Uno dei poteri dell’Incubo era proprio quello di mettere incinta la sua sventurata preda.
Scossi la testa, sbalordita. Ma...
Pensai a Esme e soprattutto a Rosalie. Le vampire non potevano avere figli. Se fosse stato possibile, Rosalie avrebbe trovato la maniera. Il mito dell’Incubo non era che una favola.
A parte... be’, una differenza c’era. Ovviamente Rosalie non poteva concepire, imprigionata com’era nel suo ultimo istante di vita umana. Senza possibilità di cambiare. E il corpo di una donna deve mutare, per dare alla luce un figlio. Prima di tutto c’è il dato di fatto della sospensione del ciclo mensile, poi le trasformazioni maggiori, necessarie ad accogliere un bambino che cresce. Il corpo di Rosalie non poteva cambiare.
Il mio sì. Il mio stava cambiando. Toccai il gonfiore sul ventre, che fino al giorno prima non c’era.
E gli uomini, be’, loro restavano più o meno uguali dalla pubertà alla morte. Ricordai un particolare che avevo raccolto non so dove: Charlie Chaplin ebbe il suo ultimo figlio a più di settant’anni. I maschi non avevano una sola fase fertile nella vita, o cicli di fertilità.
D’altronde, come si poteva sapere se i vampiri maschi fossero in grado di fecondare, dal momento che per le loro compagne era impossibile concepire? Quale vampiro al mondo poteva avere il coraggio o il desiderio di sperimentare la teoria con un’umana? O averne la disposizione?
Me ne veniva in mente solo uno.
Una parte della mia mente si affannava dietro a dettagli, ricordi e speculazioni, mentre l’altra, quella che controllava il movimento dei muscoli, dal primo all’ultimo, era talmente stupefatta da non riuscire a gestire le operazioni più semplici. Mi scoprii incapace di aprir bocca, malgrado volessi chiedere a Edward, anzi scongiurarlo, di spiegarmi cosa stesse succedendo. Avrei dovuto sedermi accanto a lui, toccarlo, ma il mio corpo non seguiva le istruzioni. Riuscivo soltanto a guardare i miei stessi occhi attoniti allo specchio, mentre le dita premevano con cautela il gonfiore sulla pancia.
E poi, come nell’incubo realistico della notte prima, lo scenario cambiò di colpo. Ciò che vedevo nello specchio mi apparve totalmente diverso, senza esserlo concretamente.
A cambiare tutto fu un movimento impercettibile del gonfiore: un colpetto, da dentro il mio corpo.
Nello stesso istante il cellulare di Edward squillò, acuto e pressante. Né io né lui ci muovemmo. Gli squilli si susseguirono. Cercai di ignorarli, con le dita premute sul ventre, in attesa. La mia espressione allo specchio non era più sbalordita, ma pensierosa. Mi accorsi a malapena delle lacrime strane e silenziose che cominciarono a rigarmi le guance.
Il telefono continuava a squillare. Desideravo che Edward rispondesse e stavo per avere una crisi emotiva. Forse la più grande della mia vita.
Drin! Drin! Drin!
Alla fine l’irritazione ebbe la meglio. M’inginocchiai accanto a Edward con cautela inaspettata, mille volte più attenta a ogni mio singolo movimento, e tastai le sue tasche in cerca del cellulare. Mi aspettavo almeno che fosse lui ad aprirlo e rispondere, ma rimase perfettamente immobile.
Riconobbi il numero e compresi subito il motivo della chiamata.
«Ciao, Alice», dissi. La mia voce non era migliorata più di tanto. Mi schiarii la gola.
«Bella? Bella, stai bene?».
«Sì. Ehm. C’è Carlisle?».
«È qui. Qual è il problema?».
«Non sono sicura... al cento per cento».
«Edward sta bene?», domandò, spaventata. Si allontanò per chiamare Carlisle e prima che potessi risponderle domandò: «Perché non ha risposto lui?».
