bei sogni. Molto... colorati. Sott’acqua, con i pesci e i coralli. Sembra tutto vero — non mi accorgo di sognare. Forse il problema è quest’isola. Qui è tutto così luminoso».
«Vuoi tornare a casa?».
«No. No, non ancora. Non possiamo restare ancora un po’?».
«Possiamo restare quanto vuoi, Bella», e suonava come una promessa.
«Quando inizia il semestre? Non me lo sono annotato».
Sospirò. Forse ricominciò a canticchiare, ma prima di accorgermene ero già sprofondata nel sonno.
Più tardi mi svegliai al buio, sconvolta. Il sogno era stato talmente realistico... vividissimo e concreto... Farfugliai qualcosa ad alta voce, disorientata dalla stanza buia. Soltanto un secondo prima avevo avuto la sensazione di trovarmi sotto un sole splendente.
«Bella?», sussurrò Edward, le sue braccia che mi stringevano e mi scrollavano con delicatezza. «Tutto bene, amore?».
«Oh», balbettai. Era solo un sogno. Non la realtà. E rimasi ancora più sorpresa dalle lacrime che erano sgorgate senza preavviso e mi inondavano le guance fino a colare dal mio volto.
«Bella!», disse a voce alta, allarmato. «Che c’è che non va?». Asciugò le lacrime dalle mie guance ardenti con gesti frenetici delle dita fredde, ma altre continuavano a traboccare.
«Era solo un sogno». Non riuscii a soffocare il gemito cupo che mi spezzava la voce. Quelle lacrime insensate erano un fastidio, ma non riuscivo a controllare il dolore sconcertante che si era impossessato di me. Con tutta me stessa desideravo che il sogno fosse vero.
«Tutto okay, amore, stai bene. Sono qui». Mi cullò avanti e indietro, un po’ troppo veloce perché mi tranquillizzassi. «È stato un altro incubo? Non c’è niente di vero, niente».
«No, non era un incubo». Scossi la testa, strofinandomi gli occhi con il dorso delle mani. «Era un bel sogno». La mia voce si ruppe di nuovo.
«E allora perché piangi?», domandò stupefatto.
«Perché mi sono svegliata», strillai, mentre quasi lo strozzavo con un abbraccio e singhiozzavo sul suo collo.
Rise della mia logica, ma sembrava una reazione nervosa e preoccupata.
«Va tutto bene, Bella. Respira a fondo».
«Era così vero», singhiozzai. «Volevo che fosse vero».
«Raccontamelo, magari ti aiuta».
«Eravamo sulla spiaggia...». M’interruppi e con gli occhi gonfi di pianto mi voltai a guardare l’espressione ansiosa sul suo viso d’angelo, appena visibile al buio. Lo fissavo rimuginando, mentre l’irragionevole marea di dolore iniziava a rifluire.
«E?», disse lui impaziente.
Straziata, battei le palpebre per asciugare le lacrime. «Oh, Edward...».
«Raccontami, Bella», m’implorò con lo sguardo inquieto e preoccupato per il dolore che avvertiva nella mia voce.
Non ci riuscivo. Gli serrai di nuovo le braccia al collo e con un gesto febbrile incollai le labbra alle sue. Non era desiderio ma dolore, acuto fino a far male. La sua risposta fu immediata e altrettanto il rifiuto che ne seguì.
Lottò contro di me con tutta la delicatezza possibile, sorpreso, e mi tenne lontana afferrandomi le spalle.
«No, Bella», insistette, guardandomi come temesse che fossi impazzita.
Lasciai cadere le braccia, sconfitta, mentre le lacrime inspiegabili scendevano come un torrente fresco sul mio volto e l’ennesimo gemito mi riempiva la gola. Aveva ragione, forse ero pazza.
Mi fissò con occhi confusi, tormentati.
«S-s-scusa», mormorai.
Ma lui mi strinse a sé, serrandomi contro il suo petto marmoreo.
«Non posso, Bella, non posso!», ansimò pieno d’angoscia.
«Per favore», dissi, la mia preghiera attutita dalla sua pelle. «Per favore, Edward».
Non so se a commuoverlo fossero state le lacrime che mi facevano tremare la voce, se il mio attacco improvviso l’avesse colto alla sprovvista, o se il suo bisogno in quel momento fosse semplicemente insopportabile quanto il mio. Qualunque fosse la ragione, riavvicinò le mie labbra alle sue e si arrese con un gemito.
E ricominciammo da dov’era finito il mio sogno.
Il mattino dopo, al risveglio, restai totalmente immobile e cercai di mantenere il respiro regolare. Avevo paura di aprire gli occhi.
Ero sdraiata sul petto di Edward, che stava immobile senza abbracciarmi. Cattivo segno. Avevo paura di ammettere che ero sveglia e di affrontare la sua rabbia, con chiunque ce l’avesse.
Sbirciai con cautela dagli occhi socchiusi. Edward fissava il soffitto scuro, le mani dietro la testa. Mi appoggiai a un gomito per guardarlo meglio: il suo viso era rilassato, inespressivo.
«Quanto brutta me la sto passando?», domandai a mezza voce.
«Tantissimo», disse, ma voltò la testa con un sorriso ammiccante.
Sospirai di sollievo. «Mi dispiace, davvero», dissi. «Non volevo... Be’, non so bene cosa sia successo stanotte». Scossi la testa al ricordo delle lacrime irrazionali, del dolore straziante.
«Non mi hai ancora detto cosa stavi sognando».
«È vero... però mi sembra di avertelo dimostrato». Feci una risata nervosa.
«Ah», rispose Edward. Spalancò gli occhi e batté le ciglia. «Interessante».
«È stato proprio un bel sogno», mormorai. Lui non fece commenti, perciò qualche secondo dopo aggiunsi: «Sono perdonata?».