All’istante mi sentii esausta, ma non volevo tornare nella stanza torrida. Perciò aprii le finestre nella stanza della TV e mi sdraiai sul divano sottostante. Feci partire lo stesso film che avevamo visto il giorno prima e mi addormentai in fretta sulle note allegre dei titoli di testa.
Quando riaprii gli occhi era quasi mezzogiorno, ma non fu la luce a risvegliarmi. Due braccia fredde mi circondavano stringendomi. Allo stesso tempo percepii una fitta di dolore allo stomaco, neanche avessi appena preso un pugno in pancia.
«Scusa», mormorò Edward mentre sfregava la mano ghiacciata sulla mia fronte umida. «Altro che pignolo. Non pensavo che senza di me avresti sofferto il caldo. Prima di andarmene farò installare un condizionatore».
Non riuscivo a concentrarmi sulle sue parole. «Ti prego!», tossii, cercando di liberarmi dalla stretta.
Mi lasciò andare immediatamente. «Bella?».
Corsi verso il bagno coprendomi la bocca con la mano. Mi sentivo talmente male che sulle prime non badai nemmeno alla sua presenza, mentre mi piegavo sul water in preda a un violento attacco di vomito.
«Bella? Che ti prende?».
Ancora non riuscivo a rispondere. Mi sosteneva ansioso, levandomi i capelli dalla faccia, in attesa che riprendessi a respirare.
«Maledetto pollo avariato», brontolai.
«Ti senti bene?». La sua voce era piena di tensione.
«Sì», boccheggiai. «È soltanto intossicazione alimentare. Non sei obbligato a guardarmi. Vattene».
«Neanche per idea, Bella».
«Vattene», urlai con un gemito, mentre cercavo di alzarmi per sciacquarmi la bocca. Mi aiutò con delicatezza, ignorando i miei deboli strattoni.
Pulita la bocca, mi portò a letto e mi fece sedere con cautela, fra le sue braccia.
«Intossicazione alimentare?».
«Sì», gracchiai. «Stanotte ho cucinato del pollo. Sapeva di marcio e l’ho buttato via. Ma ne avevo già mangiato un po’».
Posò una mano fredda sulla mia fronte. Una bella sensazione. «E adesso come stai?».
Ci pensai su. La nausea se n’era andata alla stessa velocità con cui era arrivata e mi sentivo come ogni mattina. «Tutto a posto. Un po’ affamata, forse».
Prima di friggere le uova mi fece aspettare un’ora e mandare giù un bicchierone d’acqua. Ero tornata perfettamente normale, solo un po’ stanca per l’alzataccia nel cuore della notte. Accese la TV sulla CNN — eravamo così lontani dal mondo che se anche fosse scoppiata la terza guerra mondiale non ce ne saremmo accorti — e io sonnecchiai fra le sue braccia.
Annoiata dalle notizie, mi voltai per baciarlo. Come era successo la mattina, al minimo movimento ebbi una fitta nello stomaco. Mi allontanai di scatto, la mano sulla bocca. Sapevo che il bagno era troppo lontano, perciò corsi al lavandino della cucina.
Mi seguì per tenermi i capelli.
«Forse dovremmo tornare a Rio da un medico», suggerì ansioso mentre mi sciacquavo la bocca.
Scossi la testa e puntai verso il corridoio. Dottore uguale puntura. «Mi lavo i denti e vedrai che starò meglio».
Appena il sapore in bocca migliorò, frugai in valigia alla ricerca del kit di pronto soccorso preparato da Alice, pieno di oggetti umani come cerotti, antidolorifici e, obiettivo della mia ricerca, una compressa di Pepto-Bismol. Così forse sarei riuscita a placare il mio stomaco e tranquillizzare Edward.
Ma prima ancora di scovare il medicinale m’imbattei in un’altra cosa che Alice mi aveva preparato. Afferrai la scatolina blu e la fissai, sul palmo della mano, per un istante interminabile, dimenticandomi di tutto il resto.
Poi iniziai a contare, a mente. Una volta. Una seconda. E poi daccapo.
Il colpo sulla porta mi spaventò e la scatoletta ricadde in valigia.
«Tutto bene?», domandò. Edward da dietro la porta. «Ti viene ancora da vomitare?».
«Sì e no», risposi, ma la mia voce usciva soffocata.
«Bella? Posso entrare, per favore?». Era decisamente preoccupato.
«O...kay».
Entrò scrutando la mia posizione, seduta a gambe incrociate sul pavimento accanto alla valigia, e la mia espressione, vuota e fissa. Si sedette accanto a me e mi sfiorò subito la fronte.
«Cosa c’è che non va?».