«Non lo so».
«Bella, che succede? Ho appena visto...».
«Cosa?».
Restò in silenzio. «Ti passo Carlisle», disse infine.
Fu come se qualcuno mi avesse iniettato acqua ghiacciata nelle vene. Se Alice mi avesse vista tenere in braccio un bambino dal viso angelico con gli occhi verdi me l’avrebbe detto, no?
Durante la frazione di secondo in cui aspettai che Carlisle parlasse, la visione che avevo evocato si librò davanti ai miei occhi. Un neonato piccolo e bellissimo, persino più bello del bambino presente nei miei sogni, un minuscolo Edward fra le mie braccia. E nelle vene una vampata di calore scacciò il freddo.
«Bella, sono Carlisle. Che succede?».
«Io...». Non sapevo cosa rispondere. Avrebbe riso delle mie supposizioni, mi avrebbe presa per pazza? Era soltanto l’ennesimo sogno colorato? «Sono un po’ preoccupata per Edward... È possibile che un vampiro cada in stato di shock?».
«È ferito?». La voce di Carlisle si fece subito impaziente.
«No, no», lo rassicurai. «Soltanto... colto di sorpresa».
«Non capisco, Bella».
«Penso, be’, penso che forse... potrei essere...», respirai a fondo, «incinta».
E quasi a sottolineare la parola, sentii un altro movimento quasi impercettibile nell’addome. La mano scattò in risposta.
Dopo una lunga pausa, l’esperienza medica di Carlisle ebbe la meglio.
«Quando è iniziato il tuo ultimo ciclo mestruale?».
«Sedici giorni prima del matrimonio». Avevo fatto il calcolo a mente così tante volte da non avere più dubbi.
«Come ti senti?».
«Strana», risposi, e la mia voce si spezzò. Un altro rivolo di lacrime mi bagnò le guance. «Ti sembrerà una follia, ma, ascolta, so che è troppo presto. Forse sono davvero pazza. Ma continuo a fare sogni strani, a mangiare, piangere e vomitare, e... e... giuro che qualcosa si è mosso dentro di me un attimo fa».
La testa di Edward scattò e finalmente ebbi un moto di sollievo.
Edward allungò una mano per farsi passare il telefono, il volto cereo e teso.
«Ehm, penso che Edward voglia parlare con te».
«Passamelo», disse Carlisle, nervoso.
Non ero del tutto sicura che Edward riuscisse a parlare, ma posai il telefono sul palmo della sua mano.
Lo avvicinò all’orecchio. «È possibile?», sussurrò.
Restò a lungo in silenzio, lo sguardo fisso nel vuoto.
«E Bella?», domandò. Mentre parlava mi avvolse in un abbraccio stringendomi al suo fianco.
Restò di nuovo in ascolto, a lungo, e alla fine disse: «Sì. Sì, certo che sì».
Allontanò il cellulare dall’orecchio e chiuse la comunicazione. Un istante dopo compose un altro numero.
«Che dice Carlisle?», chiesi impaziente.
Rispose con un filo di voce. «Secondo lui sei incinta».
A quelle parole sentii un brivido caldo lungo la schiena. Dentro di me, un sussulto.
«Chi stai chiamando adesso?», domandai, mentre riavvicinava il telefono all’orecchio.
«L’aeroporto. Torniamo a casa».
Edward passò un’intera ora al telefono. Probabilmente stava organizzando il rientro, ma non potevo saperlo perché parlava in un’altra lingua. Sembrava discutere: si esprimeva a denti stretti.
E nel mentre preparava le valigie. Sfrecciava per la stanza come un tornado infuriato che dietro di sé lascia ordine anziché distruzione. Lanciò alcuni miei vestiti sul letto senza guardarli: forse voleva dire che dovevo indossarli. Continuò a discutere mentre mi cambiavo, gesticolava con movimenti improvvisi e agitati.