«Quanti giorni sono passati dal matrimonio?», sussurrai.
«Diciassette», rispose automatico. «Bella, che c’è?».
Ricominciai a contare. Alzai un dito per fargli segno di aspettare e bisbigliai i numeri fra me. Mi ero sbagliata. Era trascorso più tempo di quanto pensassi. Ricominciai.
«Bella!», sussurrò impaziente. «Mi stai facendo saltare i nervi».
Cercai di deglutire. Non funzionò. Perciò mi sporsi verso la valigia e vi frugai fino a ritrovare la scatolina blu degli assorbenti. La sollevai in silenzio.
Mi guardò confuso. «Che? Stai cercando di dirmi che è colpa della sindrome premestruale?».
«No», tentennai ansimando. «No, Edward. Sto cercando di dirti che ho un ritardo di cinque giorni».
L’espressione del suo viso non cambiò. Come se non avessi parlato.
«Non credo sia stata un’intossicazione», aggiunsi.
Non rispose. Si era trasformato in una statua.
«I sogni», mormorai fra me, soprappensiero. «Il sonno. Il pianto. La fame. Oh. Oh. Oh».
Lo sguardo di Edward si fece vitreo, come se non riuscisse più a vedermi.
Di riflesso, quasi involontariamente, la mia mano si posò sullo stomaco.
«Oh!», strillai di nuovo.
Mi rialzai a fatica, sfilandomi dalle mani immobili di Edward. Non mi ero ancora cambiata la coulotte di seta e la camicetta che indossavo a letto. Sollevai il tessuto blu e guardai la mia pancia.
«Impossibile», sussurrai.
Non avevo alcuna esperienza di gravidanze, figli, annessi e connessi, ma non ero idiota. Avevo visto abbastanza film e trasmissioni televisive per sapere che non funzionava così. Ero in ritardo di soli cinque giorni. Troppo poco perché il mio corpo si fosse già accorto che potevo essere incinta. Troppo presto per avere la nausea al mattino o cambiare il ritmo dell’alimentazione e del sonno.
E, soprattutto, troppo presto per avere un piccolo ma ben visibile gonfiore che spuntava dal ventre.
Girai su me stessa per esaminarmi da ogni angolazione, come se alla luce giusta potesse scomparire. Tracciai con le dita il profilo della piccola sporgenza, sorpresa di sentirla, sotto la pelle, dura come la roccia.
«Impossibile», ribadii, perché, gonfiore o no, ciclo o non ciclo (e ciclo non ce n’era proprio, malgrado fossi sempre stata precisa come un orologio), era impossibile che fossi incinta. L’unica persona con cui avessi fatto del sesso era un vampiro, maledizione! Un vampiro che era ancora impietrito sul pavimento e non dava segno di riprendersi.
Perciò, doveva esserci un’altra spiegazione. Qualcosa di sbagliato in me. Una strana malattia sudamericana con gli stessi sintomi di una gravidanza accelerata...
Poi ricordai un particolare, un mattino di ricerche su Internet che sembrava appartenere a una vita precedente. Seduta alla vecchia scrivania della mia stanza, in casa di Charlie, mentre la luce grigia filtrava appena dalla finestra, gli occhi fissi sul mio computer antiquato e ronzante, leggevo avida i dati di un sito chiamato Vampiri A-Z. Erano passate meno di ventiquattr’ore da quando Jacob Black, convinto di raccontarmi qualche strana leggenda Quileute in cui ancora non credeva, mi aveva rivelato che Edward era un vampiro. Avevo letto con ansia le prime voci del sito, dedicato alla mitologia vampiresca di tutto il mondo. I Danag delle Filippine, gli Estrie ebrei, i Varacolaci rumeni, gli Stregoni benefici italiani (leggenda che in realtà derivava dai trascorsi del mio neo-suocero fra i Volturi, ma all’epoca non potevo saperlo)... Meno credibili diventavano le storie, meno le avevo degnate di attenzione. Delle ultime voci ricordavo solo qualche frammento. Sembravano più che altro scuse architettate per spiegare fenomeni come il tasso di mortalità infantile, oppure l’infedeltà. No, cara, non ho un’amante! La donna sexy che hai visto sgattaiolare dalla porta di casa era un Succubo cattivo. Ho rischiato la vita, sai! (Ovviamente, dopo aver sentito la storia di Tanya e delle sue sorelle, sospettavo che qualcuna di quelle scuse fosse la semplice verità). C’era anche la versione femminile. Come puoi accusarmi di averti tradito, soltanto perché hai viaggiato sui mari per due anni e al ritorno mi hai trovata incinta? È stato l’Incubo. Mi ha ipnotizzata con i suoi poteri occulti di vampiro...